STORIA DELLA MODA

Lacci, legacci, allacci da collezione: quello che ancora non sapete del corsetto

Ha modellato la vita delle donne per secoli. Ora è tra gli accessori capaci di raccontare la rivoluzione estetica sviluppatasi attorno al corpo femminile.

di Laura Leonelli

“Charles James Dresses, New York” (1948), Cecil Beaton, stima di 5.000 - 7.000 $, venduta da Phillips nella stessa asta del giugno 2020.

9' di lettura

Un pegno così e non c'erano dubbi. Se mai uomo inglese alla corte di Elisabetta I avesse ricevuto in dono una stecca di balena, si sarebbe precipitato ai piedi della donna amata. Dopo mesi di regali, sonetti, fazzoletti, occhiate furtive dietro alberi, colonne e tende di velluto, finalmente la signora del cuore aveva capitolato e insieme ai nastri del pudore aveva sciolto quelli del suo corsetto, la corazza da cui proveniva la famosa stecca. Il busto, in inglese stays, termine che deriva dal francese estayer, supporto, era rimasto sul bordo del letto qualche ora, ma dopo l'ultimo bacio, dopo l'ultimo sospiro era tornato a sigillare le carni, aveva stretto le costole, e, una cinghia dopo l'altra, aveva spostato l'ordine degli organi interni per impedire al corpo di assumere e mantenere la forma che natura gli aveva offerto.

“Mainbocher Corset (Mme. Bernon)”, Parigi (11 agosto 1939), Horst P. Horst, venduta per 10.000 $ da Phillips, asta del

Per almeno cinque secoli, da quando Caterina de' Medici lo aveva introdotto in Francia – ma potremmo risalire alle divinità cretesi del 2000 a.C. che strizzate in un bustino, seno di fuori, agitavano in aria un paio di serpenti – il corsetto ha riscritto letteralmente la vita delle donne, e insieme a noi di qualche dandy capriccioso, riducendo il medesimo punto vita a una minuscola circonferenza. In pratica una strozzatura, che qualche anima crudele ha voluto paragonare a quella di una clessidra. Fossimo state più libere di gestire la sabbia del nostro tempo, più libere dalla tirannia dello sguardo maschile che ci voleva corolle di uno stelo esilissimo a qualunque età, avremmo gettato il busto alle ortiche, come ci suggeriva alla fine dell'Ottocento Elizabeth Stuart Phelps, scrittrice e femminista.

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“Dovima under the EI, Dior”, New York (1956), William Helburn, venduta per 7.500 $ da Phillips, asta del 18-25 giugno 2020 a New York.

Avessimo preferito una voce maschile, tanto per ubbidire meglio, avremmo potuto ascoltare Thomas Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, che all'ingresso dell'America nel primo conflitto mondiale chiese alle compatriote di rinunciare al corsetto, e così fu, e con le 28 milioni di tonnellate di acciaio risparmiate dalla fabbricazione delle stecche, allora in metallo, vennero costruite due navi da guerra.

“Boulevard de Strasbourg, corsets”, Parigi (1912), Eugène Atget, stampa proveniente dalla collezione di Tristan Tzara, battuta a 509.000 $da Sotheby's New York nel 2014.

Poteva essere la volta buona, e invece con il ritorno della pace ci siamo di nuovo imbustate. E per fortuna, perché altrimenti non esisterebbero le magnifiche fotografie di questa collezione, che a dispetto del tema, i corsi e i ricorsi del corsetto, è dedicata non solo agli uomini, che sono feticisti per indole – chi di noi ha mai detto, come Goethe, una frase simile: “Portatemi uno scialle che ha coperto il suo petto, un nastro che appartiene alla mia amata” – ma anche alle donne. Se, infatti, il bustino è tornato di moda, il merito è nostro. E non è il solito masochismo, questa volta è potere. Al femminile.

“Audrey Hepburn with Flowers II”, Roma (1955), Norman Parkinson, venduta per 7.500 $ da Phillips nel giugno 2020.

