Le grandi interviste

Larry Gagosian, il gallerista rivoluzionario: «Ho un buon occhio per il bello»

L'imprenditore che ha cambiato il modo di vendere e collezionare arte contemporanea, dopo 40 anni di carriera, non si ferma. La prossima sfida? Il futuro delle sue gallerie.

di Robert Armstrong

Larry Gagosian nella sua casa newyorkese nell'Upper East Side. Sulle pareti, da sinistra, “Femme endormie” (1935), di Pablo Picasso, “Triple Elvis” (1963), di Andy Warhol e “Femme accoudée” (1921), di Pablo Picasso. (SUCCESSION PICASSO/DACS, LONDON 2022 (2). THE ANDY WARHOL FOUNDATION FOR THE VISUAL ARTS, INC./DACS, LONDON 2022)

10' di lettura

Larry Gagosian, il più importante gallerista del mondo, parla prima di tutto – e con sicurezza – il linguaggio degli affari. Nella biblioteca della sua grande casa nell'Upper East Side, gli domando a che cosa si stia dedicando, dal punto di vista professionale, in questo periodo. «Alle stesse cose alle quali mi sono dedicato negli ultimi 40 anni: avere successo», risponde. «Competere. Tirar fuori nuove idee, nuove situazioni che possano favorire i miei artisti. È un lavoro costante, totalizzante. Per essere un art dealer, uno bravo... bisogna investire molto tempo e molto lavoro». Questo è il tenore di buona parte della conversazione con Gagosian. Competizione, successo, duro lavoro, energia, opportunità, movimento.

Gagosian nella sua casa, con “Torero” (1970), di Pablo Picasso. (CREDIT FOTO ANDERS OVERGAARD/TRUNK ARCHIVE. JOHN CURRIN/ROB McKEEVER, COURTESTY OF GAGOSIAN. SUCCESSION PICASSO/DACS, LONDON 2022. THOMAS LANNES)

Su di noi campeggia un grande dipinto di Andy Warhol raffigurante Elvis, vestito da cowboy, che punta una pistola contro lo spettatore. Gagosian parla a voce bassa: ha un brutto raffreddore («Mi sento una schifezza» è la prima frase che pronuncia dopo avermi stretto la mano). Settantasei anni, indossa una polo scura a maniche lunghe, pantaloni di velluto a coste, mocassini di coccodrillo. I suoi movimenti sono lenti e precisi, ma in lui c'è una certa tensione. La percepisci lievemente quando ti guarda. È più cauto se gli si chiede di parlare il linguaggio della pittura. Per esempio, che cosa lo attrae del lavoro di Cy Twombly? L'artista americano scomparso è solo uno dei grandi che ha rappresentato. La lista include Anselm Kiefer, Damien Hirst, Helen Frankenthaler, Ed Ruscha e Donald Judd, oltre al corpus di opere di Picasso, Warhol e de Kooning. Ci pensa un attimo. «Kirk Varnedoe (curatore del Moma, ndr.) diceva che Cy Twombly aveva sfidato Jackson Pollock con una matita. Quello che mi piace dell'arte è la sua sicurezza, il suo potere, la sua freschezza. Prima di Twombly, non c'era nessun Twombly».

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“Untitled” (2017), di John Currin, il ritratto di Jennifer Lawrence che possiede Gagosian. (CREDIT FOTO ANDERS OVERGAARD/TRUNK ARCHIVE. JOHN CURRIN/ROB McKEEVER, COURTESTY OF GAGOSIAN. SUCCESSION PICASSO/DACS, LONDON 2022. THOMAS LANNES)

Sicurezza, potere, innovazione. Era naturale che queste caratteristiche attirassero l'uomo che è stato al centro della trasformazione del mondo dell'arte a partire dagli anni di Reagan. In quei decenni l'élite globale ha accumulato incredibili capitali. Gagosian era lì, pronto a indirizzarla e, nel farlo, a trasformare la professione. Prima di Gagosian il mercato dell'arte aveva in larga parte un'impostazione di stampo antico e gli addetti ai lavori – qualunque fossero le loro origini – si comportavano come appartenenti a famiglie facoltose. Gagosian, invece, ha iniziato vendendo manifesti per strada, a Los Angeles. Accenno al fatto che, quando si parla di lui, tende a venir fuori l'aggettivo “aggressivo”. Nel mondo dell'arte gira una battuta, o forse una mezza battuta, sul fatto che abbia venduto dei quadri prima che i proprietari stessi sapessero di averli messi in vendita. «Questa parola ha una sottile connotazione negativa», dice. «Ma se negli affari non sei aggressivo, non vai lontano. Io posso agire solo in questo modo. Aggressivo non significa comportarsi come un mostro. Significa cogliere le opportunità e guardare avanti. Progredire, sempre: per me vuol dire questo». E le pretese di nobiltà che un tempo caratterizzavano questo mondo? «Le ho fatte sparire», dice ridendo.

