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Lavorare, cooperare e «farcela»: perché è più facile con chi ci assomiglia

Gli studi sulla cooperazione mostrano che l’identità è un fattore chiave per il successo. Una lezione di cui far tesoro in azienda e in politiica

di Vittorio Pelligra

Perché è difficile essere altruisti anche se conviene

6' di lettura

Saper fare le cose insieme, cooperare per un fine comune, coordinare le nostre azioni in vista del raggiungimento di un obiettivo che individualmente non saremo in grado di ottenere sono alcune delle caratteristiche che contraddistinguono gruppi e comunità di successo. Nei precedenti appuntamenti con Mind the Economy abbiamo visto, attraverso la rassegna di un certo numero di studi sperimentali, in che modo la comunicazione tra i membri del gruppo, la disuguaglianza nei loro redditi e la nostra naturale tendenza alla cooperazione condizionale, possano facilitare o ostacolare l’efficacia dei processi cooperativi.

Nella realtà c’è un ulteriore elemento che determina in maniera cruciale le caratteristiche di un gruppo e, cioè, l’identità. L’identità, infatti, è ciò che mi fa dire «tu sei come me» oppure «tu sei diverso da me». Quale sarà l’effetto di questa presa d’atto sulla nostra disponibilità a cooperare? La questione ha iniziato a suscitare l’interesse degli economisti comportamentali una ventina d’anni fa, molto dopo che gli psicologi sociali avevano iniziato a riflettere sul tema. Henri Tajfel, in particolare, ha posto le basi di questi studi attraverso l’utilizzo del cosiddetto «paradigma dei gruppi minimali».

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L’esperimento Klee-Kandinskij

Tajfel scopre quanto è facile plasmare un’identità di gruppo come, per esempio, nel famoso «esperimento di Klee – Kandinskij» attraverso la predilezione per un pittore o l’altro. Piccole differenze di questo tipo sono sufficienti, se enfatizzate nel giusto modo, a generare processi di autopercezione e di differenziazione rispetto agli altri e a modificare la disponibilità a cooperare che, a sua volta, è influenzata dall’identificazione degli altri soggetti come membri del gruppo o come estranei. Uno dei primi esperimenti economici volti ad analizzare il ruolo dell’identità nei processi cooperativi è certamente quello pubblicato da Catherine Eckel e Philip Grossman nel 2005 (Managing diversity by creating team identity, Journal of Economic Behavior and Organization 58, 3, pp. 371–92). Lo scopo principale di Eckel e Grossman era quello di comprendere in che modo identità artificialmente create in laboratorio potessero modificare la propensione alla cooperazione dei membri di un team.

Per indurre il senso di identità vengono utilizzate procedure differenti. Nel primo caso si utilizza un colore. Prima di partecipare al compito di cooperazione vero e proprio – un lavoro di produzione congiunta, molto simile alla produzione volontaria di un bene pubblico - i soggetti venivano assegnati a un certo gruppo contrassegnato da un dato colore. Un colore differente per ogni team che prendeva parte all’esperimento. In un secondo trattamento i soggetti prima di iniziare il loro compito dovevano risolvere una serie di quiz e in base al punteggio ottenuto sarebbero stati assegnati a un certo gruppo. Il terzo trattamento prevedeva prima l’assegnazione casuale ad un gruppo, poi lo svolgimento di un’attività di team-building – la composizione di un puzzle – e poi la partecipazione al gioco vero e proprio. In un quarto trattamento i soggetti risolvevano i puzzle ma, in aggiunta, ricevevano un piccolo incentivo monetario volto a stimolare le scelte cooperative.

Il fattore competizione

L’ultimo trattamento, infine, era simile a quello precedente con l’aggiunta di un elemento di competizione tra i gruppi. I primi trattamenti implementano, nell’espressione degli autori, un senso di identità debole, mentre gli ultimi due un senso di identità forte. I dati dell’esperimento mostrano che questi due elementi identitari hanno un effetto significativo sulla disponibilità dei partecipanti a cooperare che è particolarmente elevata nei trattamenti «forti» e meno pronunciata, invece, nei trattamenti «deboli». Il tema della relazione tra identità e cooperazione è stato approfondito da molti altri studi successivi. L’economista americano Alexander Smith, per esempio, in un lavoro pubblicato nel 2011 (Group composition and conditional cooperation, Journal of Socio-Economics 40, pp. 616–22) si concentra sull’aspetto dell’omogeneità e dell’eterogeneità dei gruppi.

Prima di partecipare al gioco di produzione di un bene pubblico alcuni partecipanti vengono coinvolti in un gioco di team-building pensato per favorire la coesione del gruppo. I gruppi successivamente chiamati alla produzione cooperativa del bene pubblico erano formati da sei membri. In certi gruppi tutti avevano partecipato al team-building, in altri solo cinque su sei, in altri solo quattro su sei, in altri ancora solo tre su sei. In questo modo si riesce a valutare l’effetto della composizione, dell’eterogeneità identitaria sulla disponibilità a cooperare. Smith trova, in effetti, che i membri appartenenti alla maggioranza del gruppo cooperano più degli altri, in particolare per via delle credenze circa il comportamento degli altri membri del gruppo. Un grado maggiore di frammentazione e di eterogeneità nelle identità percepite sembra avere, dunque, un effetto negativo sulla propensione alla cooperazione.

