addii

La voce di Sacco e quella del Sud

di Giuseppe Lupo

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3' di lettura

Possedeva una voce inconfondibile Leonardo Sacco, intellettuale e giornalista scomparso ieri a Matera all'età di 94 anni: una voce gracchiante come quella delle Muse che il poeta-ingegnere Leonardo Sinisgalli aveva incontrato in Lucania, nel lontano 1939, dalle parti di Montemurro. E non si trattava delle divinità tradizionali, ma di esseri arcaici e rupestri, sgraziati nell'eloquio, anche se originali, simili a mostri dalla forma di uccelli selvatici, abituati a mangiare ghiande e a stare appollaiati tra le foglie delle querce. Non è sicuro che Leonardo Sacco condividesse le scelte letterarie di Sinisgalli, però dall'immagine di queste Muse aveva ereditato lo spirito dissacrante, l'agire contromano, perfino il loro essere inascoltato: Sinisgalli credeva nella civiltà delle macchine anziché della terra, Sacco non credeva nell'una come nell'altra.

Era leviano e antileviano nello stesso tempo, perennemente in bilico tra entusiasmo e disincanto, un po' maestro miscredente e un po' Cassandra inconsapevole. Su di lui gravava il rischio di cosa avesse significato essere intellettuale negli anni cruciali di un Mezzogiorno al bivio tra sacche di “contadinismo” e slanci nella modernità, tanto più che la sua vicenda si lega indissolubilmente alla presenza di Adriano Olivetti a Matera, alla scommessa di una visione economica che desse un futuro alle aree interne di quel mondo in fuga. Sacco è stato per decenni l'interlocutore di un olivettismo riscritto non tanto sul vocabolario industriale (come stava accadendo, nel cuore degli anni Cinquanta, per il progetto olivettiano di Pozzuoli), piuttosto sull'acquisizione di un mondo profondo e subalterno (che per semplificazione chiamiamo contadino, ma che comprende anche il paradigma artigianale) dentro il palinsesto della Storia, nei ranghi cioè di una discussione che vantava almeno un secolo di dibattito: a cominciare dall'inchiesta Jacini del 1884 al viaggio di Zanardelli del 1902, culminato con la legge speciale di due anni dopo, fino a Carlo Levi, a Ernesto De Martino, a Manlio Rossi Doria, alla riforma agraria degli anni Cinquanta. Sacco radunava queste esperienze ma non mostrava adesione ad alcuna. Era restio a credere che la soluzione al ritardo del Mezzogiorno fosse dentro un tipo di legislazione che assecondava il carattere rassegnato di un popolo e fosse dunque una sorta di elargizione, sia pure nelle più limpide intenzioni assistenziali.

Per il Sud occorrevano altri metodi, soprattutto un disciplinare che prevedesse il peso della cultura nei progetti di sviluppo, così come richiedeva il piano di Olivetti che tra Pozzuoli e Matera - tra etica di fabbrica ed etica del vicinato - non operò una scelta precisa, preferendo rimanere fermo al bivio e coltivarle entrambe, pensando a una sintesi. Probabilmente gli esiti futuri, consumati in anni a noi più recenti, non avrebbero dato ragione alla visione olivettiana: Pozzuoli avrebbe subito un tipo di destino comune a qualsiasi polo industriale nel Mezzogiorno, cioè la chiusura, l'esperienza di Matera invece avrebbe sancito una vittoria alla lunga distanza, ma non nei termini indicati da chi progettò il villaggio La Martella. Nel teorema con cui Leonardo Sacco affrontava il dibattito sulle sorti di un meridionalismo poco favorevole alla lezione del rinnovamento andrebbe riconosciuta una estrema coerenza, probabilmente anche una specie di rigidità. Posto di fronte alla necessità di allargare la nozione di Meridione nella categoria di universo meridiano, Leonardo Sacco è come se si fosse fermato a un passo dalla meta, quasi non ne avesse intuito la radicale metamorfosi, continuando a coltivare a oltranza un'eredità liberale-gobettiana, un istinto da “terza via”. Ciò può già essere indicativo di un atteggiamento che probabilmente lo stesso Olivetti avrebbe sconfessato: comprendere quanto sia cambiato il significato che noi adesso attribuiamo al termine Mezzogiorno non è soltanto una maniera per ritrovare nuovi paradigmi interpretativi, ma anche un metodo per dare profondità a un tema che, rimanendo nei confini stretti delle aree interne, rischierebbe di sclerotizzarsi, perdendo definitivamente il suo aggancio con le rotte del contemporaneo.

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