Uno scatto che ritrae Gagosian, Richard Serra e Cy Twombly. (CREDIT FOTO ANDERS OVERGAARD/TRUNK ARCHIVE. JOHN CURRIN/ROB McKEEVER, COURTESTY OF GAGOSIAN. SUCCESSION PICASSO/DACS, LONDON 2022. THOMAS LANNES)

Nessuno sostiene che Gagosian sia popolare né mette in dubbio il suo occhio. «Non ho mai conosciuto nessuno con una memoria visiva così incredibile», dice Nicholas Serota, per 29 anni direttore della Tate. «È in grado di dirti su quale muro era appeso un quadro in una casa, 30 anni dopo esserci stato». Non si tratta solo di ricordare, ma di riconoscere. La pittrice britannica Jenny Saville, che espone con Gagosian, dice che oltre all'intuito per il mercato, ha anche gusti personali molto definiti. «Gli piacciono le forme strutturali. Ha occhio per immagini ben ancorate, con una forma forte. Predilige i lavori ambiziosi». Il connubio tra occhio e istinto per gli affari «lo distingue dagli altri», dice Saville. «I soldi e l'arte lo attraggono in egual misura».

Lʼedificio che ospita la nuova galleria parigina. (CREDIT FOTO ANDERS OVERGAARD/TRUNK ARCHIVE. JOHN CURRIN/ROB McKEEVER, COURTESTY OF GAGOSIAN. SUCCESSION PICASSO/DACS, LONDON 2022. THOMAS LANNES)

Nato a LA, Gagosian non ha mostrato sin da giovane particolari attitudini verso questo lavoro. La sua famiglia, di ceto medio, non possedeva quadri. Alla UCLA non ha studiato arte, bensì inglese, e faceva parte della squadra di nuoto. Il suo primo lavoro è stato nell'agenzia di William Morris, come segretario del famoso agente di Hollywood Michael Ovitz. È stato licenziato e si è messo a fare il posteggiatore, poi sono arrivati i manifesti. Però ha sempre avuto una buona sensibilità visiva. «Se ripenso al passato, me ne sono accorto per la prima volta in colonia, quando ero piccolo. Uno dei ragazzi nella mia camerata – dovevo avere nove o dieci anni – ha tirato fuori i vestiti dal borsone, i suoi pantaloni erano veramente belli. Non possedevo vestiti così. Ho iniziato a guardare le cose da un punto di vista estetico. Non è questo che mi ha fatto diventare un gallerista, ma di certo ho un buon occhio, che si tratti di una bella donna o di un bel quadro. Mi attrae l'aspetto delle cose».

Gagosian con, alle spalle, “Nuba” (1964), di Gerhard Richter. (COURTESY GAGOSIAN. GERHARD RICHTER)

Quando il numero dei super-ricchi è aumentato in maniera esponenziale, Gagosian era in prima fila. I clienti facoltosi di oggi sono diversi da quelli degli anni Novanta? «Sono aumentati gli zeri. Ci sono i ricchi, e poi ci sono i ricchi». La nuova ricchezza ha reso il mercato più ampio e forte, ma ha anche complicato le cose. «Ci sono persone che possiedono opere importanti. Gli offri, mettiamo, 200 o 300 milioni di dollari o qualunque altra cifra e loro ti rispondono: “I soldi non mi servono”. Si stenta a crederlo. Ho la sensazione che quando vendono un'opera si sentano più poveri, non più ricchi. Quindi è complicato. In caso di decesso, di un brutto divorzio, di un dissesto finanziario, allora le opere diventano accessibili. Altrimenti ti dicono: “Non mi interessa quanto mi offri. Preferisco possedere arte, piuttosto che denaro”. E meno male che esistono anche persone così».

Alcune copie della rivista “Gagosian Quarterly”. (COURTESY GAGOSIAN. GERHARD RICHTER)

Lla rivista “Gagosian Quarterly”. (COURTESY GAGOSIAN. GERHARD RICHTER)

La grande casa di Gagosian è l'esempio perfetto – difficile immaginarne uno migliore – di come la ricchezza incontra l'arte. Acquistata 11 anni fa per 36,5 milioni di dollari, ha una facciata classica in pietra calcarea, ma gli interni sono stati totalmente ristrutturati: si sviluppa intorno a una delicata scala centrale in metallo nero. Le opere d'arte sono incredibili. Da un lato della sala da pranzo c'è un enorme dipinto della serie Cold Mountain di Brice Marden, dall'altro un Picasso del 1921, un ritratto della moglie Olga. Nel soggiorno un grande Twombly della serie Bacchus fronteggia un bel Mondrian e un quadro di Ed Ruscha, una pompa di benzina in fiamme; in mezzo a loro, sul tavolo, una scultura di vetro piuttosto oscena di Jeff Koons. Mezza nascosta dal tavolo c'è una Brillo Box di Warhol. E poi Prince, Richter, Lichtenstein e via dicendo. Quasi ogni pezzo è riconoscibile all'istante, iconico. Non c'è niente che risalga a prima degli anni Venti. Ci si sente sopraffatti.

