Tempo libero

Lasciamo spazio al caso

Giocare con l’imponderabile come si gioca con il destino (o è il destino che si prende gioco di noi?). Si può raccontare la storia dell'arte con un mazzo di tarocchi. E anche prevedere il futuro ai lettori di “IL”, se a farlo è l'ideatore della rassegna che trasforma il vulcano di Stromboli in un oracolo della creatività più recente

di Milovan Farranato

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Giocare con l’imponderabile come si gioca con il destino (o è il destino che si prende gioco di noi?). Si può raccontare la storia dell'arte con un mazzo di tarocchi. E anche prevedere il futuro ai lettori di “IL”, se a farlo è l'ideatore della rassegna che trasforma il vulcano di Stromboli in un oracolo della creatività più recente


4' di lettura

Spigolosi banchi di ghiaccio sgomitano imprigionando tra le pieghe dettagli di un relitto incagliato. Sembra un tutt'uno. Prevale l’iceberg su un orizzonte cupo e tinto di gelo. È un inverno che non tramonta nella foschia senza tempo che lo avvolge. La spinta dell'uomo a oltrepassare i limiti, a sfidare la vita, la morte; la fortuna si arresta di fronte alla vertigine della natura. Scelte talvolta senza ritorno. Come quella dell'artista olandese Bas Jan Ader, che nel 1975 tentò, da solo e con una piccola barca a vela, l'attraversamento dell'Oceano Atlantico come parte della performance In Search of the Miraculous. Non fu mai più ritrovato. Con Il mare di ghiaccio (conosciuto anche come Il naufragio della Speranza) Caspar David Friedrich tra il 1823 e il ’24 realizza un capolavoro che insieme a Il monaco in riva al mare (1810) costituisce una delle più celebri rappresentazioni del sublime. Non più scenari armoniosi e ideali, i luoghi ameni, ma i temporali, gli uragani indomabili, i vulcani minacciosi e le tempeste implacabili.

Talmente attuale questo dipinto – i ghiacciai intendono sciogliersi in questa nostra epoca di fuoco – che due artiste contemporanee ne hanno realizzato una loro versione. Nel 2011 Katharina Grosse presso il MASS MoCA (Massachusetts) invade lo spazio espositivo con la sua pittura tridimensionale. Grosse non ama i confini e tanto meno le cornici. Il gesto deve essere libero ed epico. Ogni presenza diventa supporto pittorico: il pavimento, le pareti, anche il soffitto; invade le finestre e incorpora elementi eterocliti come arredi, indumenti e ogni possibile preesistenza. In One Floor Up More Highly inserisce volumi in polistirene che riecheggiano lo scenario apocalittico del quadro del suo compatriota romantico.

Nel 2005 l’italiana Monica Bonvicini nei Giardini della Biennale di Venezia chiede a un gruppo di prestanti muratori di scolpire un’enorme cubo di mattoni YTong ricreando a memoria i volumi di ghiaccio del dipinto, precedentemente sottoposto alla loro attenzione. Imbragati, fregiati di elmetti di protezione, lavorano senza sosta sulle impalcature che circondano il cubo per le canoniche ore di lavoro giornaliere e sono attrezzati degli arnesi facenti parte di quel corredo professionale stereotipicamente mascolinizzante – motoseghe, flessibili, trapani e picconi – che l’artista ha spesso usato in installazioni e sculture per mettere in discussione le dinamiche di genere ed evidenziare le gerarchie e i feticismi patriarcali.

Sono loro i performanti autori en plein air della nuova edizione del Mare di ghiaccio, della suggestione dell'abisso e della mortale resa a ogni ambizione d’Altrove. Durante i tre giorni di vernice della 51esima Biennale di Venezia un pulviscolo fastidioso agita l’aria. La polvere dei mattoni sfregiati si sparge e deposita per poi essere trasportata dai passi della gente lungo i viali e dentro i Padiglioni, parte integrante di un'opera rumorosa che naufraga come un'epidemia. Due lavori distinti e diversi, quello di Grosse e Bonvicini, che in comune non hanno solo il riferimento visivo al quadro di Friedrich, ma anche una simile attitudine: lasciare spazio al fortuito, al caso. La Dea Fortuna compie l'ultimo atto creativo, completa l'opera. Come avere un canovaccio, ma non un copione. Anche Grosse, come gli operai di Bonvicini, si muove su impalcature e indossa un apposito armamentario completo di maschera per non respirare gli effluvi della pistola spray con cui “imbratta” l'ambiente che la circonda. Ricordo un suo titolo molto eloquente: Un altro uomo ha fatto sgocciolare il suo pennello (2008), riferimento ironico, immagino, a tanta Action Painting e a una visione machista di certa pittura del passato e del presente. L'esito non è incerto né tanto meno tremolante, il corpo performante dell'artista possiede memoria dell'esperienza passata per governare il momento, ma un significativo margine di rischio resta presente, insieme al desiderio di superare i limiti di certo perfezionismo tecnico. Il desiderio di un corpo eccitato che agisce in diretta, invocando la possibilità di un autosabotaggio creativo. Penso si tratti di volersi sorprendere o di credere nella possibilità dell'errore qualificante. Cercare di confinare una predisposizione in un attimo, sullo stimolante precipizio del fallimento.

Anche la pittrice inglese Celia Hempton, da tempo, espone le sue abilità cromatiche e la sua idea di armonia e composizione a un processo frenetico. Scegliere di rappresentare, dal vivo, un atto o un momento che si compie velocemente, che ha un apice e poi una quiescenza, sia che si tratti dell'erezione auto-erotica di un amico o dell'eruzione di un vulcano. Una questione di climax per cui l'ultimo atto, quello risolutivo, è la punta dell'iceberg di un sommerso fluttuante sempre rimesso in gioco. L'esito è comunque espressionista e spesso surreale: un orifizio ritratto da vicino può diventare un'eclissi e un genitale si può accendere di tinte febbricitanti o pacarsi in un gelido inverno. L'ho personalmente accompagnata in cima a Iddu (come gli strombolani chiamano il loro vulcano) e l'ho vista compiere il gesto pittorico. La tela riceve la benedizione delle ceneri libere che si depositano sulla materia.

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