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Lavoro da remoto più produttivo? Solo con It, costi e sicurezza sotto controllo

Il campione relativo al mercato italiano ha speso di tasca propria 305 euro per aggiornare le apparecchiature necessarie a operare in smart working

di Gianni Rusconi

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(REUTERS)

Il campione relativo al mercato italiano ha speso di tasca propria 305 euro per aggiornare le apparecchiature necessarie a operare in smart working


3' di lettura

Chiamiamolo smart working, oppure “work from home”. O anche lavoro flessibile: certo è che la pandemia ha chiamato molte aziende a rivedere in modo sostanziale le modalità di lavoro di manager e collaboratori, per ovviare al lockdown prima e per rimanere competitive nell'era del “new normal” ora. L'adozione di questo modello si porta dietro aspetti vincenti, sfide e ovviamente criticità, in parte correlate al fatto che, in futuro, si lavorerà da casa sempre di più e sempre più spesso.

Di questo avviso è, per lo meno, oltre la metà della forza lavoro intervistata a livello globale nell'ambito dello studio “Technology and the Evolving World of Work” realizzato da Lenovo su un campione di 20mila persone di 10 Paesi (Italia compresa) fra l'8 e il 14 maggio di quest'anno.Che il Covid-19 abbia determinato un cambiamento nelle dinamiche lavorative negli ultimi mesi è un dato di fatto per il 72% dei lavoratori oggetto di indagine. Ci sono però sfaccettature meno note legate alla pratica del remote working: se tutti sono concordi nel ritenere che a casa aumentino i livelli di connettività ed efficienza, è anche vero che (i dati evidenziano questo), crescono però anche le preoccupazioni legate al benessere economico, fisico ed emotivo dei singoli professionisti.

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Uno scenario per certi versi inaspettato che riflette la complessa relazione che i dipendenti hanno con la tecnologia in un momento in cui la sfera personale e quella professionale stanno diventando sempre più interconnesse. Un assunto, quest'ultimo, già ampiamente dibattuto anche prima del Coronavirus, che regge sul concetto di ufficio come qualunque luogo dove vi è accesso agli strumenti digitali e che viene rafforzato dai dipendenti “costretti” a lavorare da casa.

L'85% degli intervistati ha infatti dichiarato di fare maggiore affidamento sul proprio personal computer rispetto a quando si trovava in un ufficio, circa due terzi (il 63%) si sente più produttivo e oltre la metà (il 52%) si dice convinto che continuerà a lavorare da casa più di quanto facesse prima del lockdown, anche quando non saranno più obbligatorie le misure di distanziamento sociale.

Una delle necessità a cui le aziende hanno dovuto immediatamente rispondere a valle del massivo ricorso all'home working è sicuramente la dotazione di soluzioni tecnologiche personalizzabili e scalabili. Non è certo un caso che la maggior parte degli intervistati chieda ai datori di lavoro maggiore attenzione agli investimenti sulle tecnologie utili ad agevolare il lavoro da casa, anche perché sette dipendenti su 10, come recita il rapporto, hanno acquistato nuovi dispositivi digitali per lavorare da remoto e circa il 40% ha dovuto migliorare a proprie spese, in toto oppure in parte, la propria dotazione digitale.

Il campione italiano, nello specifico, ha confermato di aver speso di tasca propria in media circa 305 euro per aggiornare l'apparecchiatura necessaria per operare in smart working durante la pandemia (circa 62 euro in più rispetto alla media mondiale, solo in Germania e Stati Uniti si è speso di più). Il nuovo approccio al lavoro ha quindi svelato altre problematiche personali dei professionisti intervistati, a cominciare dalle condizioni fisiche (mal di testa, dolori alla schiena e al collo, difficoltà a dormire e molto altro), di cui ha sofferto ben il 71% del campione.

Le cause? Apparentemente banali, come per esempio mobili non appropriati, oppure la mancanza di schermi di grandi dimensioni, di cuffie con cancellazione del rumore e anche di videocamere ad alta risoluzione da collegare a pc, tablet o telefoni. L'altra nota dolente è legata invece alla diminuzione dei contatti personali con i colleghi, che ha acuito la difficoltà di separare la vita lavorativa da quella domestica e di potersi concentrarsi durante le ore di lavoro a causa delle distrazioni presenti in casa. In ultimo, ma non si tratta certo della componente meno importante, c'è la questione della sicurezza: i dipendenti di tutte le età concordano sul fatto che una delle principali preoccupazioni legate alla tecnologia è la maggiore vulnerabilità delle aziende per cui lavorano e alle possibili violazioni di dati di cui le imprese possono essere vittima.

Lo scenario nel quale si sta affermando lo smart working, insomma, presenta ancora luci e ombre e se è ormai assodato che la flessibilità non sia più solo un'aspettativa bensì una necessità, è bene che le aziende capiscano in fretta come la tecnologia debba semplificare l'equilibrio vita/lavoro, la collaborazione e il multi-tasking. Perché solo così può diventare un asset dell'organizzazione nell'era post Covid.

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