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Lavorare in fabbrica non è come una volta

di Davide Dal Maso

2' di lettura

Il tessuto industriale italiano è basato sulle aziende produttive. Luoghi imprescindibili, che però spesso sono stati associati a fatica, sporco e orari infernali. Parlandone in famiglia, queste idee si sono radicate anche nei più giovani che ora spesso rifiutano di lavorarci, come preconcetto. Ma gli stabilimenti produttivi sono ancora così? Le nostre industrie quanto stanno soffrendo di questa mancanza di “attrattività” e “retention” verso i giovani più talentuosi? Tanto. Le fabbriche sono evolute in modo sostanziale in tutti gli aspetti, ma non è cresciuta di pari passo l’interesse dei giovani.

Per questo la Commissione Europea ha avviato diverse iniziative tra cui Horizon Europe 2021-2027 in cui si pone l’obiettivo di incrementare la «attractiveness of manufacturing jobs». Già perché per scollare un preconcetto così radicato serve portare davanti agli occhi dei giovani che una buona parte delle fabbriche non sono più un luogo brutto, faticoso, inquinante, sporco e con un lavoro totalmente manuale.

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Ora negli stabilimenti produttivi troviamo robot, digitale, macchine avanzate, l’uso di realtà virtuale e la possibilità di sviluppare dei prodotti insieme a colleghi dall’altra parte del mondo. Tutto ciò però non si sa e le nostre filiere produttive stanno soffrendo sempre di più della carenza di personale, in particolare giovane.

Chi si trova in ruoli dirigenziali delle aziende sente forte questa pressione e si chiede come sia possibile che si stia facendo così poco per invertire la tendenza. Chi invece non vi lavora, spesso non ne sa nulla del tema proprio perché semplicemente non se ne parla. Ultimamente ci sono imprenditori che tentano di far sentire la loro voce, dichiarando apertamente che stanno perdendo milioni di euro perché non trovano persone e che in prospettiva il problema sarà sempre più grande.

Se da un lato c’è un tema di offerta economica, dall’altro la parte più importante è la consapevolezza. Perché se il giovane della Generazione Z (i nati tra il 1995 e il 2010) neanche valuta la possibilità di lavorare nel settore manifatturiero perché pensa sia lo stesso ambiente dove lavorava il padre e il nonno, non si arriva neanche allo step di sentire cosa offre né di scoprire com’è veramente.

Questa tendenza va invertita con decisione e il mondo della scuola ha un ruolo determinante per far rivalutare ai giovani l’idea di specializzarsi nella manifattura. Perciò l’orientamento è fondamentale, dei genitori come dei ragazzi.

L’altra grossa voce in capitolo ce l’hanno le aziende, in particolare le grosse realtà che hanno capacità e potenza nella comunicazione. In tal senso, negli anni, sono emerse delle belle iniziative, come il virtual tour in 3D negli stabilimenti di Abb o la musica in fabbrica di Pirelli, che però a volte perdono di efficacia perché troppo isolate e non accompagnate da una comunicazione continuativa da parte di tutte le imprese del settore.

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