a tavola con Renzo Rosso

La versione di RR: «I big player? Sì, ma cane veloce batte cane grande»

di Paolo Bricco

6' di lettura

«Ciao Renzo, come va?». Enrico Cuccia era un uomo curioso e visionario, logico e razionale. La sua curiosità ha determinato molte cose nell’Italia del dopoguerra. Per capire l’alfabeto e la grammatica del nuovo mondo, aveva preso l’abitudine di invitare in Mediobanca, nel suo ufficio di via Filodrammatici a Milano, un ragazzo curioso e visionario, creativo e contro-intuitivo. Renzo Rosso. Anche la curiosità di Rosso ha determinato molte cose. «Lui mi dava del tu. Io gli davo del lei», racconta. Un legame – una amicizia – durata fino all’ultimo incontro a Milano, un mese prima della scomparsa del banchiere. «Cuccia faceva allora con me quello che io faccio oggi con i miei figli. Cercava informazione, ma anche ispirazione».

La Diesel Farm sorge su sette colline. La fattoria di Renzo Rosso è, in linea d’aria, a 55 chilometri da Venezia. Qui a Marostica la roccia è vulcanica. Sei ettari sono a vigneto, sei a uliveto, ottantotto a bosco e a fieno. Nei prati pascolano quaranta mucche. Una trentina le galline. Fa caldo. Friniscono le cicale. Renzo Rosso indossa una polo nera e ha un paio di pantaloni da jogging scuri. La tavola è apparecchiata. Su un tavolino si trovano gamberi in tempura e tartare di tonno, capesante gratinate al forno e sauté di cozze e vongole. «Qui dovevano realizzare una specie di Beverly Hills – spiega Rosso, dopo che ci siamo serviti – con una lottizzazione e tante villette. I proprietari mi offrirono tutta la collina».

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Il fondatore di Diesel, classe 1955, ha contribuito alla evoluzione della moda, del business e della cultura materiale internazionale reinventando il jeans e alterando beneficamente il suo codice genetico con due innovazioni nel prodotto, nella sua valorizzazione e nella sua percezione: il denim trattato e il vintage. «Tutto ciò che è consumato ha più charme e più storia», ricorda mentre versa nel suo bicchiere e nel mio il Celebrating 55 extra brut metodo classico, uno dei quattro vini – gli altri sono il Bianco di Rosso, il Rosso di Rosso e il Nero di Rosso - ricavati da questi vigneti e affinati dall’enologo Umberto Marchiori.

Il dialogo con lui è serrato e contradditorio, lineare e pieno di flashback, qualche volta erratico e poi di nuovo compiuto. Le parole dette e sottintese rispecchiano l’Italia profonda: agricola e industriale, provinciale e globale, la vicina Bassano del Grappa dove Renzo vive con la famiglia e la Miami del suo Pelican Hotel di Ocean Drive, vicino al ristorante Strand dove mangiava nei primi anni Novanta con Madonna, Mickey Rourke e la tennista argentina Gabriela Sabatini.

Io assaggio delle verdure in tempura, buonissime. Lui indugia sulla tartare. Le cicale friniscono ancora di più. «La mia famiglia di origine viveva nella Bassa Padovana, a Brugine. Mio padre Vittorio e mia madre Fortunata avevano una fattoria. Quando, da piccolo, andavo al mercato sentivo chiamare mio padre “Signor Rosso”». Renzo mangia i gamberi con le mani. Sul medio e l’anulare della mano destra ha tatuate le due iniziali del nome e del cognome: R e R. Beviamo il suo bianco, annata 2013.

Rosso è, in fondo, come l’Italia: un piano con mille traiettorie che si intrecciano e si accavallano, si superano e si sovrappongono. Gli ulivi, gli alberi da frutto e i cipressi di questa proprietà. Il Paese agricolo. E, poi, l’artigianato. Il frinire delle cicale. E l’eco, che si sente in particolare in questa Italia, della frase di Carlo Cipolla: «Gli italiani sono abituati, fin dal Medioevo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo». Il gusto dei pomodori raccolti in fattoria e usati per preparare gli spaghetti con le cozze. E il racconto di una America, primo amore. Che, nella versione di Renzo, è il primo viaggio a New York, compiuto a 23 anni, «con i taxi gialli, i ponti, i grattacieli, i cartelli pubblicitari e il non riuscire a comprare uno spazzolino da denti perché non sapevo l’inglese».

La luce che filtra dalle foglie dà fastidio a Rosso. Che continua a inforcare e a togliere gli occhiali da sole di Margiela con la montatura rotonda e le lenti squadrate. «Scusa, non vorrei sembrare maleducato. Non voglio nascondere lo sguardo. Per me è importante guardare le persone negli occhi». Rosso ha gli occhi azzurri. Passiamo ad assaggiare gli spaghetti con le cozze. E, a quel punto, lui si fa guidare dal pensiero degli occhi e inizia a elencare il colore di quelli dei suoi figli. Andrea (il più grande, 41 anni), Stefano e Alessia - nati dal matrimonio con Nuccia – li hanno azzurri. Le due gemelle Asia e Luna e la figlia India, avute con la precedente compagna Erika, li hanno marroni scuri e marrone chiaro-verdi. Sydne (la più piccola, tre anni), avuta con l’attuale compagna Arianna, li ha azzurri.

