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Lavoro: la pandemia penalizza di più Sud, giovani e donne

Secondo Via Nazionale le tutele messe in campo dal Governo, con il blocco dei licenziamenti e il ricorso massiccio alla cassa integrazione, avrebbero tutelato di più i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, cioè in sostanza, chi era già in una posizione lavorativa più stabile anche prima della pandemia

di Valentina Melis

Lavoro, drammatico paradosso per i giovani

3' di lettura

Lavoratori a termine e del Sud più esposti all’impatto della pandemia sul piano occupazionale. Lo conferma il rapporto sull’Economia delle regioni italiane della Banca d’Italia, che sarà presentato mercoledì 4 novembre con una conferenza stampa virtuale.

A determinare un calo più consistente degli occupati nelle Regioni del Mezzogiorno e delle Isole ha contribuito, secondo i ricercatori che hanno curato il rapporto, una struttura produttiva più orientata verso il turismo e i settori collegati, che hanno risentito maggiormente degli effetti dell’epidemia. Ma ha inciso anche la diversa composizione dei contratti, più sbilanciata verso forme di lavoro temporaneo. Anche il ricorso allo smart working sarebbe stato più diffuso al Nord, per le caratteristiche e la distribuzione delle mansioni dei lavoratori.

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Gli effetti degli aiuti

Le tutele messe in campo dal Governo, con il blocco dei licenziamenti e il ricorso massiccio alla cassa integrazione, avrebbero tutelato di più i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, cioè in sostanza, chi era già in una posizione lavorativa più stabile anche prima della pandemia. «Il blocco dei licenziamenti e la Cig senza costi per le imprese - fanno notare i curatori del rapporto - hanno tutelato in maniera consistente l’occupazione a tempo indeterminato, che ha sostanzialmente tenuto. Nel secondo trimestre, il lavoro a tempo determinato, invece, ha fatto registrare un calo del 13,4% da inizio anno, simile a quello del Pil».

Attivazioni e cessazioni

Il rapporto della Banca d’Italia analizza i dati delle comunicazioni obbligatorie sui contratti attivati e cessati nel settore privato (agricoltura esclusa) in cinque regioni per le quali sono disponibili dati fino al 15 settembre (Piemonte, Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Sardegna, nelle quali si concentra circa il 30% dell’occupazione dipendente in Italia). Tra l’emergere della pandemia a fine febbraio e la fine del lockdown, a maggio, il saldo tra contratti attivati e cessati è stato di molto inferiore rispetto allo stesso periodo del 2019 in tutte le regioni considerate, ma con variabilità nel territorio: nella provincia autonoma di Bolzano, ad esempio, il calo è molto pronunciato già nel mese di marzo (-140 unità ogni mille dipendenti),mentre in Sardegna il crollo è arrivato a giugno (-160 unità ogni mille dipendenti), per poi diminuire, in entrambe le aree, nei mesi successivi.

Il saldo tra attivazioni e cessazioni, in rapporto al numero medio di occupati nel 2019, si è ridotto in modo più marcato nelle aree a più alta vocazione turistica. Con la fine del lockdown, da giugno, il divario rispetto all’anno precedente ha cominciato a diminuire quasi ovunque. «Il parziale recupero della domanda di lavoro - si legge nel rapporto - ha poi mostrato segnali di rallentamento dalla seconda metà di agosto in tutte le regioni, in connessione con la fine della stagione turistica estiva».

Il turnover delle posizioni lavorative si è ridotto drasticamente durante il periodo di fermo delle attività e, nonostante la ripresa estiva, si è mantenuto, in tutte le sei aree analizzate, su livelli inferiori rispetto allo stesso periodo del 2019, riflettendo soprattutto il blocco dei licenziamenti.

Giovani e donne i più colpiti

Dal rapporto di Bankitalia emerge un’altra conferma: le conseguenze occupazionali dell’emergenza sanitaria hanno colpito di più i giovani e le donne. La flessione più marcata delle attivazioni nette (attivazioni meno cessazioni) ha riguardato in tutte le regioni la fascia di età fra 15 e 24 anni. Pesa la maggiore diffusione dei contratti a termine tra i più giovani.

La riduzione delle posizioni lavorative durante le restrizioni ha penalizzato poi l’occupazione femminile, riflettendo la maggiore presenza di donne nei settori economici più colpiti dagli effetti della pandemia.

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