europa

La violazione dei diritti dell’uomo costa all’Italia 18 milioni

Nel 2018 è cresciuto il valore degli indennizzi per le condanne della Cedu, ma siamo lontani dal picco di 77 milioni del 2015. In calo i casi pendenti

di Marina Castellaneta

default onloading pic

Nel 2018 è cresciuto il valore degli indennizzi per le condanne della Cedu, ma siamo lontani dal picco di 77 milioni del 2015. In calo i casi pendenti


3' di lettura

Un quadro con luci e ombre. Da un lato, infatti, diminuiscono le pendenze dei casi italiani dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, dall’altro lato, però, l’Italia ha dovuto versare, rispetto all’anno passato, importi più alti per indennizzare le vittime di violazioni accertate da Strasburgo, con un peso maggiore sulle casse dello Stato. Dalla relazione annuale sull’esecuzione delle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia presentata l’8 gennaio 2020, con riferimento al 2018, curata dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri (ufficio contenzioso, per la consulenza giuridica e per i rapporti con la Corte europea dei diritti dell’uomo) risulta, infatti, che la spesa per gli indennizzi nel 2018 è stata di 18.757.011, in aumento rispetto ai 4.565.325,93 del 2017, ma molto al sotto del picco di 77.136.125,36 toccato nel 2015.

INDENNIZZI EROGATI

(Fonte: Ministero dell'Economie e delle Finanze – Elaborazione Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento affari giuridici e legislativi – Ufficio contenzioso, per la consulenza giuridica e per i rapporti con la Corte europea dei diritti dell'uomo)

Loading...

I casi pendenti
Diminuisce invece il numero di casi italiani pendenti che, nel 2018, sono stati 4.665 a fronte dei 6.160 del 2016 (-13,2%). La percentuale è stata inferiore nel rapporto 2017/2016 (-24,5%) ma, in ogni caso, è stata registrata una costante diminuzione nella quantità degli affari pendenti.
Un buon risultato che migliora la situazione italiana anche se Roma rimane tra i Paesi che pesano di più sul carico di lavoro della Corte europea. La classifica degli Stati relativa al numero di affari contenziosi pendenti vede al primo posto la Russia (11.745), seguita dalla Romania (8.503), dall’Ucraina (7.267), dalla Turchia (7.107) e dall’Italia (4.050). Due gli aspetti negativi, anche per l’immagine del Paese: il carico su Strasburgo, che è indice delle possibili violazioni dei diritti umani, con Roma che grava con il 7% del totale e gli Stati che accompagnano l’Italia, non certo tra i campioni dei diritti dell’uomo.
Problema cronico la durata dei processi, affiancata dal contenzioso relativo all’applicazione della legge Pinto (circa 1.200 ricorsi), con un complessivo miglioramento, in questo settore, perché nel 2015 pendevano 8.050 ricorsi scesi a 1.200 nel 2018.

AFFARI CONTENZIOSI PENDENTI

Confronto tra i principali paesi con il maggior numero di ricorsi. Al 31 dicembre 2018 (Fonte: Corte europea dei diritti dell'uomo – Elaborazione Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento affari giuridici e legislativi – Ufficio contenzioso, per la consulenza giuridica e per i rapporti con la Corte europea dei diritti dell'uomo)

Loading...

I nuovi fronti
Sono, però, sul tavolo nuovi problemi. La cancelleria della Corte ha comunicato al Governo, il 16 aprile 2018, i ricorsi di operatori economici del settore delle energie rinnovabili colpiti dall’applicazione retroattiva di alcuni decreti sull’accesso agli incentivi pubblici per le imprese di installazione di impianti fotovoltaici, che hanno portato a una riduzione e, in alcuni casi alla soppressione, delle tariffe incentivanti.

Le condanne
Passando alle condanne, se certo l’Italia fa meglio, di anno in anno, va tenuto conto che, proprio per evitare un esito negativo nel procedimento a Strasburgo, il Governo fa ampio ricorso a dichiarazioni unilaterali e a regolamenti amichevoli, arrivando così a una definizione in via pre-giudiziale soprattutto per il contenzioso seriale. Nel triennio 2016-2018 le dichiarazioni unilaterali sono state 1.101 e nel 2018 l’Italia si è aggiudicata il primo posto con 273 dichiarazioni e il quarto con 243 regolamenti amichevoli.
Nel 2018 le sentenze di condanne, in cui è stata accertata almeno una violazione, sono state 11, con una riduzione superiore alla metà di quelle del 2017 (28). Il numero più alto di condanne lo ha incassato la Russia (248), la Turchia (146), l’Ucraina (91), la Romania (82), l’Ungheria (38), la Grecia (35), la Moldavia (33), la Lituania (32) e la Bulgaria (29).
L’accertamento delle violazioni ha riguardato l’articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti disumani o degradanti, con 2 violazioni), l’articolo 6 (diritto all’equo processo, con 5 condanne), il principio nulla poena sine legge (articolo 7, con 1 violazione), il diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8, con 4 violazioni), il diritto di proprietà (articolo 1, Protocollo n. 1, con 3 violazioni), il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva (articolo 13, 1 violazione).

Le azioni di rivalsa
Stentano ancora a decollare le azioni di rivalsa. Nel 2018 sono stati attivati 15 procedimenti di rivalsa, in diminuzione rispetto ai 37 del 2017. “In due casi – si legge nella relazione – gli enti territoriali hanno manifestato la disponibilità al raggiungimento dell’intesa, la cui procedura è attualmente in corso, per un importo totale dovuto di euro 526.500,00”, mentre in 9 casi l’accordo è stato già raggiunto.
Un istituto da ripensare perché non ha portato gli effetti voluti ossia una responsabilizzazione degli enti che hanno provocato la violazione e, anzi, in alcune situazioni, ha determinato un risultato paradossale nei casi di enti in dissesto perché – come precisato nella relazione – si introduce un ulteriore creditore. Di qui la proposta di modificare la normativa, prevedendo l’esclusione della rivalsa nei casi di enti in dissesto o in pre-dissesto.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...