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La zampata del Coronavirus non ha annullato la quotabilità in Borsa delle Pmi

Nonostante la crisi in Italia ci sono oltre 2mila imprese con le carte in regola per entrare in Piazza Affari. Se lo facessero tutte la capitalizzazione della Borsa crescerebbe di 71 miliardi

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(Imagoeconomica)

Nonostante la crisi in Italia ci sono oltre 2mila imprese con le carte in regola per entrare in Piazza Affari. Se lo facessero tutte la capitalizzazione della Borsa crescerebbe di 71 miliardi


3' di lettura

La zampata del coronavirus Sars-Cov2 e l'ondata di contagi Covid-19 hanno lasciato ferite profonde sul tessuto economico nazionale ma non hanno intaccato il “fattore Q” delle piccole e medie imprese, vale a dire il loro “indice di quotabilità” sui listini di Piazza Affari. Lo rivela uno studio della Banca d'Italia secondo il quale la pandemia avrebbe ridotto solo del 20-25% il numero di PMI non finanziarie con i requisiti in regola per la quotazione, calcolato in 2.800 prima della crisi.

Lo studio prende le mosse dalle caratteristiche delle 88 imprese italiane ammesse al mercato AIM Italia, il segmento aperto nel 2009 da Borsa Italiana per stimolare la quotazione delle imprese minori, per poi individuare il profilo medio di un'impresa non finanziaria di piccole e medie dimensioni che decidesse di quotarsi. Con simulazioni sui bilanci aziendali 2020 (che contengono gli effetti della prima ondata pandemica) e analoghe stime per il 2021, si arriva alla conclusione che il numero delle imprese quotabili rimarrebbe superiore a duemila anche a inizio 2021, nonostante gli effetti della crisi sanitaria.Se tutte queste imprese dovessero effettivamente quotarsi - ipotesi del tutto teorica vista la tradizione nazionale di ricorrere prevalentemente al finanziamento bancario - la capitalizzazione del mercato italiano crescerebbe di 71 miliardi nello scenario base e 68 miliardi nello scenario negativo, con un incremento di circa 4 punti percentuali in rapporto al Pil (dal 36 per cento alla fine del 2019).

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Mercato più a portata di PMI

Tra il 2009 e il 2019 sui mercati di Borsa Italiana si sono quotate 237 nuove imprese, di cui oltre i tre quarti sul listino AIM Italia. Come è noto la propensione alla quotazione delle società italiane è molto bassa se confrontata con le dinamiche di altri paesi dove è più diffusa la raccolta di capitale di rischio. Basti ricordare che Il rapporto tra capitalizzazione di mercato e Pil in Italia a fine 2019 era al 36%, mentre superava il 100% in Francia e nel Regno Unito ed era oltre il 50% in Germania. Nell'ultimo decennio diverse misure legislative come l'Aiuto alla crescita economica (ACE) del 2011, che ha ridotto lo svantaggio fiscale del capitale di rischio rispetto al debito, oppure la possibilità concessa alle società non quotate di emettere azioni a voto plurimo e di conservarle anche in caso di successiva quotazione, hanno contribuito a smuovere le acque. Nel 2018 è poi arrivato il credito di imposta del 50% sui costi sostenuti per le offerte pubbliche iniziali (IPO) e il numero di ammissioni è effettivamente cresciuto nel tempo, fino a raggiungere nel 2019 il picco di 35 nuove imprese. Nell'analisi si fa ricorda come la liquidità sia aumentata nel corso degli anni, favorita dalla crescita del mercato e dall'introduzione nel 2017 dei Piani Individuali di Risparmio (PIR), forme di investimento incentivate fiscalmente che veicolano il risparmio privato verso le PMI. E anche se la media degli scambi giornalieri sull'AIM rimane molto più bassa di quella del mercato principale (11,6 milioni rispetto a 2,2 miliardi di euro nel 2019), la sua crescita annuale è significativa, con tassi intorno al 20 per cento negli ultimi due anni.

Una polarizzazione pericolosa

È in questo contesto che l'analisi sull'impatto della pandemia sulla quotabilità futura delle aziende assume un rilievo particolare, proprio perché le PMI sono sicuramente più vulnerabili in situazioni di mercato particolarmente avverse. In un altro studio Bankitalia di qualche settimana fa, poi ripreso nel Rapporto sulla stabilità finanziaria di fine novembre, si indicava in circa 100mila PMI il numero di società a rischio default, con un fabbisogno di liquidità di almeno 33 miliardi. All'estremo opposto di questa platea si trovano, evidentemente, le 2mila imprese che secondo questa nuova analisi restano invece pronte per l'eventuale quotazione. Una polarizzazione con cui si dovrà fare i conti una volta usciti dalla crisi. La seconda Indagine Istat sui profili strategici e operazioni delle imprese italiane, effettuata tra ottobre e novembre nel pieno della seconda ondata di contagi, individua circa 250mila società (con 6,5 milioni di addetti e una capacità produttiva pari a 474 miliardi in termini di valore aggiunto - molto proattive e in grado di rielaborare velocemente le proprie attività e rilanciare gli investimenti. Mentre sul fronte opposto ci sono 291mila aziende minori (dimensione media 6 addetti, impiegano in totale 1,8 milioni di dipendenti ed esprimo un valore aggiunto di 62 miliardi - che potrebbero invece soccombere, non avendo ancora messo in campo una strategia per resistere alla crisi e affrontare il dopo.


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