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La via della Borsa che piace sempre più alle Pmi

di Lucilla Incorvati

(Imagoeconomica)

3' di lettura

Pmi in Borsa, avanti tutta. Solo qualche tempo fa sembrava impossibile e invece oggi lo scenario è cambiato. Sempre più imprese si affacciano al mercato dei capitali, anche se rispetto ad altri mercati la strada da fare è ancora lunga. I cambiamenti strutturali che coinvolgono le imprese (non solo italiane) impongono a chi vuole andare avanti e/o mantenere posizioni di leadership di dotarsi delle necessarie risorse finanziarie. Le fonti di finanziamento alternative (minibond, Pir, crowdfunding, peer-to-peer lending, private equity e venture capital) e soprattutto un più facile accesso alla Borsa stanno dimostrando a molti imprenditori che il tradizionale finanziamento bancario può essere messo da parte.

Una certa transizione è anche l’effetto di una maggiore cultura. Come dimostra il percorso che molti hanno fatto e stanno facendo con Elite, la società di Borsa Italiana che dal 2012 con Confindustria, Mef e Mise, ha messo in piedi un percorso innovativo per il sostenere le Pmi ad alto potenziale (386 aziende, dieci approdate in Borsa). Non dimentichiamo la spinta del Governo (la Finanziaria per la crescita dal 2014) e nel 2017 l’avvento dei Pir (i Piani di risparmio fiscalmente agevolati per i privati) volti a creare quel passaggio virtuoso di risorse dai privati alle piccole imprese. Questi strumenti da inizio anno hanno già catalizzato quasi 6 miliardi e le stime parlano di 10 entro l’anno e 65 entro il 2021. Insomma, un fiume di liquidità.

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L’effetto? Negli ultimi due anni la dimensione dell’Aim, il segmento di Borsa dedicato alle Pmi ad alto potenziale di crescita, creato nel 2009 e caratterizzato per il suo approccio regolamentare equilibrato (ci si quota con più facilità, costa meno e sono richiesti requisiti di governance meno stringenti) ha registrato un balzo colossale. Oggi conta 89 società (da inizio anno 17 nuovi debutti, di cui 13 solo da giugno e nuove Ipo in arrivo), quasi 5 miliardi di capitalizzazione, volumi che nei primi 9 mesi del 2017 si sono moltiplicati per 7 rispetto al 2016.

«Quello che è cambiato per l’aziende che si quotano su Aim è l’attenzione da parte degli investitori e degli intermediari, grazie all’effetto Pir», spiega Francesco Previtera, capo della ricerca di Banca Akros. «Una domanda non episodica ma di lungo periodo. In passato chi andava in Borsa, anche se aveva una bella storia da raccontare, spesso veniva trascurato, destinato a scambi risibili e con nessuno che ci guadagnava. Oggi la situazione è cambiata, i volumi si sono moltiplicati, un’impresa ha più chance di avere successo. Le valutazioni sono più premianti, agli stessi livelli dell’operazioni di M&A, così che la Borsa diventa più concorrenziale. Con la differenza che spesso per un imprenditore quotarsi è una via più libera per reperire capitali che non ricorrere a fondo di private equity».

E se c’è qualcuno che punta contro, come Bridgewater Associates, aumentano però gli investitori esteri sulle Pmi. Tra questi c’è la casa d’investimento internazionale JP Morgan A.M. (a luglio ha lanciato il suo Pir) che ha un giudizio positivo sull’Italia. «Pensiamo che il mercato delle Pmi italiane sia la nuova asset class di lungo termine sulla quale puntare e con un grande potenziale di sviluppo, complice la domanda crescente di investimento a fronte di un’offerta ancora esigua», ricorda Lorenzo Alfieri, a capo di JP Morgan A.M. Italia. Come sottolinea il manager, da un lato le azioni del Governo a favore delle Pmi, dall’altro i business spesso ad alta crescita fanno sì che le Pmi quotate siano in grado di registrare tassi di crescita ben più alti delle grandi imprese. Ecco perché chi cerca rendimenti proficui ne sarà sempre più ghiotto.

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