ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùRAPPORTO ANNUALE ISTAT

Lavoro irregolare per oltre un milione di famiglie e piccole imprese in crisi di liquidità: è l’Italia del Covid

Oltre un milione di famiglie conosce solo lavoro irregolare, per i giovani l’ascensore sociale si muove solo verso il basso e per le imprese piccole c’è il fantasma della crisi di liquidità. Per uscire dalla crisi bisogna investire in conoscenza (soprattutto digitale). Calo delle nascite: quest’anno il bilancio si fermerebbe su 426mila nuovi nati, nel 2021 si rischia di scivolare a 396mila

di Davide Colombo

default onloading pic
Per i giovani l’ascensore sociale si muove solo verso il basso (foto Agf)

Oltre un milione di famiglie conosce solo lavoro irregolare, per i giovani l’ascensore sociale si muove solo verso il basso e per le imprese piccole c’è il fantasma della crisi di liquidità. Per uscire dalla crisi bisogna investire in conoscenza (soprattutto digitale). Calo delle nascite: quest’anno il bilancio si fermerebbe su 426mila nuovi nati, nel 2021 si rischia di scivolare a 396mila


4' di lettura

La pandemia ha colpito un Paese fragile e vulnerabile, dove oltre un milione di famiglie conosce solo lavoro irregolare, le opportunità di miglioramento sociale si riducono soprattutto per i più giovani e un tessuto diffuso di piccolo e micro-imprese fatica ad autofinanziare le proprie attività o a trovare in banca la liquidità necessaria per sopravvivere. La fotografia della struttura socio-economica dell’Italia che arriva dal Rapporto annuale Istat 2020, presentato stamane dal presidente Gian Carlo Blangiardo in Parlamento davanti a poche autorità per rispettare le regole anticontagio, restituisce un’immagine doppia dell’Italia.

Prima della nuova crisi e nel bel mezzo dei lockdown di primavera. Un doppio clic che coglie debolezze di lungo corso - come gli svantaggi delle donne su un mercato del lavoro che a fine 2019 contava 519mila unità in più rispetto al 2008 nonostante tra i giovani di 25-34 anni gli occupati erano oltre 1 milione e 400mila in meno - e le novità imposte dall’emergenza sanitaria. Quella più citata è naturalmente lo smartworking: tra aprile e maggio hanno lavorato in remoto circa 4,5 milioni di persone (il 18,5% degli occupati) su un potenziale di circa 7 milioni di lavoratori che, oggi si apprende, potrebbero farlo anche in un contesto di normalità. Nel 2019 solo 408mila lavoratori dipendenti avevano utilizzato la propria abitazione come luogo principale o secondario di lavoro, l’8,2% aveva un contratto di telelavoro e il 20,2% un accordo di smartworking (0,5% degli occupati dipendenti) per un totale di circa 116mila persone.

L’Italia si ritrova nella Fase 1

Ora che i primi timidi segnali di ripresa cominciano a illuminare l’orizzonte - lo confermano gli ultimi dati sul commercio extra-Ue e gli indicatori di fiducia delle imprese - uno sguardo a quello che è appena accaduto ci mostra quella stragrande maggioranza di cittadini che ha risposto coesa e con fiducia alle regole di distanziamento e ai blocchi governativi. Ma ci ricorda anche quanto duramente ha colpito questa epidemia: oltre 240mila contagi, poco meno di 35mila decessi, con un’asimmetria tutta a carico dei più vulnerabili, gli anziani, i meno istruiti. E quanto la lunga stagione delle spending review ha indebolito anche il nostro sistema sanitario.

Meno medici e meno infermieri

Ecco i numeri dell’Istat sulla Sanità. Letti oggi, fanno davvero riflettere. Dal 2010 al 2018 la spesa sanitaria pubblica è aumentata solo dello 0,2% medio annuo a fronte di una crescita economica dell’1,2%. Il rallentamento della spesa è dovuto principalmente alla diminuzione del personale sanitario. Rispetto al 2012 il calo è del 4,9% e ha riguardato anche medici (-3,5%) e infermieri (-3,0%). Nello stesso periodo (2012-2018) il solo personale a tempo indeterminato del comparto sanità si è ridotto di 25.808 unità (-3,8%): i medici sono passati da 109mila a 106mila (-2,3%) e il personale infermieristico da 272mila a 268mila (-1,6%). L’Italia può oggi contare su 39 medici ogni 10mila residenti, un numero sensibilmente inferiore a quello della Germania, che ne conta 42,5. Ancora più sfavorevole il confronto con il personale infermieristico: 58 per 10mila residenti contro 129.

Imprese tra crisi e resilienza

L’altra fragilità alla prova dell’epidemia riguarda le imprese. Con l’ultima ripresa ciclica (2014-2017) la base produttiva persa durante la precedente recessione non è stata ricostruita. Nel 2017 - si legge nel quarto capitolo del Rapporto - si contavano ancora quasi 80mila imprese (-1,7%) e 125mila addetti (-0,7%) in meno rispetto al 2011, con un valore aggiunto inferiore dell’1,9%. Il sistema è ancora frammentato ma le interconnessioni si sono diffuse e il Censimento permanente delle imprese rivela come le aziende rimaste attive nel corso del lockdown appartengano soprattutto a comparti che con relazioni di filiera intensi. La base più resiliente è qui. Ma il ritorno ai livelli pre-crisi - avverte Istat - potrebbe richiedere tempi piuttosto lunghi, visti gli effetti delle misure di lockdown: la caduta del valore aggiunto complessivo, rispetto a uno scenario di riferimento con assenza di shock, è pari al 10,2% ed è determinata per 8,8 punti percentuali dalle dinamiche interne e per 1,4 punti dagli effetti “importati”. Di questi ultimi, 0,2 punti sono ascrivibili alla riduzione di domanda tedesca, 0,4 alla dinamica dell’area euro (esclusa la Germania) e 0,8 punti a quella del resto del mondo. Dunque le condizioni per una ripresa vera sono numerose e non tutte influenzabili con le misure di politica economica nazionali.

Digital divide e bassa fecondità

L’ultimo capitolo del rapporto è dedicato alle nota grandi criticità strutturali del Paese: dal basso livello di capitale umano e conoscenze al decrescente tasso di fecondità, aspetti di struttura sociale cui il Covid ha aggiunto un’evidenza in più in digital divide. La competenza digitale degli italiani in età da lavoro (25-64 anni) è bassa o pari a zero per il 39%, dato da brividi se confrontato con il 13% degli olandesi o il 20% dei tedeschi. Da qui - dice implicitamente il rapporto - si può e deve ripartire con investimenti di lungo respiro, una ricetta guarda a caso in linea con quella da anni perorata anche dai vertici di Bankitalia. Per raddrizzare altre cadute - come quella delle nascite - servono invece programmi politici e culturali più ampi: dalle indagini Istat si apprende che solo 500mila italiani tra i 18 e i 49 anni non vogliono fare figli, tutti gli altri lo desiderano ma non possono permetterselo. E ora con la crisi la prospettiva peggiora ulteriormente se agli effetti indotti dai fattori di incertezza e paura si aggiungono quelli derivanti dallo shock sull’occupazione. I nati scenderebbero a circa 426mila nel bilancio finale di quest’anno, per poi ridursi a 396mila, nel caso più sfavorevole, in quello del 2021.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti