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La volatilità dell’energia affonda anche i trader, uno su cinque a rischio

«I fornitori sono strozzati da un problema di liquidità: dobbiamo acquistare dai produttori a prezzi 15 volte superiori 2-3 mesi prima rispetto a quando incassiamo dai clienti», spiega l’Associazione italiana di grossisti di energia e trader

di Sara Deganello

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3' di lettura

«Senza interventi sul mercato del gas e dell’energia, a rischio default un fornitore su cinque. La liberalizzazione farebbe un passo indietro di 20 anni, con maggiore concentrazione e prezzi più alti». A fare questa stima è Aiget, l’Associazione italiana di grossisti di energia e trader che rappresenta aziende del settore come Edison, Hera, Engie, Edf, E.On, Iberdrola, Axpo, per citarne alcune, con esclusione degli ex monopolisti Enel ed Eni. Alcune sono soggette alla tassa sugli extra profitti; per altre è già iniziata una stagione d’incertezza.

«I fornitori sono strozzati da un problema di liquidità: dobbiamo acquistare dai produttori a prezzi 15 volte superiori 2-3 mesi prima rispetto a quando incassiamo dai clienti. Per molti è uno stress finanziario senza precedenti e rischia di esser insostenibile», spiega il presidente dell’associazione, nonché ad di Wewiki, Massimo Bello. «C’è il rischio poi di uscire dai contratti di fornitura, mettendo i consumatori nella condizione di doverne cercare di nuovi, a condizioni peggiori», aggiunge, visto che da almeno un trimestre è impossibile trovare offerte a prezzo fisso.

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A febbraio la commissaria Ue, Kadri Simson, «pur non disponendo di una panoramica completa» dava notizia di «23 casi di default» in Europa: da Green Network a Interconsult.

«Quando i prezzi schizzano in alto, i fornitori non riescono ad avere liquidità per acquistare», sottolinea Bello: «È necessario velocizzare le garanzie Sace messe in campo dal governo attraverso meccanismi automatici con le banche. Snam e Gse stanno facendo stoccaggio su mandato dello stesso esecutivo perché il mercato non riesce a farlo. Bisognerebbe individuare un sistema per cui quando arriva l’inverno possano cedere gas con meccanismi di pagamento e garanzia agevolati, sempre per garantire liquidità».

Gli strumenti di copertura tradizionalmente utilizzati dalle aziende non sono riusciti a far fronte a valori del gas oltre i 300 euro al MWh e dell’energia oltre i 700 euro al MWh. Spiega infatti Bello: «Il 60% del consumo di un cliente è stabile, prevedibile. È tipicamente la quota che i fornitori coprono attraverso contratti di tipo swap. Un 20-30% invece è la parte di consumo variabile, influenzata da molti fattori: clima, ferie, scioperi. C’è poi un ulteriore 10% che sono i cosiddetti “sbilanciamenti” ovvero la parte più imprevedibile del consumo energetico, legata alle variazioni e agli imprevisti dell’ultima ora: si rompe l’impianto del cliente e devo prendere quell’energia e restituirla a Terna, per esempio. Posso anche aver venduto un contratto a 100 euro ma se nel variabile poi mi costa 500 è un problema. Inoltre i contratti swap vengono fatti a meno di un anno, e già l’anno scorso il prezzo aveva cominciato salire. Infine c’è da mettere in conto che con differenziali così alti tra il prezzo concordato e quello di mercato, le controparti chiedono un margin call, un deposito finanziario che certifichi la capacità di onorare il contratto. E si ritorna al problema della liquidità».

Anche il divieto agli operatori di modificare i prezzi delle forniture introdotto nel Decreto Aiuti Bis, visto in questa prospettiva, può essere una criticità. Secondo Bello «il vero focus dovrebbe essere quello di abbassare il prezzo dell’energia. Con un tetto al gas. O identificando un compromesso con i produttori di rinnovabili, cercando accordi con prezzo incentivante stabile nel lungo periodo, evitando remunerazioni a prezzi impazziti».

Il Cerved conferma la sofferenza del comparto già nel primo semestre 2022, come osserva Antonio Angelino, responsabile Research, sulla base dell’ultimo Osservatorio Rischio Imprese di luglio: «Avevamo notato come il settore energetico, in un’accezione estesa, avesse registrato un aumento di mancati pagamenti nel primo semestre. Abbiamo rilevato un aumento di quota di imprese a rischio di defaut dal 13,8 del 2021 al 15% del 2022. Le imprese che mostrano diversi indicatori di fragilità passano invece dal 29% del 2021 al 30,6% del 2022. Vuol dire che il 45,6% della filiera presenta una situazione non solida».

Si osservano situazioni di maggiore incertezza per le aziende che operano nella vendita di energia e gas e, in ambito combustibile, nella raffinazione dei prodotti petroliferi. «È un mercato popolato da giganti che ribaltano tutti i rincari a valle, e quindi riescono a fare extra profitti, e imprese medie e piccole che devono fare i conti con la concorrenza, soprattutto nella vendita, e sono in questa fase penalizzate dai rincari che non riescono a scaricare completamente. Con peggioramento dell’outlook di rischio», conclude Angelino.

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