FRANCESCO PECORARO

La via che separa e non porta

«Lo stradone» narra di un luogo singolare e carico di senso senza i conforti di esotismo e pedagogia

di Gianluigi Simonetti

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Giovanni Frangi «Ponte di piazza Kennedy» particolare (1993), collezione privata

«Lo stradone» narra di un luogo singolare e carico di senso senza i conforti di esotismo e pedagogia


5' di lettura

«Un libro lineare, ben scritto, con un/una protagonista in cui ci si possa identificare senza indugi, che affronti difficoltà che fanno parte dell’esperienza quotidiana, e che contenga, alla fine, un messaggio di conforto»: nei sogni dell’industria culturale di oggi il romanzo ideale dovrebbe essere fatto più o meno così, almeno secondo Giulio Mozzi, consulente editoriale tra i più esperti in Italia (e bravo scrittore in proprio). La formula, che ho trovato nelle pagine di un saggio di Laura Pugno – il recente In territorio selvaggio - mi è tornata in mente leggendo il nuovo romanzo di Francesco Pecoraro, Lo stradone, appena pubblicato da Ponte alle Grazie. Non per analogia, ma per contrasto: Lo stradone contraddice in tutto la formula di Mozzi. Ed è interessante che il suo oggetto sia proprio un territorio che fu, appunto, selvaggio, per diventare poi selvaggiamente sfruttato e urbanizzato; salvo riscoprirsi in qualche suo brandello, ’terzo paesaggio’ (come dice Gilles Clément): spazio indeciso, non più natura e non più artificio, non abbandonato, ma nemmeno pensato a sufficienza – insomma, «uno schifo», taglia corto Pecoraro, abilissimo (come già nei suoi libri precedenti) a inventare per noi nuove categorie, o a trovare la crepa nelle categorie degli altri. Lo stradone, ci spiega, è «dove la città fa una pausa»; a fare una pausa, su e con lo Stradone, è quel tipo di romanzo, oggi molto diffuso, che mira a offrire sollievo, narrativo e morale; che protegge il lettore dalla cultura (intesa come urto) attraverso la cultura (intesa come rassicurazione). Un romanzo spesso felice di concentrarsi su uno spazio sconosciuto, periferico, esotico, per valorizzarlo o riscattarlo dalla marginalità; un romanzo bendisposto, diligente, perfino ecologico; ma che di fatto inquina, perché abitua all’idea di un lettore-bambino, bisognoso di valori, in attesa perenne di una scrittura edificante, di una letteratura pedagogica.

Lo stradone di Pecoraro, invece, non ha nulla di esotico; e Lo stradone, più in generale, non ha nulla di didattico - anzi nasce sulle ceneri della pedagogia, sociale e politica, del Novecento. «La Storia la fa sempre la tecnologia», assicura il narratore, che per prima cosa rinuncia a uno svolgimento ordinato del racconto. La traccia narrativa principale viene dal resoconto frammentario della vita di una strada, per allargarsi alla ricostruzione, frammentaria anch’essa, del passato del quartiere che attraversa: è il Quadrante delle Argille, facilmente identificabile con Valle Aurelia, detta anche Valle dell’Inferno, quartiere di Roma non lontano dal Vaticano, sede storica di vaste cave di creta e di fornaci per la produzione di mattoni; quindi territorio di lavoro, con dentro un’area ristretta, detta Sacca, «che per lungo tempo fu chiamato borgata, anche se mai veramente lo fu», e la cui comunità, a metà degli anni Settanta, viene trasferita nelle nuove torri di edilizia popolare, socialiste, circondate poi da «palazze democristiane», piccolo-borghesi, e oggi dai nuovi centri commerciali, pensati per il «grande ripieno sociale indistinto», come Pecoraro chiama il ceto medio globale. Il Grande Ripieno è inadatto all’azione, la sua dimensione è il ristagno; per questo la cronaca della strada si concentra non tanto su singoli eventi, quanto su situazioni e soprattutto ambienti (il bar detto «Porcacci», memorabile, la palestra, il sottopassaggio, eccetera). La storia del quartiere è invece detta a strati, in parte appoggiata a documenti, in parte ricostruita con slancio visionario: dai pensieri delle menti primitive che abitarono per prime le rive del Fiume di Fango (ovvero il Tevere), alla visita di Lenin, forse vera o forse no, che leggenda vuole sia avvenuta nel 1908, in omaggio a una tradizione socialista e anarchica viva in quel luogo fino a non molto tempo fa. Chi racconta, indaga e sogna queste cose è un uomo senza nome, un «comunista interiore» orfano di un PCI che ha amato e odiato; un esperto di disfatte, che all’indagine del quartiere allega sparsi brandelli di autobiografia: gli studi di architettura, all’ombra di un Maestro geniale ma sadico («un figlio di puttana nell’esercizio delle sue funzioni»), il sogno abortito di scrivere, in pensione, un saggio di storia dell’arte - passando per una carriera in un Ministero in cui la corruzione, che il protagonista sperimenta più per punirsi che per diventare ricco, rappresenta il momento degradante ma vitale di una progressiva resa al mondo così com’è.