La frammentarietà e la empatia del discorso, le intuizioni e il sottinteso del parlare di Renzo, i lampi sfrontatamente moderni e rococò evocati dal nome di Gianni Versace («con lui facevo colazione al News Cafe di Ocean Drive a Miami») e la costante sensazione di essere seduti sopra secoli di Storia confermano una delle cifre dell’anima italiana: la nostra capacità di mescolare il pubblico e il privato, i pittori veneti del Cinquecento – Tiziano, Paolo Veronese e il Tintoretto, uomini di queste terre – e il jukebox ascoltato negli anni Sessanta da un bimbo della provincia di Padova che mastica chewing gum, il desiderio anche rabbioso e pieno di energia di chi appartiene a una comunità che è stata povera («quando ero piccolo, noi veneti eravamo sempre rappresentati, nei film, come ubriaconi o prostitute, donne di servizio o camerieri») e la trasformazione in un progetto industriale proteso verso il futuro di una attitudine selvaggia, da rocker fra la Pianura Padana e il Queens.

Questo strano fenomeno – consapevolmente o inconsapevolmente non importa - precipita poi nel senso delle forme e dell’estetica trasformandosi in prodotti – i capi di abbigliamento – in grado di incontrare – e qualche volta di modellare - il gusto internazionale. Questa trasmutazione, nel caso di Renzo Rosso, ha determinato per esempio il rumore di fondo degli anni Ottanta e Novanta e, ancora oggi, contribuisce a segnare le linee della modernità prossima ventura.

Dice Rosso: «Nel 1996 aprimmo i primi negozi monomarca Diesel. Quello in Lexington Avenue, a New York, era assolutamente the place to be, the place to go, il posto dove essere, il posto dove andare. C’era un clima pazzesco. Per selezionare i commessi, affittai un teatro e chiesi a ciascuno dei candidati una improvvisazione. Ognuno di loro sul palcoscenico. Mi dovevano raccontare, con una vera e propria performance, chi erano e dove andavano». Il modello Diesel ha mutato il rapporto fra la produzione industriale e la forma estetica, il mercato finale e i mezzi di comunicazione di massa: «Per qualcuno – dice Rosso – esiste un advertising before Diesel e after Diesel».

Viene portato in tavola il salmone. Entrambi beviamo un poco del suo rosso del 2013. «Mi piacerebbe – sottolinea Renzo – arrivare a fare un vino pensato e congegnato insieme a chi lo berrà. Tu scegli quella vigna, esposta così al sole, vendemmiata in quel momento, barricata secondo una precisa tecnica. E, poi, avrai il tuo vino che non sarà uguale a nessun altro».

Renzo Rosso ricalca uno dei canoni dell’imprenditore italiano. Totalmente dedito al suo lavoro, ma con lo sguardo attratto da tutto quello che lo circonda. La Diesel Farm. Il vino. Le partecipazioni di minoranza in settori diversi dalla moda con la società Red Circle Investment. Il Vicenza Calcio, rilevato a maggio dal fallimento. La OTB Foundation che ha adesso aggiunto agli interventi storici nel Terzo Mondo le attività in Italia: dall’aiuto alle donne maltrattate al contrasto al cyberbullismo.

Il suo pensiero è naturalmente concentrato su Only The Brave (OTB), la holding controllata al 100% da Rosso a cui si riferiscono Diesel, Maison Margiela, Marni, Paula Cademartori, Viktor&Rolf, Staff International e Brave Kid. Negli ultimi venti anni l’industria internazionale della moda ha sperimentato radicali rivolgimenti, con una tendenza alla polarizzazione fra il lusso estremo e la cifra più popolare. Secondo R&S Mediobanca, con 1,55 miliardi di euro di fatturato OTB (6.700 i dipendenti) è il quinto gruppo della moda italiano, dopo Luxottica, Prada, Armani e Calzedonia. Dal 2012, i ricavi sono cresciuti del 4,5%, undicesima performance nel settore analizzato da R&S. Il margine operativo netto sul fatturato era pari all’8,9% nel 2012 e, nel 2016, è calato allo 0,4 per cento. Nella struttura finanziaria, OTB è dopo Armani la società più solida, con una incidenza nel 2016 del 10,9% dei debiti finanziari sul capitale netto.

Negli ultimi due anni, Rosso ha rifocalizzato le attività. «Sono tornato a guidare a tempo pieno l’azienda e la prima linea manageriale e creativa, alla ricerca di ciò che non c’è ancora e che domani determinerà il gusto del mondo. Ormai nella moda ci misuriamo con i giganti. Ma non vogliamo crescere, crescere, crescere. Vogliamo essere i più alternativi. Perché cane veloce batte cane grande. OTB potrebbe in futuro quotarsi in Borsa».

E, mentre lo dice, il bimbo che sentiva da piccolo al mercato chiamare suo padre «Signor Rosso» prende fra le dita una ciliegia sotto grappa, la porta alle labbra e mangia un altro pezzo di vita.

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