editorialela lezione dell’abenomics

La via keynesiana che servirebbe all’Europa

di Piergiorgio Gawronski

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3' di lettura

Il peggioramento della congiuntura in Europa è ora sulle prime pagine dei giornali: era stato preannunciato da mesi di progressivo declino dell’indice Pmi. Si innesta su una lunga depressione, che ha portato debiti e disoccupazione (8%) a livelli di guardia. Ci sarebbero molte ragioni per prevenire in modo deciso una nuova recessione: eppure nelle cancellerie prevale il fatalismo.

A proposito di “un’Europa migliore”, forse è utile riflettere sul grafico di un Paese lontano, che nel 2013 era in stallo, come l’Italia, ma poi decise di adottare con decisione un vasto spettro di politiche keynesiane. Lo ha potuto fare grazie alla sua sovranità monetaria.

Il governo di quel Paese fin dall’inizio ha preso di mira la variabile giusta: le aspettative sull’andamento della domanda aggregata. Nonostante una situazione più difficile che da noi (su debito e deficit pubblico, deflazione, invecchiamento, caduta della produttività, meno “riserve” di disoccupati e capacità produttiva), le politiche keynesiane del 2013-2017 hanno avuto un effetto immediato.

In ambienti europei nel 2013 si sosteneva che le svalutazioni non hanno più effetto nel mondo di oggi dominato dalle multinazionali; non migliorano la bilancia commerciale, né il Pil e l’occupazione. E, fraintendendo i lag temporali necessari, si portava come prova il Giappone, che da pochi mesi aveva iniziato a svalutare lo yen. Si indicavano anche i rischi: inflazione e tassi d’interesse alle stelle, e altre catastrofi. Ma oggi si constata che la forte crescita dell’export è stata una delle cause trainanti dell’improvvisa ripresa del Giappone, mentre l’inflazione è ancora allo 0,7%, e i tassi allo 0 per cento. D’altronde anche in Italia, dopo la grande svalutazione della lira, nel 1993-96 la bilancia commerciale migliorò di 4,5 punti di Pil, l’inflazione di due punti, e i tassi di cinque.

In Europa si sostiene inoltre che è la produttività la variabile da prendere di mira, per uscire dalla depressione. Ma in Giappone la produttività non ha mostrato cenni di ripresa. Il che ci dice due cose. Quando c’è una crisi di domanda: (a) la ripresa non dipende affatto dalla produttività; (b) la produttività è insensibile agli impulsi delle cosiddette riforme strutturali, che pure il Giappone ha tentato, (nondimeno, molte riforme strutturali possono essere utili per altre ragioni – soprattutto nel settore pubblico – se fatte nella giusta sequenza e con pragmatismo).

Il pessimismo sulla svalutazione era funzionale alla tesi: “Ammesso che sia possibile, uscire dall’euro è inutile”. Il pessimismo sull’Abenomics era funzionale alla tesi: “Non esistono ricette magiche, soluzioni rapide alla crisi: i problemi sono strutturali. Perciò non è utile né necessario cambiare paradigma in Europa: il Trattato di Maastricht e suoi derivati sono fondamentalmente sani. Occorre semmai aumentare la dose” (proposta franco-tedesca), o introdurre “un po’ di flessibilità” (i più illuminati).

Tuttavia, poiché l’Abenomics ha letteralmente catapultato il Giappone fuori dalla crisi, chi indicava nel “populista” Abe un test-case per l’Europa dovrebbe ora trarre le conseguenze sulla valenza del paradigma europeo. In caso contrario ci si assume la responsabilità di contribuire a prolungare la crisi di parti rilevanti del vecchio continente, terreno fertile per l’anti-europeismo.

Naturalmente, politiche keynesiane meno radicali ma comunque efficaci potrebbero realizzarsi anche nell’Eurozona. Nulla impedisce ai Paesi membri di fare una manovra espansiva fiscale coordinata. I “moltiplicatori” fiscali sarebbero più alti rispetto a quelli nazionali; non è poco. Ma purtroppo la Bce non potrebbe finanziare questa manovra (potrebbe facilitarla). Purtroppo i Paesi meno competitivi non potrebbero svalutare; e i Paesi mercantilisti continuerebbero ad approfittarne (violando gli articoli 1 e 4 del Fmi). Purtroppo la gestione delle aspettative di Abe («Stimoleremo l’economia finché deflazione e crisi saranno sconfitte») non potrebbe farsi, perché è contraria al Trattato di Maastricht. Per la stessa ragione, il «whatever it takes», con il quale nel 2012 Draghi salvò l’euro, è rimasto a metà, e l’instabilità finanziaria si aggira ancora per l’Eurozona. Per tutti questi motivi, “la manovra keynesiana massima possibile” nell’area euro è più debole dell’Abenomics. Ma comunque, sarebbe efficace.

Purtroppo, l’Europa non ha alcuna intenzione di fare una manovra simile. Ciò riporta naturalmente alle responsabilità delle classi dirigenti nazionali. Riconoscere che l’inadeguatezza della nostra politica economica non ha origini strutturali o tecniche, bensì istituzionali, rischia di portare acqua al mulino dell’anti-europeismo; ma lo stesso effetto ha il diniego a oltranza. Meglio dunque affrontare i nostri disoccupati, e dirgli: «Nonostante tutto, ne vale la pena, perché...». In tale contesto, sarebbe più facile mettere in luce: i benefici dell’euro (se ve ne sono); le opzioni residue di politica economica; i necessari emendamenti a regole e istituzioni dell’euro; e nuove solidarietà con chi resta impigliato in una depressione economica destinata a durare.

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