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Lavoro, è boom di rinnovi contrattuali: dalla chimica ai meccanici, tutti gli aumenti in arrivo

Sono oltre 4,5 milioni i dipendenti dell’industria con un contratto in vigore. Meno di 500mila i lavoratori interessati da contratti scaduti da poco tempo

di Cristina Casadei

Chimica e farmaceutica rinnovano il contratto: ai lavoratori 204 euro di aumento

8' di lettura

I primi mesi di quest’anno, nella contrattazione, ce li ricorderemo per la chimica farmaceutica, l’edilizia, gli autoferrotramvieri, l’energia e petrolio, l’elettrico e il settore minerario, solo per citare alcuni settori che hanno rinnovato il contratto di lavoro. Se poi andiamo un po’ più indietro nel tempo ritroviamo la metalmeccanica, i multiservizi, la sanità privata, tutto il sistema moda. Alcuni esempi che raccontano come nei rinnovi si osserva un’inversione di tendenza che, nel privato, ha ribaltato la quota di contratti scaduti e contratti rinnovati. Il rapporto, che in passato era più 60%-40%, adesso è infatti diventato 40%-60%, secondo una rielaborazione dei dati Cnel fatta dal dipartimento contrattazione della Cisl, escludendo lavoro domestico e agricolo.

Se il terziario ha tutti i tavoli aperti, da Confcommercio a Federdistribuzione, Confesercenti, Coop, con i contratti scaduti da qualche anno, così come il turismo, nel medione generale, il contributo più rilevante a questa nuova fotografia arriva dall’industria.

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I numeri

Vediamo. I lavoratori dipendenti ai quali si applica uno dei 60 contratti collettivi nazionali del sistema Confindustria sono quasi 5 milioni e mezzo. Ad oggi sono oltre 4,5 milioni, quindi quasi l’86% del totale, gli addetti che hanno un contratto collettivo in vigore. Se vogliamo guardare a quest’ultima fase, da maggio del 2020, quando è iniziata la presidenza di Carlo Bonomi, ne sono stati rinnovati 36. Andando ancora più nel dettaglio dei dati, sono meno di 500mila (il 9 per cento del totale) i lavoratori interessati da contratti scaduti da poco tempo, non oltre 12 mesi. Nel complesso, quindi, il 95% dei lavoratori ha un contratto che si rinnova in tempi fisiologici. I ritardi più lunghi, ovvero superiori a 24 mesi, interessano 270mila lavoratori, il 5 per cento del totale, e riguardano il turismo, lo spettacolo e l’ospedalità privata.

Il contesto

Tornando alla rielaborazione della Cisl su dati Cnel, se escludiamo il lavoro agricolo e quello domestico, nel privato ci sono in totale 856 contratti collettivi nazionali che riguardano 13.697.850 lavoratori. Di questi, ad oggi, 346, circa il 40%, sono scaduti e riguardano 6.697.998 lavoratori. Tra le intese scadute, poco meno di una su tre, il 30%, è firmata da Cgil, Cisl e Uil. I contratti vigenti sono invece 510, circa il 60%, e riguardano 6.999.852 lavoratori. Se la Pa ha cicli contrattuali legati agli equilibri della spesa pubblica che spesso portano a siglare i contratti, quando è già ora di aprire il successivo rinnovo, il commercio ha tutti i tavoli aperti (Confcommercio, Federdistribuzione, Confesercenti e Coop) con i contratti scaduti da qualche anno, così come il turismo. Nel medione, il contributo più rilevante per il raggiungimento di questa nuova fotografia dove si inverte l’equilibrio tra lavoratori con contratto vigente e lavoratori con contratto scaduto, a favore dei primi, arriva dall’industria.

I due elementi

Due gli elementi da considerare: il primo riguarda il fatto che, pur in mezzo a tante difficoltà che sono nate in questi due anni del Covid, alla fine il sistema delle regole, ossia il Patto della fabbrica, ha consentito di andare a fare i rinnovi. Il secondo elemento è sicuramente il segnale sulla centralità della contrattazione. Considerando rilevante l’interlocuzione con i sindacati confederali, avendo questi ultimi rappresentato il fatto che i rinnovi dei contratti erano una priorità assoluta a favore della buona relazione tra le parti, sul fronte datoriale si è fatto il massimo sforzo, cercando di risolvere anche le situazioni storicamente più complesse, tra cui vale la pena ricordare la sanità privata e il multiservizi, contratti che erano scaduti da un numero molto alto di anni.