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Autobiografia, indagine, cronistoria: le tre linee narrative s’intrecciano e spesso rimano, se il lettore ha orecchio per sentire (notando ad esempio che alla metà degli anni Ottanta, mentre il protagonista si avvicina a Craxi, si spengono per sempre le fornaci della Valle e i sociologi cominciano a studiarla). Nello Stradone insomma il racconto è coerente ma non uniforme, come non è uniforme il territorio che lo condensa e lo sussume. Allo stesso modo, variano i registri, che oscillano tra il saggistico della ricostruzione critica (con incursioni nell’urbanistica, nella microstoria, nell’antropologia) e lo schiettamente letterario; con molte sentenze incisive («L’arte dovrebbe rendere muti, ma non succede quasi mai, nemmeno a me»), e poche ma intense sospensioni estatiche, quando qualcosa di bello lampeggia nel languore generale. La voce del narratore connette e trae le conclusioni ma non è mai sola: la interrompono a scadenze regolari le parole della Sacca, nelle interviste ai vecchi fornaciari o nelle chiacchiere della gente del Porcacci, «abituata all’andarsene delle cose e ormai aggrappata alla verità dell’unica cosa condivisa, il linguaggio». Così, quando il rancore prende il sopravvento o l’intelligenza rischia di prendersi sul serio c’è sempre qualcuno che ci invita a non esagerare («Cappuccino freddo macchiato? Me voi mannà in crisi?»). Lo Stradone è scritto bene, ma non è «ben scritto», per tornare alla formula di Mozzi: nel senso cioè che non si piega alla solita lingua trasparente, senza identità letteraria e senza attriti. Pecoraro non perde mai il contatto con «lo stagno eterno greve arguto della lingua»; sa alternare i linguaggi settoriali con lo stile orale, nel discorso diretto e nell’indiretto libero; dal contrasto fra il tecnico e il vernacolare nascono molti dei passaggi più umoristici di un libro che, pur essendo disperato e ’nero’, sa vedere di ogni errore il lato comico (ed è in questo romanissimo, pur essendo violentemente anti-romano). Certo, questo narratore che amministra saggiamente l’amarezza e l’ironia può farci divertire, perché sa essere lucido, tagliente e spiritoso; ma resiste all’identificazione e all’empatia - troppo sincero e troppo reazionario, troppo ossessivo (in un mondo che si arrende), troppo attaccato alla ricerca di un senso (mentre per tutti conta solo stare bene o male). Anni di sconfitte politiche, errori esistenziali e sofferenza percettiva - l’autopunizione che si è inflitto andando a vivere nello Stradone - lo hanno persuaso al meno confortante dei messaggi, che contiene poi il senso finale, e direi il tema ’profondo’ del libro: la realtà, questo «incubo torrentizio», rilutta a farsi correggere dagli uomini di buona volontà. Questo sostiene espressamente il narratore («Il mondo non era migliorabile per via politica, l’abbiamo capito tardi, ma l’abbiamo capito. Intanto dateci la pensione»); questo ripete la forma stessa del romanzo, che insiste sintatticamente sulla figura a somma zero dell’elenco, e strutturalmente sul motivo del contrasto, esacerbato dalle iterazioni e da bruschi cambi di scala: dal molto grande e lontano al piccolissimo e vicino, dal tassello di universo al tassello di città, o di strada; dalla fede militante all’indifferenza più volgare, dall’utopia più fervida alla più scadente delle distopie. Una forma di impotenza tiene insieme l’immagine con cui il libro si apre - migliaia di galassie luminose osservate al telescopio - e le microblatte protagoniste di uno degli ultimi capitoli (minuscole e lucifughe, nascoste negli anfratti della palazzata): le prime non sono raggiungibili, le seconde non si possono sconfiggere.

Lo stradone

Francesco Pecoraro

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