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Lavoro, Cgil: 8 milioni di italiani in smart working con epidemia Covid-19

Dall’analisi emerge anche che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working una volta che l’emergenza sarà alle spalle

Smart working, "diffidente" il 79% degli imprenditori

Dall’analisi emerge anche che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working una volta che l’emergenza sarà alle spalle


2' di lettura

Nelle ultime settimane, con il lockdown scattato con l’epidemia di Covid-19, si stima che siano stati circa 8 milioni gli italiani che hanno lavorato da casa o comunque da remoto. Lo rivela una indagine sullo smart working promossa dalla Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio, secondo cui, prima dell’epidemia, erano circa 500mila le persone che lavoravano in modalità smart working.

Il decreto Rilancio prevede che fino al 31 luglio, data che segna (per ora) la fine dello stato di emergenza legata al Covid-19, i lavoratori dipendenti di aziende private con almeno un figlio entro i 14 anni avranno diritto al lavoro agile anche senza gli accordi individuali previsti dalla legge 81/2017, purché questa modalità sia compatibile con le caratteristiche della loro prestazione. E potranno usare anche computer personali, se gli strumenti informatici non saranno forniti dal datore di lavoro.

Sei intervistati su 10 vorrebbero continuare
L’indagine è stata condotta attraverso un questionario online al quale hanno risposto 6.170 persone, di cui il 94% lavoratrici e lavoratori dipendenti a tempo indeterminato. Dall’analisi emerge anche che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working una volta che l’emergenza sarà alle spalle, mentre il 20% non vorrebbe continuare a lavorare in questa modalità. Tra i generi, sono più propensi gli uomini.

Smart working: come
Nel 37% dei casi il lavoro a distanza è stato attivato in modo concordato con il datore di lavoro. Nel 36% dei casi in modo unilaterale dal datore di lavoro; el 27% dei casi in modo negoziato attraverso intervento del sindacato.

Servono competenze specifiche
La quasi totalità di chi ha partecipato al questionario ritiene che per lavorare da casa occorrano competenze specifiche. Nella maggior parte dei casi queste competenze erano già sviluppate, come ad esempio l’uso di strumenti e tecnologie informatiche: il 69% le aveva già ma il 31% non ne era in possesso. O per usare piattaforme/software per il lavoro a distanza, per organizzare il proprio lavoro, per relazionarsi con colleghi e responsabili. Per gestire lo stress.

Il 31% ha una stanza per sé
Nella maggior parte dei casi gli spazi per lavorare sono ricavati (50%) oppure si assiste a un nomadismo casalingo (19%). Il 31% ha una stanza per sé.

Le priorità
Nel lavorare da casa si presta poca o nessuna attenzione al diritto alla disconnessione (56%), al controllo a distanza (55% + le donne). Si presta invece abbastanza o molta attenzione al ricircolo d’aria (85%), alla tutela della privacy (73%, + le donne), alla correttezza della postazione di lavoro (66%, + gli uomini), alle pause di lavoro (54%, + gli uomini).

Per approfondire:
Come sarà il lavoro dopo il virus? I 7 trend della nuova occupazione
Smart working: l'azienda può dettare le regole anche senza accordi individuali

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