Interventi

La “voce della natura” e l’impatto sul sistema economico

di Piero Formica

3' di lettura

Una seconda ondata di pandemia ci porterà ad osservare le cose con occhi diversi da quelli di prima? Nella rappresentazione del Covid-19 è solo una comparsa Madre Natura che, invece, vorrebbe far sentire forte e chiara la sua voce. La scena: una caverna con dentro un feticcio da adorare. È il Pil. Viviamo della sua quantità che amiamo tanto da mettere tutto il resto in secondo piano.

Oggi, Johann Wolfgang Goethe si troverebbe costretto a ripetere che la natura è selvaggina da catturare. Tra il 1961 e i giorni nostri, dal bel mezzo della espansione economica del secondo dopoguerra alla globalizzazione degli anni 2000, il carico umano sulla natura è aumentato di circa 2,5 volte in termini di popolazione e di 7 volte se misurato con il Pil a prezzi costanti. Al peso demografico ed economico va sommata la ponderosità della tecnologia accompagnata da una super-specializzazione esagerata. La corsa che si vorrebbe fosse infinita per la quantità va incontro al limite della biosfera che gravata di un fardello eccessivo non riuscirebbe più a sostenerci.

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È allora indispensabile far salire l’economia sulla bilancia ambientale per una valutazione qualitativa di conformità delle iniziative umane alla salvaguardia della natura. È altrettanto vitale promuovere una generazione di pensatori e ideatori poliedrici, quei polymath che avendo imparato molto familiarizzando con diversi campi di studio hanno una mente aperta alla risoluzione creativa dei problemi complessi.

Giunge limpida e comprensibile la voce della natura nell’estate con il suono delle api che ronzano, la ricca fioritura di una varietà di specie floreali e stormi di uccelli che volteggiano in cielo. Quella voce ci dice che per la maggior parte del cibo che mangiamo dipendiamo dagli insetti impollinatori. Owen Gaffney, co-fondatore del Future Earth Media Lab, scrive che dall’impollinazione da parte di api, farfalle e altri animali dipende quasi il 90% delle specie di piante selvatiche e oltre il 75% delle colture che usiamo per il cibo. Si stima che il valore economico annuo degli impollinatori sia tra i 235-577 miliardi di dollari. Dal 1961, il volume della produzione agricola attribuibile agli impollinatori è aumentato del 300%. Anche per produzioni come quella del caffè per il quale nel passato si riteneva trascurabile il ruolo delle alpi e altri impollinatori, l'effetto impollinazione non solo interviene sulla quantità, alzandola di circa 10-20%, ma contribuisce anche al miglioramento della sua qualità, come dimostra il Global Coffee Report.

È trascorso quasi mezzo secolo da quando Il biologo francese Jean Rostand così si esprimeva, nel corso di un'intervista rilasciata al giornalista italiano Ugo Ronfani: “Noi biologi sappiamo che ogni attacco contro la natura è anche un attacco contro l'uomo, un attentato al suo patrimonio genetico. La scoperta tecnica più mirabolante di questi dieci anni non vale la scomparsa di cento specie di animali. Non c'è progresso se non si rispetta l'equilibrio fra ritmi naturali e scoperte scientifiche”. Allora, l'umanità farà buon uso della nuova pandemia ingegnandosi per il buon uso del progresso? La terza età volgerà in altra età non più segregata in spazi che si sono rivelati recettori di virus e incubatori di gravi malanni e disturbi esistenziali, spazi che la scrittrice Simon de Beauvoir definì “Terzo Mondo a domicilio”?

Sul fronte della natura, assistiamo alla perdita di biodiversità, ai cambiamenti climatici e al manifestarsi di successive ondate virali. È maturo il tempo per rendersi conto che l'enfasi sull'economia come scienza “dura” asservita a misure da applicare a quantità sempre maggiori di commercio e di consumo da parte di individui che mirano esclusivamente all'interesse personale ha distaccato l'umanità dalla natura.

piero.formica@gmail.com

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