Dopo essere saliti al piano principale ci si trova davanti a un intenso ritratto di una ragazza con le guance rosa e un cappello di pelliccia rosso e bianco di John Currin. «È Jennifer Lawrence. Ha posato per lui. Le abbiamo proposto di acquistarlo. John ha detto: “A Jennifer il dipinto piace, glielo vendiamo?”. Le abbiamo offerto la possibilità di averlo a un prezzo molto speciale, perché all'epoca non era ancora sposata a un gallerista (Cooke Maroney, ndr). Ma lei – o il suo manager per lei – ha rifiutato. Poi è venuta a una festa a casa mia, e a quel punto voleva acquistarlo. Le ho detto: “Mi spiace, Jennifer, ti voglio bene, ma quel treno è passato”».

Ci sono due innovazioni nel modo di vendere arte contemporanea che vengono attribuite a Gagosian. La prima è il superamento delle classiche mostre di piccole-medie dimensioni dedicate ai lavori più recenti di artisti viventi. Acquisire spazi espositivi grandi, in zone molto belle, gli ha consentito di fare mostre ambiziose, museali, con molti artisti oppure dedicate ad aspetti trascurati del lavoro di artisti scomparsi – prendendo in prestito la maggior parte delle opere da musei o collezionisti e aggiungendone qualcuna in vendita. Gli apparati teorici e le pubblicazioni che accompagnano le esposizioni sono di alto livello. «Qualcun altro si sarebbe posto la domanda: “Per i musei sarà un problema?”. Ma dato che Larry non sapeva di doversela porre, l'ha semplicemente fatto», dice Saville. «Ha esposto lavori per i quali prima non c'era mercato: per esempio gli ultimi Picasso o de Kooning... Larry li ha presi, ci ha costruito intorno una mostra e le opere si sono rivalutate».

Una foto di Gagosian con Jean-Michel Basquiat. (COURTESY GAGOSIAN. GERHARD RICHTER)

È stato anche il primo gallerista importante a sposare la globalizzazione, costruendo un brand che si espande in tutto il mondo. Solo negli ultimi mesi ha aggiunto altri due spazi, raggiungendo un totale di 19 (sei a New York, tre a Londra, tre a Parigi, tre in Svizzera, e poi Roma, Atene, Beverly Hills, Hong Kong). Rappresenta quasi cento artisti. La concorrenza ha seguito il suo esempio. Non è esagerato affermare che il mondo delle gallerie consista di un piccolo gruppo di mercanti globali con ricavi da centinaia di milioni – Gagosian, Hauser & Wirth, Zwirner – e tutti gli altri dietro, a notevole distanza. Gagosian ha capito che «devi essere una realtà multinazionale con forti basi locali», dice Max Hollein, direttore del Metropolitan Museum di New York. Questa spinta internazionale è «chiaramente positiva», anche per gli artisti. «È un modello che ha creato lui: non è perfetto, ma opera in maniera diversa rispetto a prima». Questo sistema ha fatto bene al mondo dell'arte? Saville e Serota gli riconoscono di aver dato vita a spazi che ispirano agli artisti lavori ambiziosi. Altri hanno qualche dubbio.

Un noto professionista del settore – che ritiene la qualità di questa operazione di «un livello superiore a chiunque altro», mi ha detto che il sistema delle mega-gallerie sta rendendo economicamente svantaggioso avviarne di piccole. «Prima si apriva con un gruppo di giovani artisti e si cresceva insieme... Adesso quando un'opera arriva a essere quotata un milione di dollari, o anche 100mila o 200mila dollari, una delle grandi gallerie dice all'artista: “Abbiamo hotel, abbiamo jet privati, vieni con noi a una festa”; e lui se ne va. Da un punto di vista economico, perché dovresti aprire una galleria? Non appena l'attività diventa redditizia, si ritorna al punto di partenza». Altri sostengono che il sistema delle grandi gallerie pompi autori dal talento discutibile per soddisfare l'infinita richiesta di arte con quotazioni alte. Il critico Jerry Saltz ha scritto: «C'è una cosa che succede a chi firma con una delle mega-gallerie. Troppo spesso gli artisti vengono acquisiti a metà carriera e – come un giocatore di baseball che a 34 anni viene comprato dagli Yankees – si trovano sull'orlo del declino. Ogni mostra di autori viventi viene presentata come una retrospettiva, una mezza consacrazione, con i lavori già venduti o impegnati. Non c'è spazio per un dibattito sulla qualità. Molte di queste mostre sono troppo grandi, piene di opere di poco valore. L'artista è un brand, e il brand soppianta l'arte». I nomi maggiormente associati a opere commerciali di poco valore sono Jeff Koons e Damien Hirst, ma non sono i soli.