I surrealisti, i più misogini tra gli artisti del Novecento, avevano capito benissimo che stava succedendo qualcosa di irreparabile e il canto del cigno del corsetto ancien régime spetta a una delle più belle immagini di Eugène Atget howardgreenberg.com , quei manichini fantasma che, in un biancore latteo già d'oltretomba, oscillavano al vento di Boulevard de Strasbourg, a Parigi. Nel 1926 André Breton aveva pubblicato la fotografia sul numero di giugno de La Révolution Surréaliste, a commento di un sogno erotico di Marcel Noll. Tristan Tzara, che abitava a pochi metri dallo studio di Atget al 17bis di rue Campagne-Première – e nella stessa strada viveva Man Ray – ne possedeva una copia, che qualche anno fa è stata battuta per più di 500mila dollari da Sotheby's .

“Corset”, New York (1962), Jeanloup Sieff, venduta per 10.625 $ da Phillips nel 2017 a New York.

Ma perché è così importante quest'immagine di inizio secolo nell'evoluzione del corsetto e della fotografia che lo ritrae? Perché nel giro di poco tempo le donne si sarebbero trovate a un bivio: gettare la corazza e scegliere gli abiti-chemisier di Paul Poiret, e qualche anno dopo i modelli di Gabrielle Chanel, che senza busto respirava a pieni polmoni l'aria più pura e lussuosa d'alta montagna, quella del Kulm Hotel di St. Moritz, dove amava soggiornare d'inverno; oppure tenersi stretto il corset, che significa “corpo” in francese antico, e amarlo a tal punto da esibirlo con l'orgoglio della nuova amazzone. Era quella la nuova divisa per scendere nel regno clandestino di un feticismo, che almeno nella Parigi anni Trenta manteneva una certa eleganza salottiera.

“Yva Richard”, Parigi (1930 ca.), Studio Biederer.

Sulla pelle chiarissima delle signore sadomaso comparve allora un'altra pelle, nera, di morbidissimo capretto o di vernice scintillante. Attenzione quindi a non sbagliare: il Mainbocher Corset, ritratto magistralmente da Horst P. Horst horstphorst.com nel 1939, ultima fotografia prima di lasciare Parigi e fuggire a New York, non appartiene a questa genia sotterranea, eversiva, rivoluzionaria, e diciamolo, anche cattiva. Troppo candido, troppa seta. Troppo buono.

“Madonna II”, San Pedro (1990), Herb Ritts.

La vera musa del corsetto libertino, che ha fatto di ogni donna una domina e una dominatrix, è Yva Richard, Nativa all'anagrafe, che insieme al marito Richard L. apre il primo atelier di couture e lingerie fetish nel 1920, a Parigi. La sua è l'Ève moderne, bionda, carnale, come annuncia sulle inserzioni pubblicitarie. A ritrarla in un bustier di pelle nera, tacchi alti, ghette che abbracciano le cosce e tra le mani un frustino di cuoio, sono i fratelli Jacques e Charles Biederer , massimi interpreti della cultura sadomaso che percorre la capitale francese dalla fine degli anni Venti fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Poi, altri rumori e non è più tempo di giocare alla violenza.

“Le Chaman” (ca. 1968), Pierre Molinier, fotomontaggio, pezzo unico, tutti parte della Collezione Ettore Molinario.

Eppure basta seguire Yva nelle sue trasformazioni, così felice del suo corpo e del desiderio che suscita, per intuire come questa guerriera dagli occhi azzurri sia la madre eletta di Madonna, ritratta da Herb Ritts in bustino nero e poi avvolta dall'ormai celebre corsetto rosa disegnato da Jean Paul Gaultier per il tour Blond Ambition del 1990. E che l'erotismo moderno, da Helmut Newton a Jeanloup Sieff , da Pierre Molinier a Ellen von Unwerth, sia in debito con l'immaginario feticista degli anni Venti e Trenta, lo ha intuito Ettore Molinario , uno dei più originali collezionisti italiani, che con lungimiranza ha avviato un dialogo profondo tra i maestri della sua raccolta, dedicata alle metamorfosi dell'identità di genere. Maestri celebri e meno conosciuti, maestri sempre, che hanno reso omaggio al lato bizarre in ognuno di noi.

