Opinioni

La visione c’è, ora va tradotta in progetti

di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli

(ArTo - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il Pnrr –Piano nazionale di ripresa e resilienza per l’utilizzo dei fondi del Next Generation Ee – è un documento che interessa quasi tutti gli ambiti dell’economia e della società italiane. In quanto tale si presta a essere giudicato da più punti di vista ed è comprensibile che le diverse forze politiche e sociali, nonché gli studiosi, si concentrino sulle cose che non vanno bene al fine di intervenire per correggerle.

Molti hanno criticato il piano per via di una governance che sembra prefigurare una struttura parallela che prescinde o forse si aggiunge a quella delle varie amministrazioni competenti. Altri si sono soffermati sulla mancanza di concretezza di molte delle azioni strategiche del piano e sul fatto che altri Paesi sono più avanti dell’Italia nella predisposizione dei singoli progetti operativi da sottoporre alla Commissione. Altri ancora hanno lamentato la scarsa attenzione a settori strategici per il Paese, come ad esempio, il turismo.

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Poco si è però discusso della visione che informa il documento. La visione è essenziale perché su di essa si costruisce il consenso politico che è necessario per l’attuazione del piano, specie laddove esso prevede, come chiede la Commissione all’Italia, riforme di grande spessore come quella della Pubblica amministrazione e della giustizia.

La visione che informa il documento è condivisibile. Sin dalle prime righe, nella premessa firmata dal presidente del Consiglio, si individua chiaramente il problema dell’Italia nella mancanza di crescita. E si coglie il fatto che ciò non è dovuto a fattori esterni, come spesso si dice nella vulgata populista, ma a problemi strutturali interni. «L’Italia – si dice nella premessa – da oltre 20 anni fatica a tenere il passo delle altre economie avanzate. (...) Dietro al ritardo italiano ci sono problemi strutturali noti, ma mai affrontati con sufficiente determinazione». Per superare questo stato di cose, occorre innanzitutto «concentrare gli sforzi sulla scuola, sugli studi superiori e professionalizzanti, sulla ricerca, sulla formazione». In secondo luogo, occorre «rimuovere i principali ostacoli che impediscono al Paese e al suo ricco tessuto imprenditoriale di crescere come sa e può fare. Questo vuol dire innanzitutto affrontare con determinazione alcune riforme essenziali: quella della giustizia civile e penale, per garantire (…) procedimenti snelli e processi rapidi; quella della Pubblica amministrazione…».

Questi temi – la bassa crescita dell’economia italiana e i fattori strutturali interni che la causano–vengono ripetuti quasi ossessivamente e informano la struttura dell’intero documento. I due pilastri della strategia europea – green new deal e digitalizzazione– vengono calati nella realtà italiana e diventano le leve per far uscire il Paese dalla sua lunga stagnazione e ridurre le molte disuguaglianze che la crisi ha messo a nudo.

Un altro punto chiave è l’esigenza di ridurre il rapporto debito/Pil. Al riguardo, nella parte del documento dedicata agli obiettivi generali del piano, si ripropone il grafico della Nadef in cui il rapporto debito/Pil, dopo l’impennata del 2020, ritorna al livello del 2019 nei prossimi dieci anni. E anzi si afferma che questo «piano di riduzione del debito potrà essere rivisto verso obiettivi ancora più ambiziosi».

Per molti anni il Programma nazionale di riforma ha ripetuto concetti molto simili. Su ogni documento vi erano le firme del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia e delle Finanze, e l’approvazione dell’intero governo; ma in gran parte restava lettera morta.

Per la prima volta, tuttavia, questi concetti sono stati sintetizzati in un documento strategico che guarda al futuro, e, soprattutto, ha già in dote le risorse finanziarie per la sua attuazione.

Anche nell’attuale documento, i ritardi dell’Italia sono supportati impietosamente da indicatori comparati dell’Ocse, della Banca mondiale e di altre organizzazioni internazionali. Si dirà che sono tutte cose note e scritte molte volte, e che manca il vero valore aggiunto, ovvero i piani concreti.

Tuttavia, la visione è importante, anche se – a scanso di equivoci – va detto che la visione è condizione necessaria ma non sufficiente per il successo del piano. Occorre che ci sia davvero il consenso politico nel Paese e che al vertice ci sia un personale politico, tecnico e amministrativo che si identifichi in quella visione, sappia tradurla in progetti e sia capace affrontare con successo la sfida della loro realizzazione.

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