In ogni caso, gli affari sono affari: e non ci sono dubbi che Gagosian e gli altri sappiano organizzare mostre notevoli. Lui stesso mi ha raccontato che, da quando ha iniziato, il più grande cambio di passo è avvenuto grazie alla possibilità di inviare istantaneamente le immagini con internet. «Ha provocato slancio, velocità, un maggior numero di transazioni». Allo stesso tempo, a volte internet riduce la durata del successo di un autore. Perché si arriva a un punto di saturazione. «Penso si possa dire che le immagini si esauriscono più in fretta, così pure gli artisti». Si percepisce il suo scarso entusiasmo per gli NFT, immagini riproducibili diventate esse stesse arte. «La gente non vuole parlare d'altro. Non sono un esperto, ma presto molta attenzione». Ha nostalgia di quando il mondo dell'arte era meno burocratico, con maggiori opportunità di spontaneità imprenditoriale. «Sono stato il gallerista di Cy Twombly per quanto tempo, mio Dio... 30 anni, e gli accordi con gli artisti si facevano con una stretta di mano. Ce ne sono molti con cui si lavora ancora così, ma ora c'è molto più denaro in gioco. A volte i contratti ti schiacciano. Quando ho esposto Twombly la prima volta ero così emozionato di lavorare con lui. Gli ho detto: “Cy, devo chiederti una cosa: che ne pensi se facciamo uno sconto a un collezionista importante o a un museo?”. La risposta è stata memorabile: “Dieci per cento, 20 per cento, 30 per cento: vendi e basta, Larry”. Faceva lo spiritoso, ma il senso era: io creo le opere, tu stabilisci il prezzo e le vendi».

Dà consigli ai suoi artisti? «È più facile elogiarli che criticare i loro lavori recenti – certe conversazioni possono essere molto imbarazzanti. Era più semplice in passato: ora gli artisti importanti hanno molto potere. So di casi in cui il gallerista è andato a trovare l'artista nel suo studio, non si è mostrato entusiasta e l'artista ha cambiato galleria». E questo «non è un bene», dice. Racconta di quando, agli inizi del XX secolo, Paul Rosenberg stava organizzando la prima mostra di Picasso a New York. Lui gli mandò dei dipinti recenti e «Rosenberg gli inviò un messaggio: “Scusami Pablo, questi quadri non sono abbastanza buoni”. Te l'immagini un gallerista che rifiuta dei quadri di Picasso? E che cosa fece lui? Non disse: “Paul vai a farti fottere”. Dipinse delle nuove opere per la mostra, che ora si trovano quasi tutte in grandi musei. Insomma, hai a che fare con l'artista più importante del mondo e gli dici: “Questa è New York! Devi fare meglio di così!”. Ti fa capire come sono cambiate le cose. Oggi entri nello studio di un artista, magari il lavoro non è granché, ma è tutto un “Oh, mi piace molto quello che sta facendo!”».

Se personalmente Gagosian predilige lavori iconici, le sue gallerie sono molto versatili. Un buon esempio è stata Social Works , una mostra di ampio respiro che ha incluso 12 artisti neri in uno degli spazi espositivi di New York. Il curatore, il trentatreenne Antwaun Sargent, dice: «La mostra era un rischio. Gli artisti erano quasi tutti giovani, la maggior parte non aveva mai esposto con noi, e poco anche con altre gallerie». Gagosian sta evidentemente guardando al futuro – e la sua irrequietezza serve allo scopo. Una galleria che non progredisse – per usare le sue parole – non potrebbe sopravvivere al suo fondatore e investitore unico. «Sto ragionando sulla mia eredità imprenditoriale, sto pensando che la galleria potrebbe esistere oltre me, senza di me», dice. Negli ultimi anni ha assunto diverse persone competenti con potenzialità da leader come Laura Paulson, ex presidente del dipartimento di Arte del XX° secolo di Christie's che ora gestisce il Gagosian Art Advisory e suo marito Andrew Fabricant, direttore operativo di Gagosian. Ma non fornisce indizi né sui dettagli né sulla futura espansione del suo business. «Ho dei progetti. Non voglio essere evasivo, però non mi piace parlare delle cose finché non sono mature», afferma. «Negli affari la discrezione è importante».

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