Industria alimentare

Latte, allarme mangimi: produttori sotto pressione con rincari medi del 30%

I rincari, per gli allevatori, hanno superato in media il 30%. Ed è ripartito il braccio di ferro con l’industria della trasformazione

di Micaela Cappellini

Aumento sprechi alimentari per il Covid, l'allarme dei produttori

3' di lettura

La fiammata delle materie prime alimentari non ha risparmiato i produttori di latte: +50% il prezzo del mais, +80% quello della soia. I rincari, per gli allevatori, hanno superato in media il 30%, ha ricordato Confagricoltura Piacenza. E puntuale è ripartito il braccio di ferro con l’industria della trasformazione. Su pressione della Coldiretti, il tavolo nazionale sul prezzo del latte è già stato convocato al ministero dell’Agricoltura per il 30 di settembre. La versione post-pandemica dello scontro, però, ha portato una novità: ora le associazioni degli allevatori non si accontentano del tavolo nazionale, ma hanno aperto anche il fronte dei tavoli regionali.

A fare da apripista è stato quello della Puglia, ma il prossimo in arrivo - non a caso il 28 di settembre, cioè due giorni prima di quello nazionale - è quello della Lombardia e sarà un tavolo pesante, visto che qui si produce la quota più grossa del latte italiano.

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«La situazione del prezzo del latte alla stalla è diventata insostenibile con gli allevatori messi sotto pressione da prezzi troppo bassi», ha scritto il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, in una lettera al ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli. Produrre ora costa 4-5 centesimi in più al litro, in compenso il prezzo del latte è calato rispetto al 2020. L’Italia degli allevatori è a due velocità: «Il 50% della produzione - spiega Prandini - conferisce il latte ai grandi formaggi Dop e vanno bene, perché ricevono 45 centesimi al litro nel caso del Grana Padano e 75 in quello del Parmigiano. Poi c’è una quota di allevatori che ha contratti con aziende che hanno indicizzato i prezzi all’andamento del mercato, e pagano meglio. Tutti gli altri, e numericamente mi riferisco alla metà dei produttori, ricavano solo 36 centesimi al litro, che è meno dei costi di produzione».

Assolatte, che riunisce gli industriali della trasformazione, non è d’accordo: «L’impennata dei costi di produzione - fanno sapere - è preoccupante ma riguarda tutta la filiera: le imprese pagano di più l’energia, l’alluminio, i pallet, la plastica e la carta per gli imballaggi. Anche la Gdo è sotto pressione: le grandi catene hanno sollevato il tema dell’inflazione ed è comprensibile, ma non è più possibile che l’aumento dei costi sia ripartito solo a monte». Ora, insomma, tocca anche al consumatore.

Oggi in Puglia si riunisce nuovamente il tavolo del latte regionale. Dopo aver incassato dall’Antitrust il parere negativo sulla possibilità di definire tra le parti un prezzo minimo del latte, l’assessore all’Agricoltura, Donato Pentassuglia, e le associazioni agricole locali intendono riprovarci: vogliono mettere nero su bianco l’impegno delle parti ad arrivare a un prezzo equo ma senza più scrivere un prezzo preciso, che nei precedenti incontri era stato individuato in almeno 44 centesimi al litro, tenendo conto dei costi di produzione secondo i calcoli dell’Ismea. La Regione concederà agevolazioni sui finanziamenti a chi firmerà questo impegno.

E se fosse la Lombardia, ad arrivare a un prezzo regionale? «Io sono convinto che un prezzo di riferimento sia utile - dice il presidente della Coldiretti, Prandini - ed è chiaro che se lo fa la Lombardia, diventerebbe subito il prezzo di riferimento di tutto il settore». «Noi partecipiamo volentieri a tutti i tavoli, regionali e nazionali - fanno sapere da Assolatte - ma deve essere chiaro che non è possibile firmare intese sui prezzi. Sarebbe incompatibile con le regole dell’Antitrust. Abbiamo lavorato per anni all’individuazione di meccanismi indicizzati, capendo che ogni azienda, agricola o industriale, ha le proprie specificità legate a tanti fattori che non possono essere sintetizzate in un solo indice».

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