Una foto anonima del 1910, dalla Collezione Ettore Molinario.

Per chi forse è meno coraggioso e preferisce nascondere pudicamente il corsetto sotto il vestito, la scelta delle fotografie è infinita, da una delicatissima Audrey Hepburn in versione Norman Parkinson, alle fanciulle di Cecil Beaton , fino a Lillian Bassman , che reinventa la silhouette di Mary Jane Russell vestita da Paul Sachs. La guêpière c'è, ma non si vede. Che peccato, avrebbero detto in moltiUn pegno così e non c'erano dubbi. Se mai uomo inglese alla corte di Elisabetta I avesse ricevuto in dono una stecca di balena, si sarebbe precipitato ai piedi della donna amata. Dopo mesi di regali, sonetti, fazzoletti, occhiate furtive dietro alberi, colonne e tende di velluto, finalmente la signora del cuore aveva capitolato e insieme ai nastri del pudore aveva sciolto quelli del suo corsetto, la corazza da cui proveniva la famosa stecca. Il busto, in inglese stays, termine che deriva dal francese estayer, supporto, era rimasto sul bordo del letto qualche ora, ma dopo l'ultimo bacio, dopo l'ultimo sospiro era tornato a sigillare le carni, aveva stretto le costole, e, una cinghia dopo l'altra, aveva spostato l'ordine degli organi interni per impedire al corpo di assumere e mantenere la forma che natura gli aveva offerto.

“Mary Jane Russell in a dress by Paul Sachs and hat by Lily Daché at Le Pavillon”, New York (1950), Lillian Bassman, venduta per 6.250 $ da Phillips nel giugno 2020.

Per almeno cinque secoli, da quando Caterina de' Medici lo aveva introdotto in Francia – ma potremmo risalire alle divinità cretesi del 2000 a.C. che strizzate in un bustino, seno di fuori, agitavano in aria un paio di serpenti – il corsetto ha riscritto letteralmente la vita delle donne, e insieme a noi di qualche dandy capriccioso, riducendo il medesimo punto vita a una minuscola circonferenza. In pratica una strozzatura, che qualche anima crudele ha voluto paragonare a quella di una clessidra. Fossimo state più libere di gestire la sabbia del nostro tempo, più libere dalla tirannia dello sguardo maschile che ci voleva corolle di uno stelo esilissimo a qualunque età, avremmo gettato il busto alle ortiche, come ci suggeriva alla fine dell'Ottocento Elizabeth Stuart Phelps, scrittrice e femminista.

Avessimo preferito una voce maschile, tanto per ubbidire meglio, avremmo potuto ascoltare Thomas Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, che all'ingresso dell'America nel primo conflitto mondiale chiese alle compatriote di rinunciare al corsetto, e così fu, e con le 28 milioni di tonnellate di acciaio risparmiate dalla fabbricazione delle stecche, allora in metallo, vennero costruite due navi da guerra.

Poteva essere la volta buona, e invece con il ritorno della pace ci siamo di nuovo imbustate. E per fortuna, perché altrimenti non esisterebbero le magnifiche fotografie di questa collezione, che a dispetto del tema, i corsi e i ricorsi del corsetto, è dedicata non solo agli uomini, che sono feticisti per indole – chi di noi ha mai detto, come Goethe, una frase simile: “Portatemi uno scialle che ha coperto il suo petto, un nastro che appartiene alla mia amata” – ma anche alle donne. Se, infatti, il bustino è tornato di moda, il merito è nostro. E non è il solito masochismo, questa volta è potere. Al femminile.

I surrealisti, i più misogini tra gli artisti del Novecento, avevano capito benissimo che stava succedendo qualcosa di irreparabile e il canto del cigno del corsetto ancien régime spetta a una delle più belle immagini di Eugène Atget howardgreenberg.com , quei manichini fantasma che, in un biancore latteo già d'oltretomba, oscillavano al vento di Boulevard de Strasbourg, a Parigi. Nel 1926 André Breton aveva pubblicato la fotografia sul numero di giugno de La Révolution Surréaliste, a commento di un sogno erotico di Marcel Noll. Tristan Tzara, che abitava a pochi metri dallo studio di Atget al 17bis di rue Campagne-Première – e nella stessa strada viveva Man Ray – ne possedeva una copia, che qualche anno fa è stata battuta per più di 500mila dollari da Sotheby's www.sothebys.com.

