il futuro dell’unione

La via del rilancio passa solo da più europa

di Adriana Cerretelli

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3' di lettura

Banche sull’orlo della bancarotta, Grecia a rischio di espulsione dall’euro, Italia in bilico, Irlanda, Portogallo e Spagna in croce: se paragonata a quella di 10 anni fa e alle sue violente spinte centrifughe, a prima vista l’attuale crisi da Covid-19 pare il suo opposto, una metodica marcia centripeta.

Niente fughe disordinate in terra incognita, niente misure punitive né editti di proscrizione per nessuno. Invece la crescente consapevolezza generale che la risposta alla pandemia, per essere efficace, non può che essere unitaria: più Europa, non meno. A riprova, l’ultimo sondaggio Eurobarometro vede dovunque ai massimi storici il consenso all'euro, mai così alto dalla sua nascita. Perché?

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L’Europa non è molto cambiata nell’ultimo decennio: pregiudizi e diffidenze reciproche semmai si sono approfonditi, come le divergenze socio-economiche e culturali interne.

Di cambiato c’è che la pandemia è uno shock simmetrico esterno, colpisce tutti senza distinzioni e questo dovrebbe indurre quasi tutti a reagire serrando le file: infatti non si è mai vista prima un’Unione di 27 Stati sovrani che in meno di due mesi accetta di sovvertire le proprie regole di convivenza e di varare nuovi aiuti a Governi, imprese e lavoratori per 540 miliardi. E accetta anche di mettere in cantiere un piano di rilancio economico post-virus che potrebbe aggiungere al piatto altri mille miliardi.

Tutto è già deciso, meno l’ultimo punto. Sarà quindi sul Recovery Fund che oggi il vertice dei 27 leader europei concentrerà le discussioni: si sa già che saranno tutte in salita e non conclusive.

Perché se la simmetria dello shock non consente, come 10 anni fa, di enumerare innocenti e colpevoli e dunque costringe alla solidarietà magari riluttante, ’impatto asimmetrico della pandemia ne complica e non poco la manifestazione. In breve, tende a spingere l’Europa in direzione contraria, verso le solite contrapposizioni di interessi Nord-Sud, di difficile governabilità.

Mai come in questa partita però sono in gioco alla lunga la sostenibilità dell’euro e del mercato unico, cioè dell’Europa.

Quando, sottolinea il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, la Germania reagisce alla crisi con uno stimolo fiscale 7 volte maggiore di quello dell’Italia nonostante sia l’Italia il Paese più colpito, diventa fondamentale che i Governi seguano la politica del “whatever it takes”, altrimenti si finirà con l’approccio del “whatever you can”. Ma se ciascuno farà quello che può pensando solo a sé stesso diventerà inevitabile la frattura di euro e mercato unico.

Già l’ultima crisi, prima finanziaria e poi debitoria, ha stressato la tenuta di entrambi, accentuandone le divergenze a scapito delle convergenze interne. Se gestita con lungimiranza e volontà politica costruttiva da parte di tutti, l’emergenza Covid potrebbe trasformarsi nel disastro che apre alla ricostruzione di un’Europa più forte, coesa e credibile. Se mal gestita potrebbe darle il colpo di grazia.

Gli ultimi numeri del Fmi anticipano un quadro inquietante: l’economia dell'eurozona crollerà del 7,5% mentre la media del suo debito pubblico salirà di 13 punti al 97 per cento. Dentro la media, i divari si annunciano abissali: il debito della Grecia salirà al 200% (+22 punti percentuali), dell’Italia al 156% (+21), della Spagna al 113 (+18), con Belgio, Portogallo e Francia messi altrettanto male. Invece per la Germania l’aumento sarà di soli 9 punti per arrivare al 69%, per l’Olanda di 10 al 58% e simili per altri virtuosi del Nord, tra cui Austria e Finlandia.

Sono divergenze incompatibili con una moneta unica: sono governabili solo grazie allo scudo della Banca centrale europea sui mercati. Fino a quando? I debiti si riassorbono con la crescita economica ma i Paesi più indebitati, in testa l’Italia terza economia dell’euro, avranno inevitabilmente margini più ridotti di altri per investire nella propria ripresa, nel recupero di livelli di produttività, occupazione e capacità di autofinanziamento, alla base dei differenziali di competitività che mettono a rischio anche la coesione del mercato unico e i benefici che ne possono derivare.

La Bce è un egregio pompiere della crisi ma non può fare tutto da sola. Sono i Governi a doversi assumerei l’onere dei un’equilibrata ricostruzione Nord-Sud per salvare euro e mercato unico. A prescindere dalla sua potenza di fuoco, dal volume dei prestiti e/o sovvenzioni, il Recovery Fund però non basterà se un Paese come l’Italia, che non cresce da 20 anni, non lo accompagnerà a un solido piano di riforme. Il vertice di oggi chiama al senso di responsabilità tutti i Governi senza eccezioni.

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