Milano moda uomo / giorno 1

Largo ai giovani che osano! Intanto Versace punta sul maschio primordiale, Marni sul caos

di Angelo Flaccavento


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2' di lettura

Largo ai giovani, ai nuovi, agli scellerati, agli incoscienti. Era ora. A Milano, accanto a nomi che hanno fatto la storia del made in Italy, prendono la ribalta altri autori. Trentenni o poco più, per forza di cose piccoli e per nulla intenzionati a dominare il mondo. Personaggi che rifiutano l'eterna condizione italica di figli di, epigoni di, discepoli di e si fanno artefici del proprio destino, anche a rischio di fallire.

È significativo che la prima giornata di sfilate si sia aperta ieri con M1992 in uno dei saloni dell'Hotel Principe: gli albori del made in Italy sono legati a show ospitati in questo luogo. La location è così solenne e istituzionale da far perfetto contrasto con la visione di Dorian Tarantini, mente del marchio, designer e dj impastato di passione per l'underground londinese e di amore sperticato per i giorni gloriosi - anni Ottanta e Novanta - del fashion italiano. Tarantini non è agli esordi, ma questa prova rappresenta la svolta della maturità. La visione è precisa, l'esecuzione sicura, il look tagliente. C'è sostanza nel discorso, e il prodotto, sviluppato con partner come Baracuta, è desiderabile.

Anche Luchino Magliano, in arte solo Magliano, lavora sul prodotto, storpiando, violentando e distorcendo i fondamenti del guardaroba maschile - cappotti e blazer, pantaloni, maglioni - per dare al classico una allure dialettale - emiliana, e meglio ancora bolognese, come sarebbe piaciuto all'esplosivo Andrea Pazienza e al lirico Piervittorio Tondelli. All'abilità modellistica Magliano affianca il talento iconografico e narrativo: la sua banda di gaglioffi postmoderni è potente, irritante, italiana: antidoto perfetto a immaginari importati e fasulli.

La sfilata Marni per l’autunno-inverno 2019-20

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In altro ambito, sperimentale ma dal punto di vista del business più maturo e istituzionale, Francesco Risso continua ad affinare un linguaggio tutto suo, infantile e psichedelico, sovversivo ma leggero, da Marni, confermando lo status di autore consapevole, da seguire, anche se il pensiero è ondivago e l'estetica lisergica è roba da palati forti - in tempi di inclusione fasulla, escludere per ragioni di gusto è cosa buona e giusta. Questa stagione Risso raduna una tribù di brutali ragazzetti neogrunge che veste di accumuli dionisiaci di capi classici, sportswear fuori taglia da raver e chincaglieria da magnaccia anni Settanta. Il risultato è incendiario e sfuggente a ogni tipizzazione come le creature metamorfiche di Allegro ma non troppo, il film d'animazione del 1976 di Bruno Bozzetto dal quale Risso ha carpito le stampe distribuite su camicie di seta. A confronto di tanto caos fruttuoso, il rigore mosso di Neil Barrett e di Les Hommes ha un che di codificato.

“ Versace Confidential”,  a Milano la prima sfilata dell’era statunitense

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Chi non smette invece di giocare con l'iconografia maschile, pur dopo tanti anni e successi, è Donatella Versace, che a questo giro si interroga su cosa voglia dire essere uomini oggi. Lo fa a modo suo: provocando, eccedendo, spingendo l'acceleratore su testoserone e contrasti. Mette il boa di piume sull'abito e i pantaloncini da boxe sotto il tuxedo; mescola con verve grunge motivi animali e plastiche industriali. Collabora pure con Ford per una serie di pezzi logati - onestamente incongrui. Il messaggio è chiaro: il maschio oggi sguazza in pantano primordiale, e va benissimo.

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