Il ruolo del Patto per la fabbrica

Le regole date nel 2018 attraverso il Patto per la fabbrica, condiviso da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, hanno sicuramente aiutato a trovare delle soluzioni e ad aprire riflessioni sulla centralità che devono avere i contratti per i settori. L’accordo ha ideato un sistema di regole che, per la prima volta, non sono state orientate a comprimere tout court le retribuzioni. Ma a immaginare una diversa distribuzione degli aumenti che non caricasse troppo i minimi. Prevede infatti un esercizio, che forse non proprio tutti hanno fatto, non senza spaccature sul fronte datoriale, che indica i minimi contrattuali come trattamento economico minimo, basando il calcolo dell’aumento sull’Ipca (l’indice dei prezzi, depurato dei costi energetici importati). In questo modo, i diversi settori, in caso di imposizione di un salario minimo, avrebbero potuto dire al legislatore di avere già costruito un proprio salario minimo attraverso la contrattazione e avrebbero potuto evitare la fuga dal contratto che c’è stata nei paesi dove è stato introdotto il salario minimo. Il Patto per la fabbrica è nato con l’obiettivo di difendere la contrattazione collettiva e con lo spirito di responsabilizzare molto le parti su questo obiettivo. Nel contempo, il Patto ha previsto che tutto il welfare e gli istituti economici che non rientrano nei minimi entrino nel trattamento economico complessivo, dove non sono stati posti limiti.

Gli aumenti

Tanto durante la fase inflattiva più bassa, che durante quella più alta, considerando i rinnovi contrattuali sottoscritti dal 2018, l’anno del Patto per la fabbrica, Confindustria stima un aumento medio delle retribuzioni contrattuali del 4,9% nel triennio 2018-2021. Nello stesso periodo, l’inflazione, misurata a consuntivo dall’Ipca, al netto degli energetici, considerando anche il consuntivo 2021 è stata del 2,8%. L’aumento retributivo sembra quindi essere superiore a quello dei prezzi, e secondo i calcoli dell’ultimo rapporto del Centro Studi di Confindustria, nel periodo tra il 2015 e il 2020, il gap tra le retribuzioni e l’andamento dei prezzi è stato di un +5%. Conferma di questo aspetto arriva dall’ultimo bollettino di Bankitalia che allarga il periodo considerato e spiega che nello scorso decennio, a fronte di una prolungata debolezza dell’inflazione, il valore previsto per l’Ipca è sempre stato costantemente superiore a quello realizzato. Il sistema degli aumenti ex ante, adottato dalla maggior parte dei contratti, che prevede aumenti dati in base alle previsioni e poi verifiche degli scostamenti a consuntivo, ha però fatto sì che seppure i contratti prevedano il recupero più o meno esplicito di questo scostamento, questo non si è quasi mai verificato, per le tensioni che si aprono soprattutto sul fronte sindacale, come è accaduto, un paio di rinnovi fa per la Gomma plastica, per esempio. Semmai, è il caso della chimica e farmaceutica, si è fatto ricorso a soluzioni diverse, il cosiddetto Edr ammortizzatore in cui collocare lo scostamento, ma senza toccare le retribuzioni che, recuperando lo scostamento in negativo, sarebbero state diminuite. Nel caso dei metalmeccanici viene invece utilizzato un calcolo ex post, basato sui valori via, via raggiunti dall’Ipca, con una clausola di salvaguardia in base alla quale qualora l’inflazione reale misurata dall’Ipca depurato risultasse superiore alle cifre pattuite, i minimi saranno adeguati all’importo risultante. Diverso ancora, infine, il caso del legno e arredo, dove si utilizza una terza via, una sorta di doppio binario: il primo prevede una cifra fissa, a consuntivo, su indici predefiniti e certamente identificabili, il secondo invece è legato alle verifiche annuali, fatte sulla base dell’andamento dell’Ipca generale.

L’inflazione

Per salvare i salari dall’inflazione Cgil, Cisl e Uil, hanno cercato di portare avanti diverse strategie. Per il segretario confederale della Cisl, Giulio Romani, bisogna agire in due direzioni: «La prima è rivedere la politica di redditi perché è l’unico metodo per contrastare la spirale inflazionistica. La seconda è favorire la diffusione di un secondo livello negoziale che redistribuisca la produttività che viene realizzata in azienda». Tiziana Bocchi, segretaria confederale della Uil, è convinta che «nell’industria, tutto sommato, la contrattazione ha retto. Anche il Patto per la fabbrica su cui abbiamo discusso per il problema dell’inflazione perché l’Ipca al netto dei costi energetici importati non è l’indicatore più adeguato». Anche una volta rinnovati i contratti, però, «resta un problema salariale complessivo - rileva la sindacalista - e proprio per questo la nostra proposta è stata, ed è, la detassazione degli aumenti e il rafforzamento della contrattazione decentrata. Con la detassazione dei premi di risultato».

