AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùGli effetti del taglio deI parlamentari

Mini-riforme e ritocchi: cosa succede con la vittoria del Sì al referendum

Più forte l’asse Pd-M5s: ora avanti con l’uniformazione del sistema di elezione tra Camera e Senato, per la legge elettorale servirà invece più tempo

di Emilia Patta

Referendum e regionali: ecco le proiezioni

Più forte l’asse Pd-M5s: ora avanti con l’uniformazione del sistema di elezione tra Camera e Senato, per la legge elettorale servirà invece più tempo


4' di lettura

Il buon risultato del referendum confermativo sulla riforma costituzionale che taglia di un terzo il numero dei parlamentari - con i Sì che si avviano verso il 70 per cento man mano che procede lo spoglio reale - è sicuramente una boccata d’ossigeno per un M5s, e soprattutto per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per il resto in crisi di consenso e di identità dopo più di due anni di governo prima con la Lega e poi con il Pd.

Ma la vittoria dei Sì è un successo anche per il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che pur tra mille dubbi ha schierato ai primi di settembre il suo partito per il sì al taglio nonostante tre voti contrari su quattro in Parlamento e nonostante una forte resistenza interna (dai padri fondatori Romano Prodi e Walter Veltroni a dirigenti del calibro di Luigi Zanda, Gianni Cuperlo, Matteo Orfini).

La vittoria del Sì rafforza l’asse M5s-Pd

L’asse M5s-Pd almeno su questo fronte regge, e i democratici si attendono ora di veder ricambiato il loro appoggio alla battaglia storica pentastellata con qualche concessione sull’agenda di governo: dall’attivazione del Mes per ottenere i 37 miliardi di prestito agevolato per la sanità fino alle modifiche ai decreti sicurezza varati al tempo in cui Matteo Salvini sedeva al Viminale.

Gli effetti distorsivi del taglio...

Ma al di là della lettura politica del voto referendario, il taglio del numero dei parlamentari ha come si sa (ed è stato questo uno degli argomenti forti del fronte del No) ripercussioni dirette sul sistema di elezione e sul funzionamento delle due Camere. Per questo ora è più che mai urgente procedere con i “ritocchi” costituzionali voluti soprattutto dal Pd e che hanno cominciato a muovere i primi passi in Parlamento. Passare da 945 deputati a 600 impatta intanto sull’attuale legge elettorale, il Rosatellum, che prevede un 37% circa di collegi uninominali (il resto è un proporzionale con liste bloccate e sbarramento al 3%), che ora aumentano considerevolmente di dimensione con due effetti negativi per la rappresentanza: minore relazione dell’eletto con il territorio e aumento dei costi della campagna elettorale. Ed è questo uno dei motivi addotti dai fautori del ritorno al proporzionale puro.

Ma indipendentemente dall’esistenza o meno di collegi uninominali, l’altro effetto importante della diminuzione dei parlamentari è la riduzione della rappresentanza nelle regioni medie e piccole del Senato, dove per Costituzione l’elezione deve avvenire su base regionale: le regioni della dimensione delle Marche e della Basilicata, ad esempio, passerebbero da 7 seggi a 3,4 o 5 con la conseguenza che verrebbero rappresentate solo le prime due forze politiche.

COME CAMBIANO CAMERA E SENATO
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... e i rimedi costituzionali in campo

Per questo è necessario ora uniformare il più possibile la modalità di elezione nelle due Camere: da una parte permettendo il voto ai 18enni anche in Senato (ora si vota a 25 anni), in modo per altro da ridurre al minimo la possibilità di due maggioranze diverse come spesso avvenuto negli ultimi lustri. Questa riforma ha già passato il primo doppio sì da parte di Camera e Senato: come prevede la Costituzione, dopo una pausa “riflessiva” di tre mesi serve un’altra doppia lettura da parte del Parlamento. È atteso invece per la prima alla prova dell’Aula del Senato il 25 settembre prossimo il Ddl Fornaro, che elimina l’obbligo della base regionale per l’elezione del Senato permettendo la costituzione di circoscrizioni pluriregionali e inoltre riduce il numero dei delegati regionali chiamati ad eleggere il presidente della Repubblica in seduta comune per non sovrarappresentare i territori una volta ridotto il numero dei parlamentari.

Il nodo del bicameralismo paritario e la mossa del Pd

Piccole riforme, certo, ma che hanno il valore di uniformare il metodo di elezione di un Parlamento che resta improntato sul bicameralismo paritario eliminando quasi del tutto il rischio di risultato incerto per le elezioni politiche (ricordiamo tutti le elezioni del 2013, quando il Pd con la coalizione di centrosinistra ottenne il premio di maggioranza alla Camera ma non in Senato costringendo i partiti alla grande coaliizione Pd-Fi). Andranno poi riformati i regolamenti parlamentari: quorum per le votazioni, commissioni e molto altro. Certo, con queste mini-riforme risalterà ancora di più agli occhi l’anomalia italiana di due Camere elette allo stesso modo e che fanno le stesse identiche cose. Anche per questo il Pd, nel dare indicazione di voto ai suoi elettori in favore del referendum caro al M5s, ha posto pubblicamente l’esigenza di tornare a ragionale sul superamento del bicameralismo paritario con una differenziazione delle funzioni delle due Camere.

L’esigenza di coinvolgere l’opposizione

Nelle prossime settimane il Pd raccoglierà le firme su un testo di riforma in tal senso che introduce anche la sfiducia costruttiva come in Germania. Ma ci sono le condizioni politiche per avviare una riforma così complessa da qui alla fine della legislatura? Di certo bisognerebbe coinvolgere anche l’opposizione per evitare un nuovo referendum come quello del 2016 che affossò la “grande riforma” del Pd a guida renziana.

E la legge elettorale? Può attendere

Quanto alla legge elettorale, la scelta di un sistema proporzionale come quello sostenuto da Pd e M5s (è stato appena adottato il testo base in commissione Affari costituzionali sul testo che prevede la soglia di sbarramento al 5% con l’astensione di Italia Viva e sinistra di Leu, che ritengono la soglia troppo alta) è una scelta soprattutto politica, non dettata da ragioni “tecniche” derivanti dal taglio del numero dei parlamentari. Le perplessità dei due piccoli alleati di maggioranza sono un ostacolo non da poco, vista la fiera opposizione al ritorno al proporzionale del centrodestra a trazione salviniana. Può darsi che nelle prossime settimane si possa trovare un compromesso nella maggioranza su una soglia più bassa, al 3 o 4%. Ma il quadro politico deve ancora evolvere, a nostro avviso, per arrivare alla quadra sulla legge elettorale con la quale si tornerà al voto nel 2023.

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    Emilia Pattacapo servizio

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: storia dei partiti, teoria politica, diritto parlamentare, diritto costituzionale, sistemi elettorali

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