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Lavoratori autonomi e dipendenti, chi guadagna e chi perde con la manovra

La misura più rilevante a beneficio del lavoro autonomo e in particolare delle partite Iva è l'estensione della “tassa piatta” al 15% dagli attuali 65mila euro annui di ricavi a 85mila euro.

di Dino Pesole

Partite Iva “apri e chiudi”, cosa cambia con la stretta del Governo

3' di lettura

Le misure contenute nella manov’a favoriscono il mondo del lavoro autonomo a danno dei lavoratori dipendenti, come sostengono dall’opposizione (in particolare il Pd) e dai sindacati il segretario della Cgil Maurizio Landini? È concreta la possibilità di una sorta di “trasmigrazione” di alcuni lavoratori dipendenti alla partita Iva, grazie al meccanismo agevolativo della “flat tax”? Il governo nega e difende l’impianto della manovra, in attesa del dibattito parlamentare da cui sono attesi nelle aspettative interventi migliorativi nel rispetto dei saldi di finanza pubblica.

Dalla flat tax al taglio del cuneo fiscale

Non vi è dubbio che la misura più rilevante a beneficio del lavoro autonomo e in particolare delle partite Iva sia l’estensione della “tassa piatta” al 15% dagli attuali 65mila euro annui di ricavi a 85mila euro. Secondo alcune stime, a essere interessati da questa estensione vi sono circa 40mila lavoratori autonomi, mentre la flat tax “incrementale” (anch’essa del 15%) sarà applicata solo per la parte eccedente di reddito rispetto al triennio precedente con tetto a 40mila euro. Il risparmio di imposta per quanti rientreranno dal 2023 nel nuovo regime della tassa piatta è evidente, rispetto a quanto si sarebbe dovuto versare con l’attuale Irpef. In alcuni casi, si può arrivare anche a uno “sconto” di 10mila euro annui. Convenienza che trova conferma negli oltre 2 milioni di partite Iva che hanno già scelto il regime agevolativo della “flat tax” con il tetto a 65mila euro.

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Per il lavoro dipendente la misura più rilevante (che costa 4,2 miliardi) è la conferma del taglio di 2 punti del cuneo fiscale e contributivo disposto dal governo Draghi per i redditi fino a 35mila euro lordi annui, cui si aggiunge ora un’ulteriore punto destinato in via esclusiva ai redditi fino a 20mila euro. Data la platea cui si rivolge, il beneficio del taglio aggiuntivo oscilla tra i 12 e i 20 euro al mese. Nel cumulato dei tre punti i risparmi possono variare dai 231 euro annui per redditi di 10 mila euro ai 395 euro per redditi di 20 mila euro. Per ogni tipologia di reddito e di sconto fiscale va in ogni caso messo nel conto che siamo in presenza di un’inflazione che ormai ha raggiunto il 12 per cento.

Dalla minore tassazione sui premi di produttività alla “pace fiscale”

A beneficio dei lavoratori dipendenti va certamente il taglio dal 10 al 5% del prelievo sui premi di produttività (nei casi in cui si prevede che vengano corrisposti), ma anche la misura contenuta nel decreto “aiuti quater” che fissa a 3mila euro il valore dei “fringe benefit” disposti dalle aziende a favore dei dipendenti, rispetto ai precedenti 600 euro. Vanno poi inserite nel pacchetto di misure in arrivo con la legge di Bilancio le misure a sostegno delle famiglie, come il potenziamento dell’assegno unico e dei congedi parentali per le lavoratrici. Dell’assegno unico universale beneficiano tutte le categorie di lavoratori. Una parte delle misure previste dalla cosiddetta pace fiscale riguarderà tutti i contribuenti, ed è la cancellazione delle cartelle emesse fino al 2015 per importi inferiori ai mille euro, il cui costo di riscossione sarebbe stato in molti casi superiore all’incasso atteso. Diverso è il caso della possibilità di rateizzare con sanzioni ridotte le imposte dichiarate ma non versate (per diversi motivi), che si rivolge in prevalenza al mondo del lavoro autonomo e dei professionisti, mentre è diretta in primo luogo agli esercizi commerciali la norma che dispone lo stop alle multe per quanti non accettino pagamenti con carta (e quindi “tracciati”) inferiori ai 30 euro.

L’impatto delle nuove misure sulle pensioni

La norma che prevede una sorta di indicizzazione delle pensioni all’aumento del costo della vita differenziato a seconda del reddito è la più contestata dai sindacati, che stimano in circa 400 euro l’anno l’impatto sugli assegni superiori a 4 volte il minimo (2.100 euro lordi mensili) e di 2.700 euro l’anno per le pensioni superiori ai 5.200 euro lordi mensili. Novità che riguardano evidentemente tutti i pensionati, con un calcolo che tiene conto dell’importo che sarebbe stato corrisposto nel caso in cui si fosse deciso di concedere la rivalutazione per tutti gli assegni secondo le precedenti percentuali. Le nuove regole inserite in manovra prevedono il recupero totale dell’inflazione per gli assegni fino a quattro volte il minimo, dell’80% tra quattro e cinque volte il minimo, il 55% tra cinque e sei volte il minimo, il 50% tra le sei e otto volte il minimo, e poi a decrescere: 40% (tra otto e dieci volte il minimo), 35% per importi superiori a 10 volte il minimo. Di nuovo, occorre ricordare che anche nel caso del recupero pieno dell’inflazione, il 7,3% di indicizzazione è inferiore all’attuale tasso di inflazione reale, ma è evidente che nella scelta del Governo hanno pesato in misura determinante le compatibilità di finanza pubblica.

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