ilegge di bilancio

«Digital tax va rivista, non è equa»: così la manovra prova a salvare i piccoli del web

L’imposta è prevista nel decreto fiscale edentrerà subito in vigore il 1 gennaio, senza bisogno di norme attuative, quando scatterà una aliquota del 3% sui ricavi dei giganti del web

di Marzio Bartoloni


Lo slalom dei giganti web, in Italia solo 64 mln tasse

3' di lettura

Prevista nelle manovre degli ultimi 5 anni e poi mai attuata, questa volta la web tax sembra pronta ad andare in porto con la legge di bilancio scattando dal 1 gennaio, senza bisogno di norme attuative, con una aliquota del 3% sui ricavi. Ma il relatore alla manovra, Dario Stefano (Pd) non è convinto - «va rivista, così non è equa», dice - e spinge per modificarla in extremis concentrando l’imposta soltanto sui ricavi da servizi digitali. L’emendamento ancora non c’è ma l’obiettivo sembra quello di voler “salvare” così le piccole aziende che si appoggiano ai colossi del web (da Amazon a Ebay)

Web tax «da rivedere, non è equa»
«La web tax è legittima quando persegue l’obiettivo di colpire le multinazionali della digital economy che sfuggono da tempo al fisco italiano. È ingiusta quando colpisce nello stesso modo le imprese nel volume complessivo di ricavi e non solo quelli derivanti da servizi digitali. È necessario un intervento di modifica della norma, che consenta di recuperare anche l'obiettivo di equità fiscale». Questa la linea del senatore Pd Dario Stefano, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama, e relatore di maggioranza alla manovra. Che punta a introdurre una modifica non di poco conto per fare in modo appunto che ad essere colpiti siano solo i ricavi per servizi digitali realizzati dai colossi del web. Il ritocco comunque non appare tanto scontato visto che il Governo attende 708 milioni di gettito nel 2020 dalla nuova imposta e quindi ogni modifica sarà valutata nel suo impatto.

Cosa prevede la norma
La norma con la web tax prevede, nel suo testo di ingresso, un’aliquota del 3% sui ricavi da applicare ai soggetti che prestano servizi digitali e che hanno un ammontare complessivo di ricavi non inferiore a 750 milioni e un ammontare di ricavi derivanti dalla prestazione di servizi digitali non inferiore a 5,5 milioni. Le soglie vanno calcolate rispetto ai ricavi conseguiti l’anno precedente. La tassa dovrà essere versata entro il 16 marzo, mentre la presentazione della dichiarazione annuale dell'ammontare dei servizi tassabili forniti dovrà avvenire entro il 30 giugno dello stesso anno. Come detto il gettito atteso dal Governo è di 708 milioni, 108 milioni aggiuntivi rispetto a quanto si prevedeva di incassare con la web tax prevista nella manovra dell’anno precedente.

Nel 2018 solo 64 milioni di gettito
Ma quante tasse pagano i giganti del web in Italia? Anche nel 2018 questi colossi mondiali con una filiale nel nostro Paese hanno lasciato al fisco italiano le briciole: 64 milioni di euro è il saldo di quanto versato da 15 società WebSoft secondo la recente analisi di R&S Mediobanca, a cui si aggiungono i 12,5 milioni di Apple, non inclusa nel campione. Amazon ha pagato 6 milioni, Microsoft 16,5 milioni, Google 4,7 milioni, Oracle 3,2 milioni, Facebook 1,7 milioni, Uber 153 mila euro e Alibaba 20 mila euro. Il meccanismo utilizzato dalle big tech per risparmiare sulle tasse è sempre lo stesso, quello di spostare il fatturato delle controllate italiane in Paesi deve le aliquote fiscali sono basse, continuando a trovare più conveniente pagare centinaia di milioni in transazioni - come hanno fatto Google nel 2017 (306 milioni), Apple nel 2015 (318 milioni), Amazon nel 2017 (100 milioni) e Facebook nel 2018 (100 milioni) - anziché fatturare nel nostro Paese il giro d'affari riferibile ai clienti italiani.

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