Ma perché è così importante quest'immagine di inizio secolo nell'evoluzione del corsetto e della fotografia che lo ritrae? Perché nel giro di poco tempo le donne si sarebbero trovate a un bivio: gettare la corazza e scegliere gli abiti-chemisier di Paul Poiret, e qualche anno dopo i modelli di Gabrielle Chanel, che senza busto respirava a pieni polmoni l'aria più pura e lussuosa d'alta montagna, quella del Kulm Hotel di St. Moritz, dove amava soggiornare d'inverno; oppure tenersi stretto il corset, che significa “corpo” in francese antico, e amarlo a tal punto da esibirlo con l'orgoglio della nuova amazzone. Era quella la nuova divisa per scendere nel regno clandestino di un feticismo, che almeno nella Parigi anni Trenta manteneva una certa eleganza salottiera.

Sulla pelle chiarissima delle signore sadomaso comparve allora un'altra pelle, nera, di morbidissimo capretto o di vernice scintillante. Attenzione quindi a non sbagliare: il Mainbocher Corset, ritratto magistralmente da Horst P. Horst horstphorst.com nel 1939, ultima fotografia prima di lasciare Parigi e fuggire a New York, non appartiene a questa genia sotterranea, eversiva, rivoluzionaria, e diciamolo, anche cattiva. Troppo candido, troppa seta. Troppo buono.

La vera musa del corsetto libertino, che ha fatto di ogni donna una domina e una dominatrix, è Yva Richard, Nativa all'anagrafe, che insieme al marito Richard L. apre il primo atelier di couture e lingerie fetish nel 1920, a Parigi. La sua è l'Ève moderne, bionda, carnale, come annuncia sulle inserzioni pubblicitarie. A ritrarla – nella foto in alto a destra – in un bustier di pelle nera, tacchi alti, ghette che abbracciano le cosce e tra le mani un frustino di cuoio, sono i fratelli Jacques e Charles Biederer biedererstudio.com , massimi interpreti della cultura sadomaso che percorre la capitale francese dalla fine degli anni Venti fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Poi, altri rumori e non è più tempo di giocare alla violenza.

Eppure basta seguire Yva nelle sue trasformazioni, così felice del suo corpo e del desiderio che suscita, per intuire come questa guerriera dagli occhi azzurri sia la madre eletta di Madonna, ritratta da Herb Ritts www.staleywise.com in bustino nero e poi avvolta dall'ormai celebre corsetto rosa disegnato da Jean Paul Gaultier per il tour Blond Ambition del 1990. E che l'erotismo moderno, da Helmut Newton a Jeanloup Sieff jeanloupsieff.com , da Pierre Molinier www.staleywise.com a Ellen von Unwerth, sia in debito con l'immaginario feticista degli anni Venti e Trenta, lo ha intuito Ettore Molinario www.collezionemolinario.com , uno dei più originali collezionisti italiani, che con lungimiranza ha avviato un dialogo profondo tra i maestri della sua raccolta, dedicata alle metamorfosi dell'identità di genere. Maestri celebri e meno conosciuti, maestri sempre, che hanno reso omaggio al lato bizarre in ognuno di noi.

Per chi forse è meno coraggioso e preferisce nascondere pudicamente il corsetto sotto il vestito, la scelta delle fotografie è infinita, da una delicatissima Audrey Hepburn in versione Norman Parkinson, alle fanciulle di Cecil Beaton huxleyparlour.com , fino a Lillian Bassman www.atlasgallery.com , che reinventa la silhouette di Mary Jane Russell vestita da Paul Sachs. La guêpière c'è, ma non si vede. Che peccato, avrebbero detto in molti.

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