Diversi approcci

Tra i grandi temi che sono parte della quotidianità dei lavoratori, c’è sicuramente la difesa dei salari dall’inflazione, a cui può arrivare un grande aiuto dai rinnovi dei contratti. Immaginare che siano risolutivi per archiviarla può far correre il rischio di accentuare troppo l’accento sui minimi, riducendo la negoziazione tra le parti a un approccio esattoriale, ormai un po’ datato. Proprio quando oggi, per esprimere il loro potenziale i contratti sono chiamati ad aprirsi, anche per reciproca convenienza delle parti, a ragionare di sviluppo, innovazione, logiche di settore, politiche occupazionali, economiche con cui regolare il lavoro in un settore, in una filiera. Trovando le convergenze, attraverso una continuità di dialogo, che da molti anni ormai sperimenta la chimica farmaceutica e verso la quale tendono anche altri settori come la metalmeccanica. La contrattazione, a ben vedere, può aprire riflessioni e creare soluzioni per un mondo produttivo – e quindi del lavoro - dove si ragiona sempre più in ottica di partecipazione e di filiera, un aspetto di cui si deve tenere conto soprattutto nei comparti come l’alimentare dove la parte finale, quella non rappresentata dai grandi marchi, sconta una certa debolezza. Tra l’altro, in un mondo sempre più globale, in cui il mercato comanda e dove il legame tra capitale e lavoro si deve fare sempre più stretto. Anche a favore della produttività dove, in molti ambiti, anche a causa di investimenti più fragili in innovazione, non si registra la crescita che ci si attende a fronte di un costo del lavoro molto elevato, che va in parte a beneficio dei lavoratori, ma in misura troppo elevata a beneficio della fiscalità, attraverso le tasse. La questione salariale andrebbe quindi allargata, pur tenendo conto dell’importante contributo della contrattazione e degli aumenti che definisce.

I temi

Gli ultimi accordi siglati, a partire dalla chimica farmaceutica, fino ai contratti dell’energia, soprattutto l’elettrico, e andando un po’ più indietro nel tempo anche i meccanici e l’edilizia, hanno condiviso la necessità di rafforzare le relazioni industriali e la partecipazione, soprattutto in questa fase in cui i settori, seppure in maniera diversa, sono alle prese con la gestione delle transizioni digitale ed ecologica che sono state indicate come strategiche e hanno avuto molto peso nel dialogo tra le parti. La transizione ha portato con sé anche innovazioni che hanno reso necessario mettere mano agli inquadramenti. Lo hanno fatto le telecomunicazioni che li hanno riscritti pressoché completamente, ma anche i meccanici, il cui sistema risaliva al 1973. In quest’ultimo caso va osservata l’importanza assunta dal ruolo e il fatto che la cifra dell’aumento pattuita nell’ultimo rinnovo è stata più consistente dell’Ipca tout court perché una parte, la cosiddetta ulteriore componente, è stata proprio legata all’operazione di “riforma dell’inquadramento”. Altri ancora hanno affidato questo capitolo ad apposite commissioni, come gli energetici. Sul tema, per citare un altro caso, in precedenti tornate di rinnovo contrattuale ci sono state modifiche anche nella chimica farmaceutica. Nel contempo è stato rafforzato il capitolo della formazione: ancora una volta è un caso il contratto dei metalmeccanici che ne hanno fat/to un diritto soggettivo, mentre per molti altri contratti ci sono state una chiara definizione e anche un aumento del numero delle ore che in un comparto come l’elettrico sono state portate a 40. La sicurezza, diventata al centro di un vero e proprio patto tra le parti con tanto di premialità, ha prevalso nell’edilizia, anche grazie alla valorizzazione della bilateralità. Energia e petroli hanno immaginato di farvi ricorso soprattutto per gestire il ricambio generazionale che, per tutti i comparti, è un grande tema. Smart working, inclusione e pari opportunità sono stati affrontati in tutti i negoziati e individuati come temi importanti per il futuro.

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