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Lavoro, dopo il Covid sempre meno viaggi d’affari: arriva il remote working

Per il 75% delle imprese la sicurezza è diventata la preoccupazione principale. La crescita dei rischi, oltre a ridurre i viaggi dei dipendenti, spinge il 60% delle aziende a sperimentare nuove formule come il «remote working»

di Serena Uccello

Smart Working, prima indagine su policy aziendali in Italia

3' di lettura

Tra i molti cambiamenti introdotti dall’esperienza pandemica, c’è sicuramente una diffusa percezione di insicurezza. Le aziende cioè – esattamente come gli individui – si sono ritrovate a fare i conti con la propria fragilità. In primo luogo nel tentativo di rispondere alla domanda su quanto siano effettivamente capaci di tutelarsi e tutelare i propri dipendenti. L’impatto più immediato di questo interrogativo è stata la ridefinizione delle proprie strategie di mobilità nazionale ed internazionale. Vediamo come.

Secondo l’International Mobility Survey 2022 di Aon (gruppo leader nella consulenza dei rischi e delle risorse umane e nell’intermediazione assicurativa), che ha sentito 200 grandi imprese italiane, con la fine della fase più drammatica della pandemia, i datori di lavoro stanno riconsiderando l’utilità e la necessità di spostarsi a livello internazionale.

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I viaggi d’affari servono veramente? Sì, ma non sempre e le difficoltà sono aumentate, in primo luogo quelle riguardanti la sicurezza, che preoccupa il 75% dei datori di lavoro, seguite da quelle che riguardano l’assicurazione del “benessere” dei propri dipendenti, che coinvolgono il 60% delle imprese. Ma cosa si intende esattamente quando si parla di sicurezza? Aon mette in fila i rischi che, in questa fase storica, le aziende devono gestire: in testa i rischi medico-sanitari, ma anche quelli correlati alle condizioni metereologiche estreme, poi il terrorismo e i disordini sociali e politici. Insomma, muovere il proprio personale sta diventando sempre più insicuro. Da qui una raccomandazione: riesaminare i propri programmi di gestione dei rischi di viaggio per garantire, da un lato, la tutela della salute e della sicurezza dei dipendenti e, dall’altro, l’ottemperanza alle linee guida del nuovo standard Iso 31030 europeo del 2021.

Il ritorno alle trasferte

Nonostante questi cambiamenti, nel 2021 gli impiegati nelle vendite (66%) e il management (65%) hanno iniziato nuovamente a viaggiare per motivi di lavoro. Tuttavia per loro non ci sono ulteriori aspettative di crescita dei viaggi almeno fino a tutto il 2022.

In questo scenario solo due categorie di lavoratori hanno fatto eccezione: il personale tecnico e quello che si occupa di manutenzione, che non hanno mai interrotto i viaggi durante la pandemia e per i quali è atteso un incremento degli spostamenti per ragioni lavorativi.

«Guardando al business travel – rileva Michel Teunisse dell’International People Mobility (Ipm) di Aon – è chiaramente visibile una sua vera e propria riconsiderazione. I datori di lavoro si interrogano sulla necessità di viaggiare. Fattori come costi, benessere dei dipendenti e anche il clima, saranno determinanti nel decidere se un viaggio sia davvero necessario. I viaggi d’affari non spariranno e rappresentano un valore aggiunto per alcuni settori. Il mondo dopo il Covid-19 non è però più lo stesso. Ciò è evidente anche dalla continua crescita del trend del lavoro da remoto a livello internazionale. I dipendenti hanno riscontrato i benefici che il remote working può portare e vogliono continuare ad adottarlo, anche per raggiungere un miglior equilibrio vita-lavoro».

Gli impieghi da remoto

Ecco perché il 60% dei datori di lavoro ha dichiarato che il lavoro da remoto internazionale è un’opzione all’interno delle proprie organizzazioni. Esistono tuttavia una serie di ostacoli. Tra questi, la compliance (54,6%), la previdenza sociale (51,5%), e le tasse (49,5%). Il 40% infatti delle società che adottano il lavoro da remoto internazionale non hanno policy o linee guida riguardanti queste tematiche.

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