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Lavoro, l’Inapp: la crisi Covid ha pesato di più al Nord. Impatto più soft su Calabria, Sicilia e Campania

Giovani più colpiti in termini occupazionali, la componente over 50 è stata la sola a far riscontrare un aumento degli occupati, pari allo 0,7% fra febbraio e aprile e allo 0,9 nella fase di momentaneo allentamento delle restrizioni

di Andrea Carli

Nardiello: «Gli Its costruiscono le competenze dei giovani in linea col mercato del lavoro»

4' di lettura

La crisi scaturita dalla pandemia Coronavirus, e dalle misure restrittive messe in campo per contenere la corsa dei contagi, a cominciare dal lockdown generalizzato ha colpito pesante soprattutto il Nord d’Italia. L’impatto sule regioni del Sud è stato più contenuto. È uno degli elementi che emerge dal Rapporto 2021 dell’Inapp presentato alla Camera. Dal confronto tra il 2020 e il 2019 viene infatti fuori che le riduzioni maggiori delle attivazioni di rapporti di lavoro in valore assoluto sono state registrate in Lombardia e nel Lazio (rispettivamente -432mila e -406mila). Nel computo del totale delle cessazioni del 2020 rispetto al 2019, Lazio (-399mila) e Lombardia (-361mila) hanno fatto registrare rispettivamente il primo e il secondo maggior calo. Anche Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Puglia evidenziano valori negativi importanti.

Calabria, Sicilia, Campania e Molise hanno risentito dell’emergenza

Ma il risultato netto del 2020 rispetto al 2019 è che, da un lato, la crisi sanitaria ha pesato di più al Nord e in particolare in Lombardia (-71mila), Trentino Alto Adige (-47mila) e Veneto (-0mila) che mostrano le riduzioni maggiori delle attivazioni nette, ma anche in Toscana ed Emilia-Romagna. Dall’altro lato, solo alcune regioni del Mezzogiorno hanno registrato numeri positivi nelle attivazioni nette: Calabria, Sicilia, Campania e Molise, che hanno mostrato aumenti delle attivazioni nette, sembrano aver risentito molto meno della situazione emergenziale.

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Giovani più colpiti

La crisi economica scaturita dalle misure restrittive adottate per contenere i contagi Coronavirus ha colpito soprattutto i giovani. Nel trimestre peggiore del 2020, il secondo, si sono dimezzate le attivazioni rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente per i giovani fino a 24 anni, mentre sono scese di un terzo circa per le persone di età compresa tra i 55 e i 64 anni. In termini percentuali lo stesso schema, seppur con intensità diversa, si presenta in tutti i trimestri: i valori più negativi riguardano le coorti con meno di 45 anni, mentre per quelle più anziane, con l’eccezione del II trimestre, le variazioni tendenziali appaiono più modeste e in alcuni casi si portano su livelli positivi.

Lavoratori maturi in controtendenza

Durante il periodo di crisi innescato dalla pandemia e succeduto alle misure di lockdown, la componente over 50 è stata la sola a far riscontrare un aumento degli occupati, pari allo 0,7% fra febbraio e aprile e allo 0,9 nella fase di momentaneo allentamento delle restrizioni. Osservando nel complesso il periodo dicembre 2019 - dicembre 2020, il segmento dei lavoratori maturi occupati (50 anni e più) è aumentato di circa 197mila unità, arrivando a 8 milioni e 938mila con una crescita complessiva pari all'2,3 per cento. Al netto degli effetti determinati dalla variazione della popolazione, il loro aumento resta comunque positivo, pari allo 0,6% (Istat 2021). Questa crescita ha determinato un ampliamento della loro inci-denza sul totale degli occupati dal 37,5% nel 2019, a poco più del 39 per cento.

VARIAZIONE TENDENZIALE DELL'OCCUPAZIONE PER CLASSE D'ETÀ

Dati in %. (Fonte: elaborazioni Inapp su dati Istat, 2021, dati destagionalizzati)

VARIAZIONE TENDENZIALE DELL'OCCUPAZIONE PER CLASSE D'ETÀ

Forte inasprimento delle diseguaglianze di genere

Il periodo di emergenza sanitaria presenta inoltre effetti differenziati tra uomini e donne. Dalla prospettiva del mercato del lavoro l'Italia, già al quattordicesimo posto nel Gender equality Index con 4,4 punti percentuali al di sotto della media Ue e con il ranking più basso nell'Unione proprio in tema di occupazione femminile, evidenzia al 2020 un forte inasprimento delle disuguaglianze di genere in termini di accesso, partecipazione e progressione delle donne nel mondo del lavoro. Si tratta, chiarisce l’indagine Inapp, di un fenomeno che ha una dimensione di carattere internazionale, ma che in Italia presenta connotati di particolare criticità, stante la radice strutturale delle determinanti i gap di genere nel lavoro. In Italia a dicembre 2020 , le donne occupate sono 9 milioni e 530mila e gli uomini 13 milioni e 330mila. Rispetto all'anno precedente si contano 444mila persone occupate in meno, di cui 312mila donne, corrispondente ad un calo del 3,5% per le donne e del 2% per gli uomini. Rispetto alla tipologia di lavoro, le donne occupate sono diminuite del 2,6 % nel lavoro dipendente (contro l'1,9% degli uomini) e del 7,6% nel lavoro indipendente (contro il corrispondente -2,5% maschile).

La crescita dei contratti a tempo determinato

Negli ultimi dieci anni, viene sottolineato dall’Inapp, i contratti a tempo determinato sono aumentati di oltre 800mila unità registrando un'impennata del +36,3% con una variazione dell’occupazione complessiva contenuta, pari all’1,4%. Una tendenza che, rileva ancora il report, si manifesta anche nella ripresa post Covid (nel trimestre marzo-maggio 2021 gli occupati a termine sono saliti di 188mila unità mentre gli stabili sono diminuiti di 70mila unità).

Nella Pa riduzione e crescente invecchiamento del personale

Per quanto riguarda la Pubblica amministrazione, invece, l’indagine pone l’accento sulla riduzione progressiva e costante del numero di dipendenti pubblici avvenuta negli ultimi venti anni (circa 350mila unità, pari al 10% dell'organico, di cui 212mila nell'ultimo decennio). Alla riduzione di personale ha fatto da contrappunto il suo crescente invecchiamento, con un'età media dei dipendenti di 50,7 anni (era di 44 anni nel 2003) e una quota di under 30 pari ad appena il 3% del totale dei dipendenti, sei volte in meno degli over 60 (18%). Il report analizza in particolare due settori: quello sanitario (un medico su cinque ha più di sessant'anni, sono previste per anzianità nei prossimi 5 anni 25mila uscite che salgono a 42mila per gli infermieri) e quello della scuola (negli ultimi dieci anni malgrado le assunzioni il personale over 60 è più che raddoppiato e il suo peso sul totale è passato dal 9 al 20%, tra i docenti a tempo indeterminato, il 22% ha più di 60 anni, e un altro 22% appartiene alla classe 55-59 anni: in tutto sono più di 280mila insegnanti (su 640mila) che per anzianità usciranno da qui ai prossimi 5 anni).

Terzo settore, oltre il 14% ha dovuto sospendere o chiudere attività

Un capitolo dell’indagine riguarda il Terzo settore, dove operano quasi 360mila unità ma con il 14,2% di queste che a causa dell'emergenza sanitaria ha dovuto sospendere o chiudere le proprie attività di assistenza.

Fadda (Inapp): scommettere sulle politiche attive

«“Scongelare il lavoro” dopo il blocco dei licenziamenti - ha sottolineato il presidente dell’istituto Sebastiano Fadda - significa scommettere con determinazione sulla crescita economica e sulle politiche attive, in particolare con la formazione dei lavoratori che deve essere anche la base del reddito di cittadinanza; ovvero: bisogna fornire ai disoccupati non solo un sostegno economico ma soprattutto la possibilità di accrescere le proprie competenze. Come? Rilanciando e potenziando i centri per l'impiego, la cui azione è oggi fortemente carente».

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