lutto nella moda

Laura Biagiotti, «futurista» in tutto

di Giulia Crivelli

Ansa

4' di lettura

Non è facile raccontare con le parole e qualche immagine una vita come quella di Laura Biagiotti. Scomparsa ieri a poche ore dall’infarto che l’aveva colpita nella notte tra mercoledì e giovedì, avrebbe compiuto 74 anni in agosto.Ha attraversato e interpretato i cambiamenti della società e dell’economia: fondò la sua prima azienda nel 1965, a soli 22 anni.

Il nostro Paese aveva concesso il voto alle donne appena vent’anni prima, ma lei, forse perché figlia unica di madre lavoratrice, diremmo oggi, non sembrò mai avere alcun complesso di diversità – men che meno di inferiorità – nei confronti dell’universo maschile. Con il marito Gianni Cigna, scomparso nel 1996, condivise tutto: dai sogni e passioni alla fondazione del marchio e dell’azienda. Dall’amore per il collezionismo a quello per la natura e gli animali. E non è casuale che la figlia Lavinia, nata nel 1978, porti il doppio cognome da ben prima che fosse introdotta la legge che lo permette. Più che interpretare lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, Laura Biagiotti anticipò i tempi, non solo in Italia.

Loading...

Lla stilista e imprenditrice mentre visita una scuola in Cina, dove sfilò, prima italiana, nel 1988(AP )

Sfilò in Cina nel 1988 e al Cremlino nel 1995, invitata a risvegliare il desiderio di individualità nel vestire nei due Paesi che più avevano fatto, dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, per uniformare il costume e quindi il pensiero dei loro abitanti e delle donne in particolare. Terminato il liceo classico, Laura Biagiotti si iscrisse alla facoltà di lettere antiche, pensando di specializzarsi poi in archeologia cristiana, salvo «venire catturata», come raccontò lei stessa in un’intervista, dal lavoro della madre Delia, che aveva un atelier di alta moda molto famoso a Roma e viene citata, ça va sans dire, sempre col suo doppio cognome: Soldaini Biagiotti. Laura Biagiotti fu un’anticipatrice, dicevamo: benché appassionata estimatrice delle lavorazioni sartoriali, intuì che gli abiti costruiti sulle esigenze e sui gusti di singole, facoltose clienti, avrebbero presto lasciato la scena alla moda prêt-à-porter, più accessibile e con modalità di produzione e commercializzazione molto diverse.

Laura Biagiotti con la figlia Lavinia, alla fine dell'ultima sfilata, durante la settimana della moda milanese dello scorso febbraio (Olycom)

Nel 1964 l’atelier della madre ebbe la prima richiesta per abiti in serie, benché limitata: nacquero così le divise delle hostess dell’Alitalia. Seguì un’importante commessa dall’estero e piace fantasticare che l’allora compagnia di bandiera ebbe un ruolo come vetrina dello stile Biagiotti nei cieli del mondo. Nel 1965 alla neonata Biagiotti Export il gruppo americano Seventh Avenue ordinò una collezione da donna per il mercato Usa. Poi la stilista iniziò a concentrarsi sul marchio al quale diede il suo nome, che debuttò sulle passerelle di Firenze nel 1972 (le fashion week milanesi erano lontane da venire), dividendo la scena, la Sala Bianca di Palazzo Pitti, tra gli altri, con Rosita e Ottavio Missoni e Mariuccia Mandelli alias, poi, Krizia .

Da qualche anno i marchi della moda e del lusso hanno scoperto l’osmosi con l’arte e collaborano con illustratori e pittori per creare minicollezioni che stimolino l’interesse dei consumatori in un’era che sommerge, letteralmente, il mercato, di novità. Diane von Furstenberg, presidente della Camera della moda americana, è arrivata a parlare di «product pollution». La prima volta che Laura Biagiotti collaborò con un illustratore? All’inizio degli anni 70, quando incontrò René Gruau, grande amico di Christian Dior e ideatore della celeberrima locandina della Dolce vita di Fellini. Per non parlare dell’attrazione fatale che la moda ha scoperto di avere per l’arte negli ultimi anni. Laura Biagiotti collezionava opere moderne e contemporanee fin dagli anni 60 e con il marito ha costituito l’omonima fondazione (si veda anche l’articolo a fianco).

Anticipatrice, ancora: nelle ultime stagioni abbiamo assistito a una gara tra grandi maison a chi trova le location più sorprendenti, con l’ambizione di colonizzare, anche solo per poche ore, musei e monumenti. La prima volta che Laura Biagiotti scelse un “luogo sacro” della cultura per sfilare? Nel 1998, grazie all’amicizia che l’aveva legata a Giorgio Strehler, scomparso nel 1997, e ai legami con altre importanti figure della scena culturale italiana, il Teatro Studio aprì le porte alla stilista, che amava dire: «Le sfilate sono a tutti gli effetti degli spettacoli teatrali e musicali, con protagonisti gli abiti». Il sodalizio con quello che oggi è il Piccolo Teatro Studio Melato non si è mai interrotto: in febbraio saranno 20 anni che le collezioni Laura Biagiotti sfilano sullo storico palcoscenico milanese.

In tempi recenti tutti ambiscono a essere lifestyle brand, il marchio Laura Biagiotti lo è senza bisogno di essere definito tale: dopo la maglieria, primo amore, e l’abbigliamento da donna, era arrivato, nel 1987, quello da uomo, poi accessori, occhiali, profumi, collezioni per bambini e per la casa. E come non citare l’affinità con il mondo dello sport e i suoi protagonisti? Ancora una volta, da qualche anno i campioni delle più svariate discipline sono tra i più ambiti testimonial e tutti i marchi cercano di abbattere i confini tra citywear e sportswear. Per Laura Biagiotti sono scesi in passerella, tra gli altri, Giorgio Rocca, Massimiliano Rosolino,Yuri Chechi, Federica Pellegrini, Valentina Vezzali e moltissimi altri.

Questo è solo un tentativo di racconto della vita di Laura Biagiotti: il quadro è così complesso che unicamente lei avrebbe potuto dipingerlo, seppure con le parole. Se non fosse stata una campionessa di understatement, avrebbe potuto scrivere un’autobiografia e come titolo, senza timori reverenziali per Giambattista Vico, avrebbe potuto scegliere Vita di Laura Biagiotti scritta da se medesima.

La passione per la moda, la natura, l’arte, il golf, anima sicuramente anche Lavinia, che saprà coltivarla seguendo nuove strade, nel solco di quelle tracciate dai genitori. A lei auguriamo di essere altrettanto futurista, nel senso più illuminato del termine, perché di questo l’Italia ha bisogno.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti