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Lavoro, dopo la tregua estiva a ottobre riparte la cassa Covid: ore autorizzate a quota 330 milioni

Dopo la frenata di agosto e settembre, con la seconda ondata dell’emergenza sanitaria le ore autorizzate arrivano a quota 330 milioni. Domande di disoccupazione: +40,3% tra i collaboratori

di Giorgio Pogliotti

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2' di lettura

L’impatto del clima di incertezza legato alla seconda ondata dell’epidemia da Coronavirus si fa sentire sull’andamento della cassa per l’emergenza Covid: le richieste, ad ottobre hanno ripreso a salire, toccando quota 330 milioni di ore autorizzate e, anche se resta lontano il picco di aprile-maggio (849 milioni di ore) che risentiva del lockdown generalizzato, si è però superato sia il dato di settembre (239 milioni di ore) che quello di agosto (279 milioni). Si è dunque interrotto il trend di progressiva diminuzione di richiesta di cassa Covid da parte delle imprese, registrato in occasione dell’estate.

Nel confronto con il mese precedente, ad ottobre l’incremento medio di ore autorizzate di cassa Covid è del 38,1%; la crescita più consistente riguarda la cassa integrazione ordinaria (+65,9%), segue la cassa in deroga (+31,2%) e i fondi di solidarietà (+16%).

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Da notare che la cassa Covid rappresenta il 94% di ore autorizzate di cassa integrazione che complessivamente tra gennaio e ottobre hanno toccato il record di 3,6 miliardi, una cifra che confrontata con i 276 milioni del 2019 o con gli anni più duri della crisi (1,2 miliardi del 2010), evidenzia tutta la drammaticità della situazione.

Il tiraggio

Tuttavia va considerato un dato importante, quello relativo al “tiraggio”, ovvero all’utilizzo effettivo della cassa autorizzata dall’Inps, pari al 40,7%, una percentuale grosso modo simile a quella dello scorso anno (39,7%).

Disoccupazione

In questo quadro non vanno trascurate le domande di disoccupazione: per la Naspi e la Discoll ammontano a 1,4 milioni da gennaio a settembre, in crescita del 4,1% sul 2019. L’incremento più consistente riguarda la Discoll dei collaboratori (+40,3%), cresciuta più della Naspi (3,7%). Questo dato sembra confermare un fenomeno, per cui in presenza di una congiuntura economica negativa e del blocco dei licenziamenti, le aziende in difficoltà hanno ridotto i costi intervenendo dove potevano intervenire senza rischiare contenzioso o sanzioni, non confermando i contratti temporanei alla scadenza.

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