Immigrazione

Lavoratori extracomunitari, rush finale per 69.700 ingressi

Entro il 17 marzo vanno presentate le domande di permesso: 42mila gli stagionali e 20mila i subordinati. Ipotesi di deroghe e riapertura dei termini per i profughi dall’Ucraina

di Valentina Melis

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3' di lettura

Ipotesi riapertura per il decreto sui flussi migratori varato a fine 2021. A causa della guerra in Ucraina e della conseguente ondata di profughi, il 4 marzo il ministro del Turismo Massimo Garavaglia ha auspicato che siano introdotte deroghe urgenti in modo da favorire l’ingresso in Italia di cittadini ucraini e consentire loro il lavoro, viste anche le richieste in questo senso già arrivate da operatori del settore turistico.

In seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Onu stima che i profughi siano tra 2,1 e 2,2 milioni, di cui 1,3 milioni nella sola Polonia. In Italia finora sono arrivate dall’Ucraina 23.872 perosne, ha detto il Presidente del Consiglio Mario Draghi, soprattutto donne (12mila) e bambini (9.700).

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I profughi ucraini potranno lavorare in Italia anche solo con la richiesta di permesso di soggiorno presentata in Questura, come ha comunicato il Viminale nella circolare ai prefetti diffusa l’8 marzo. «Ciò potrà avvenire - ha sottolineato Draghi - in deroga alle quote del decreto flussi, sia in forma autonoma che stagionale».

In attesa di eventuali sviluppi, il 17 marzo scade appunto il termine previsto per le domande di ingresso dei lavoratori extracomunitari secondo l’usuale procedura online legata al decreto flussi, mentre per i profughi la Ue attiverà una protezione temporanea di carattere umanitario.

Contingente raddoppiato

In “palio” con il decreto «flussi» 2021, il Dpcm del 21 dicembre scorso, ci sono 69.700 posti per lavoro: 42mila per stagionali; 20mila per lavoratori subordinati in edilizia, turismo e autotrasporto; 700 per autonomi; 7mila, infine, per conversione di altri permessi, ad esempio per studio, tirocinio e formazione professionale. Porte aperte, dunque, a un numero di lavoratori extracomunitari più che doppio rispetto a quelli ammessi negli ultimi anni: dal 2015 in poi, i decreti flussi hanno ammesso un numero fisso di 30.850 lavoratori, prevalentemente stagionali.

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Nel 2021, come si legge nelle premesse del decreto (sulla Gazzetta ufficiale 12 del 17 gennaio 2022), il numero degli ingressi è stato aumentato tenendo conto «dei fabbisogni evidenziati dal mondo economico e produttivo nazionale».

Domande alla prova del “click day”

La quota più consistente resta anche per i prossimi ingressi quella dei lavoratori stagionali, con il 60% del totale. Un terzo di questa quota (14mila) è riservato alle domande presentate dalle associazioni datoriali del settore agricolo (Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Copagri, Alleanza delle cooperative). Rispetto al 2020 - rivelano le elaborazioni della Fondazione Leone Moressa per Il Sole 24 Ore del Lunedì - la quota di stagionali è più che raddoppiata, erano 18mila). Tra i non stagionali, i lavoratori subordinati saranno 20mila, oltre il triplo rispetto ai 6.200 del 2020.

Le domande possono essere presentate online entro il 17 marzo (l’indirizzo è https://nullaostalavoro.dlci.interno.it) e saranno valutate in base alla data e all’ora di presentazione, con il meccanismo del “click day”. Partiranno poi le verifiche di Questura, Prefettura e Ispettorato del lavoro (sia sul lavoratore e sia sul titolare) e il datore sarà convocato in prefettura.

Non sempre, però, la convocazione avviene nei 60 giorni previsti. Il lavoratore straniero dovrà, quindi, fare richiesta del visto agli uffici consolari del Paese di provenienza. Il consolato gli comunicherà la proposta di contratto di soggiorno per lavoro e rilascerà, entro 30 giorni dalla richiesta, il visto d’ingresso e l’indicazione del codice fiscale. Ottenuto il visto, il lavoratore può entrare in Italia.

Regolarizzazione camuffata

«In realtà - spiega Laura Zanfrini, responsabile del settore Economia e Lavoro dell’Ismu - i decreti flussi rappresentano spesso una procedura di regolarizzazione camuffata, per lavoratori che sono già presenti in Italia. Mentre la legge italiana sull’immigrazione prevede che i lavoratori siano assunti senza essere stati mai visti né testati dalle aziende».

La maggior parte dei permessi di soggiorno negli ultimi anni è stata rilasciata per motivi di famiglia (come i ricongiungimenti), con flussi quindi non programmati né programmabili.

«Per quasi dieci anni - spiega Enrico Di Pasquale, ricercatore della Fondazione Leone Moressa - abbiamo chiuso le porte agli immigrati per motivi di lavoro, nella convinzione che ci fossero già troppi disoccupati tra gli italiani. Il risultato è che i datori spesso non hanno reperito i lavoratori necessari, ad esempio in edilizia e in agricoltura, e questo ha lasciato spazio al lavoro nero».

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