analisisegnali dai mercati

La via stretta per blindare i conti pubblici

di Dino Pesole

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(Agf)


2' di lettura

Fuori dall’emotività e dalle fibrillazioni che stanno dominando i mercati per effetto di una crisi politica senza precedenti, un sussulto di responsabilità da parte di tutti dovrebbe condurre alla seguente conclusione: la priorità in questo momento è blindare i conti pubblici attraverso segnali netti e inequivocabili ai mercati. I fondamentali dell’economia sono solidi, il punto di forza (segnalato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco nelle sue Considerazioni finali) è la posizione netta sull’estero migliorata del 7%, non esistono rischi di collasso nel breve periodo anche grazie all’ombrello della Bce, e il Parlamento, d’intesa con il Quirinale, è perfettamente in grado di far fronte alla situazione. Il primo passo è fondamentale. Andrebbe ribadito con nettezza e subito da Lega e Cinque Stelle e inserito nei loro programmi in vista delle prossime (sempre più probabili) elezioni: non esistono piani B.

Dove è nato il primo debito pubblico italiano

La collocazione del nostro paese resta stabilmente in Europa e nell’eurozona, fatta salva la volontà condivisa di avviare con i partner europei un percorso che conduca alla revisione dell’attuale disciplina di bilancio, e in prospettiva alla riforma concordata dei parametri europei. Il tutto riaffermando la priorità del controllo dei conti e della riduzione del debito. Pura utopia nell’attuale caos politico? A ben vedere è nell’interesse di tutti, in primo luogo di chi ha rivendicato il diritto a guidare il Paese in forza del voto del 4 marzo, prepararsi a governare in una situazione economica non deteriorata. I prossimi passaggi dovrebbero consistere nell’indicare all’interno delle risoluzioni parlamentari sul Def la volontà di disinnescare le clausole Iva. Opzione condivisa da tutto lo schieramento politico.

Sarà poi la legge di Bilancio a formalizzare la copertura per 12,4 miliardi. Il nuovo quadro programmatico potrebbe fissare l’asticella del deficit 2019 all’1,8% del Pil, contro lo 0,8% dello schema a politiche invariate, aprendo così lo spazio a una flessibilità concordata con Bruxelles. Non pare una missione impossibile spuntare da qui a ottobre questo ulteriore margine. È nell’interesse di Bruxelles non esasperare il confronto con un paese cardine dell’eurozona, alle prese con una crisi politica di difficilissima soluzione. A patto che per le misure di spesa o di riduzione delle tasse si indichino con precisione le relative coperture. Passaggi preliminari che potrebbero rassicurare i mercati, e dunque aprire le porte alle prossime elezioni in un contesto meno acceso. Occorre bloccare quel pericoloso segnale che ha visto crescere il tasso del Btp a due anni. Si è ancora in tempo per evitare che le tensioni finanziarie degenerino e si trasferiscano all’economia reale, quale conseguenza della restrizione del credito e della perdita di fiducia sui mercati. Lo abbiamo già vissuto nel 2011, e ne siamo usciti a prezzo di pesanti sacrifici.

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