mobilitazione permanente

Latte, dietro alla crisi del pecorino in Sardegna: 12mila aziende e 50mila lavoratori

di Davide Madeddu


Crollo del prezzo del latte sardo di pecora: ecco tutti i numeri

3' di lettura

Quasi una mobilitazione permanente, tra manifestazioni e risorse pubbliche, per un settore che ancora non riesce a «fare il salto». Perché la vertenza latte e i recenti fatti di cronaca non sono che le ultime scene di un film che va avanti da anni e interessa il settore ovicaprino della Sardegna. Comparto che vale poco meno di mezzo miliardo di euro all’anno e impiega circa 50mila persone in tutta l’isola.

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Il costo del latte, al centro di una vertenza che non ha risparmiato proteste e polemiche, ma anche accese contrapposizioni, non è che il tassello di un mosaico più complesso e completo. I dati elaborati dall’assessorato regionale dell’Agricoltura parlano di un peso economico che sfiora “ma non raggiunge” il mezzo miliardo di euro l’anno (a fronte dell’economia di settore che complessivamente vale circa un miliardo di euro), quasi il 5% del Pil regionale.

A operare nell’isola ci sono 12mila aziende in cui trovano occupazione, tra diretti, indiretti e indotto circa 50mila persone. Gli oltre 3 milioni di capi di pecore e capre presenti nelle campagne della regione garantiscono una produzione annua media di 300milioni di litri di latte. Materia prima che ora, alla luce della vertenza in costo sarà pagata a un prezzo di partenza di 74 centesimi al litro . Cifra strettamente collegata a quella del Pecorino romano che non potrà essere venduto al di sotto dei 6 euro al chilo. Un settore che, i dati arrivano dalla Regione, nell’ultimo anno si è giovato di contributi per 45 milioni di euro legati al fenomeno della siccità e di 72 milioni di euro legati al settennato della Pac.

A occuparsi della produzione di formaggio 22 cooperative e 12 industriali. «La produzione media annua è di 540mila quintali di formaggio – spiega Daniele Caddeo, responsabile settore ovicaprino nella direzione nazionale di Lagacoop – distribuiti tra 340mila pecorino romano dop, 16mila pecorino sardo e 5mila fiore sardo. Più gli altri formaggi di buona fattura che vanno dal semistagionato alle caciotte, continuando con le altre produzioni».

A creare però difficoltà al settore il sistema di produzione. «La curva di sistema a 260mila quintali è quella ottimale per un buon prezzo latte e pecorino. Quando si supera questa soglia, in mancanza di diversificazione e altre politiche sorgono i problemi – argomenta -. Per rilanciare un settore che non riesce ancora a fare il salto serve una razionalizzazione dei costi e una politica di filiera che metta assieme chi produce il primario con quello che lo vende, passando per la trasformazione. Il tutto in un programma di aggregazione».

Per Alessandra Argiolas, dirigente dell’omonima azienda casearia e presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Sardegna meridionale, uno dei problemi è rappresentato dalla sovrapproduzione di Pecorino Romano legata «non solamente ad una mancata pianificazione delle vendite da parte di cooperative e privati o a stime troppo ottimistiche sul mercato, ma anche ad una sovrapproduzione di latte che, visti anche i prezzi dello scorso anno (acconto di 85 centesimi) hanno ridotto sia le vendite dei prodotti che del latte, poiché una parte del latte sardo viene venduto anche fuori dalla Sardegna».

Altro elemento, la “poca differenziazione” e le politiche di promozione dei prodotti caseari sardi dop «che negli anni sono state poco efficaci e che hanno invece lasciato quote di mercato ad altre dop». «In merito a questo fortunatamente già dallo scorso anno i tre consorzi Dop presenti in Sardegna – chiarisce Argiolas - hanno finalmente riunito forze e risorse per una promozione a tutto tondo della realtà casearia Sarda, ci vorrà del tempo ma sono sicura che sarà una via efficace». Quanto alle soluzioni: «Sicuramente la differenziazione rende tutto il settore più indipendente da questo prodotto e Pecorino Sardo e Fiore Sardo possono essere i prodotti su cui puntare».

E mentre si pensa ora al ritiro delle eccedenze presenti sul mercato, per il futuro la responsabile dei giovani imprenditori pensa positivamente anche alla «creazione di una banca del latte, che in caso di eccedenze possa collocare il prodotto sul mercato, anche con l’opportunità di polverizzarlo».

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