gestione aziendale

Lavoro da remoto post pandemia: servono investimenti che guardino lontano

Per le aziende si aprono opportunità di attingere a nuovi serbatoi di professionalità, incentivando il rientro di persone nel mercato del lavoro

di Gianni Rusconi

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(EPA)

Per le aziende si aprono opportunità di attingere a nuovi serbatoi di professionalità, incentivando il rientro di persone nel mercato del lavoro


4' di lettura

Il partito di coloro che attribuiscono al lavoro da remoto tutte le carte in regola per diventare la nuova normalità è sempre più numeroso e trova proseliti sia in campo accademico e istituzionale, sia in ambito aziendale (dove si gioca la partita più importante). La pandemia di Covid 19 ha innescato lo scorso marzo un grande esperimento e secondo alcuni ha finalmente abbattuto molti vecchi luoghi comuni: lavorare a distanza non solo è possibile ma, se fatto in modo adeguato, può generare effetti positivi in termini di produttività, equilibrio casa-lavoro e benessere mentale, costi dell’organizzazione e ambiente.

Chi, fra le figure di management, pensava a una perdita di “valore” con i collaboratori impegnati lontano dall’ufficio ha dovuto sostanzialmente ricredersi, accogliendo i benefici generalizzati dello smart working. Il tema è centrale e ampiamente dibattuto: finita la fase di emergenza, la nuova normalità vedrà molti professionisti operare dal proprio computer fuori dai confini aziendali? Google, fra i colossi tech, ha già risposto al quesito e continuerà a far lavorare i propri dipendenti da casa (o da altri luoghi remoti) fino all’estate del 2021. Per molte organizzazioni si tratterà di mettere a frutto modelli di lavoro flessibili e più consoni a gestire le risorse in maniera agile e dinamica, esattamente come richiede lo scenario di business ad alto tasso di imprevedibilità che si prospetta.

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Le ragioni per cui le imprese dovrebbero inserire lo smart working nelle politiche di gestione dell’organizzazione sono diverse e Citrix, uno dei principali specialisti al mondo nella realizzazione di workspace digitali, ne evidenzia in particolare alcune, che di seguito andiamo ad analizzare. La prima è legata a un fattore squisitamente economico. Lavorare da remoto può infatti contenere significativamente i costi legati ai sistemi informatici e all’affitto degli immobili, e di questo ne sono convinti soprattutto i Chief financial officer: in un recente studio di Gartner, il 74% dei responsabili amministrativi ha affermato in proposito come lo smart working rientrerà nei loro prossimi piani operativi, anche ad emergenza terminata.

L’impatto sui costi sarebbe inoltre consistente anche per i singoli lavoratori. Uno studio condotto nell'agosto 2019 dal Centre of Economics and Business Research (per conto della stessa Citrix) ha rilevato come la possibilità di lavorare lontano dagli uffici due giorni a settimana andrebbe a ridurre le spese dei dipendenti (in primis per il carburante e per i viaggi dei pendolari) per oltre 107 miliardi di dollari. Uno dei capisaldi dei paladini dello smart working è sicuramente la maggiore produttività, fattore che negli ultimi 15 anni ha conosciuto invece una tendenza al ribasso. Anche se i detrattori non mancano, il concetto che vede le performance individuali poter migliorare senza i vincoli e le occasioni di distrazione della vita aziendale ha trovato in questi ultimi mesi basi decisamente più solide.

E lo dimostrerebbero ancora una volta alcuni dati. Una recente ricerca di Citrix e One Poll realizzata su mille lavoratori dipendenti in tutto il mondo ci dice per esempio che il 69% degli intervistati afferma di essere più concentrato e produttivo quando lavora da remoto anziché alla propria scrivania in azienda. E il 72% dello stesso campione assicura di lavorare lo stesso numero di ore (se non di più) di quando è in ufficio, perché la giornata lavorativa inizia prima e spesso sconfina nelle ore notturne.

L’indagine curata da OnePoll, inoltre, mette a fuoco la questione (particolarmente sentita) del miglior equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. L’83% dei lavoratori premia senza esitazione la flessibilità del lavoro da remoto e la possibilità di gestire il tempo in autonomia, destinando nella metà dei casi le pause dall’attività alla gestione delle necessità familiari e delle faccende domestiche. In generale, chi lavora da remoto afferma di essere meno stressato e di riuscire a fare tutto più velocemente.

Altro tema che ricorre da prima dello scoppio della pandemia è invece quello della scoperta e della valorizzazione dei nuovi talenti. Le aziende (e quelle italiane in modo particolare) fanno notoriamente fatica a trovare lavoratori altamente qualificati e tale difficoltà, fino al marzo scorso, era amplificata da un approccio alle assunzioni che teneva conto della distanza dal posto di lavoro. Con lo sdoganamento dello smart working, ecco che tale problema viene meno in virtù della possibilità di ingaggiare figure di talento (anche su base temporanea) ovunque esse si trovino.

Con l’annullamento della distanza fisica fra lavoratore e luogo di lavoro, come conferma ancora lo studio di Cebr, si aprono per le aziende opportunità di attingere a “serbatoi” di professionalità non accessibili diversamente e grazie a un modello più flessibile si incentiva il rientro delle persone attualmente fuori dal mercato del lavoro. E reimmettere in attività migliaia di soggetti equivale anche, come facilmente immaginabile, a dare impulso all’economia.

C’è, infine, anche un tema di sostenibilità da poter considerare. Una ricerca realizzata presso il dipartimento di Computer Science della Warwick University ha scoperto come lavorare da casa per almeno due giorni a settimana potrebbe ridurre le emissioni di gas serra del 40%. E parliamo nel complesso di qualcosa come 214 milioni di tonnellate di CO2 l’anno.

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