La variabile reddito

In un esperimento simile Qian Weng e Fredrik Carlsson introducono un ulteriore elemento di diversità: il reddito. In uno dei trattamenti, infatti, i partecipanti, prima della fase cooperativa, devono risolvere un quiz con venti domande. In relazione alla correttezza delle loro risposte ricevono diverse dotazioni monetarie. Questo trattamento viene confrontato con quelli nei quali, invece, le risposte al quiz non danno diritto a nessun bonus e quindi tutti i giocatori partono dalle stesse condizioni di reddito iniziale. I dati raccolti da Weng e Carlsson ci dicono due cose: la prima è che la disuguaglianza nel reddito iniziale determina livelli più bassi di cooperazione, un effetto, però, e questa è la seconda conclusione, che può essere quasi del tutto controbilanciato dalla creazione di un forte senso di identità di gruppo attraverso attività di team-building (Cooperation in teams: the role of identity, punishment, and endowment distribution, Journal of Public Economics 126, pp. 25–38, 2015).

Le identità il cui effetto viene analizzato in queste ricerche sono identità minimali e artificiali; identità indotte attraverso manipolazione sperimentali. È interessante chiedersi quanto i risultati ottenuti attraverso questo genere di manipolazioni possano essere validi anche nel caso in cui si considerino identità naturali e non indotte; identità relative a fattori quali la nazionalità, l’etnia, la cultura, il genere etc. Al riguardo è interessante uno studio pubblicato nel 2008 da Massimo Finocchiaro Castro (Where are you from? Cultural differences in public good experiments, Journal of Socio-Economics 37, pp. 2319‒29). Castro, infatti, prende in considerazione l’identità nazionale facendo partecipare al suo esperimento soggetti italiani e inglesi. In alcuni casi questi interagiscono in gruppi omogenei – tutti italiani o tutti inglesi - in altri casi, invece, i gruppi sono eterogenei, composti cioè da una parte di italiani e da una parte di inglesi. Le nazionalità degli altri membri del gruppo vengono naturalmente rese note pur preservando una condizione di assoluto anonimato.

C’è chi è cooperativo e chi no

Dall’esperimento emergono alcuni dati interessanti: il primo è che i gruppi omogenei di italiani e di inglesi cooperano allo stesso modo sia che si conosca l’identità degli altri membri sia che questa non sia comunicata. Si nota anche che il livello della cooperazione è maggiore tra gli inglesi che tra gli italiani. Il terzo risultato mostra che le cose cambiano quando i gruppi sono misti e questo viene reso noto. L’eterogeneità riduce la disponibilità alla cooperazione sia degli italiani che degli inglesi. La diversità della composizione del gruppo determinata dalla nazionalità dei membri del gruppo ha effetti negativi sulla cooperazione. Maggiore è la diversità minore è la cooperazione. Un risultato simile viene trovato anche da Michael Drouvelis che con alcuni colleghi ha di recente condotto un esperimento simile con partecipanti libanesi e siriani. Anche in questo caso gruppi eterogenei mostrano livelli di cooperazione inferiori rispetto a gruppi composti da partecipanti della stessa nazionalità (Cooperation in a fragmented society: experimental evidence on Syrian refugees and natives in Lebanon, Journal of Economic Behavior and Organization 18, pp. 176–91, 2021).

Il messaggio che emerge da questi studi sembra indurre al pessimismo: gruppi sociali, comunità, nazioni eterogenee da un punto di vista identitario ed etnico sono destinate a sperimentare livelli di cooperazione e, quindi, di benessere, inferiore, rispetto a società più omogenee e meno diversificate. Ma questa sarebbe una lettura erronea dei risultati di queste ricerche. Se andiamo a vedere, infatti, quali sono gli elementi che determinano la minore cooperazione in gruppi eterogenei i dati di Castro e quelli di Drouvelis sono concordi. Il ruolo determinante è giocato dalle aspettative sul comportamento degli altri. Io coopero meno con uno diverso da me perché mi aspetto che questi cooperi di meno; al contrario sarò propenso a cooperare con uno come me, perché mi aspetto che questi cooperi molto. L’identità, dunque, influenza il nostro comportamento attraverso il ruolo che esercita nel plasmare la nostra immagine dell’altro e quindi le credenze circa il suo comportamento. Ma queste credenze sono un elemento culturalmente determinato.

Più facile cooperare con chi ci assomiglia

È la nostra cultura, quindi, più o meno inclusiva, più o meno aperta alla diversità, più o meno diffidente, che orienta le nostre scelte. E come mostrano gli esperimenti che utilizzano il «paradigma dei gruppi minimali» basta davvero pochissimo – un colore, una preferenza, un fattore del tutto casuale - a creare identità e comunanza così come differenza e pregiudizio. Si tratta di scegliere, dunque, su cosa si vuole puntare; che cosa si vuole enfatizzare: le differenze o le consonanze. Questa scelta non è senza conseguenze. Le differenze deprimono la nostra disponibilità a cooperare mentre le consonanze la fanno crescere. E dal livello di cooperazione delle comunità dipende in maniera cruciale il loro sviluppo sociale oltre che economico. È un messaggio, quello che deriva da questi studi, che dovrebbe essere tenuto particolarmente da conto quando incontriamo narrazioni politiche che per enfatizzare gli aspetti identitari creano artificiosamente differenze che in realtà non esistono. Proviamo a chiederci quali costi nascondano queste narrazioni del mondo e chi a giovino, in fondo.

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