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Lavoro, ricominciare dopo i 50 anni. Si può in 8 casi su 10

di Cristina Casadei

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(Stefano Scarpiello)


3' di lettura

Prima c’è l’annuncio della fusione. Poi le sinergie e magari la rincorsa dell’innovazione. Ci vuol poco perché in questo contesto saltino fuori i tagli e ci si debba rimettere a cercare lavoro. Dopo i 50 anni, ma anche dopo i 40. Le strade sono infinite, tra le più corte c’è però quella dell’outplacement, che oggi, in media, in sei mesi e mezzo consente di trovare un nuovo lavoro.

La storia di Pietro Oddo comincia a 55 anni quando è in una fase importante della sua carriera, in un’azienda leader nella fornitura di servizi telefonici broadband. È project manager e si occupa di progetti legati all’uso del credito telefonico come strumento di pagamento, lavora in una multinazionale da più di 15 anni, dopo essere partito da Olivetti, transitato in Oracle e poi in una start up della new economy. Proprio nella grande multinazionale, però, dopo 15 anni di cui conserva «un ricordo bellissimo», se «escludiamo l’ultimo anno però», rimane impigliato in una riorganizzazione che lo accompagna all’uscita. Con un pacchetto che comprende l’outplacement.

Inizia «l’assessment delle competenze» e apprende «un nuovo modo di raccontarle», finalizzandolo alla ricerca di un lavoro, riqualifica il suo profilo, riscrive il suo curriculum, inizia a costruire il suo personal branding anche attraverso i social, passa in rassegna tutti i suoi contatti. Finché un giorno, un ex partner della società da cui era uscito non lo richiama. Per lui arriva un posto come responsabile marketing e sviluppo business in una Pmi, Citizen Kane, dove sviluppa progetti legati all’uso del credito telefonico come strumento di pagamento nell’editoria digitale. Certo cambiano i benefit, ci si deve dimenticare l’auto aziendale. La parte variabile della retribuzione, quella legata ai risultati, diventa preponderante. Ma è tutto molto stimolante. «Una rinascita», sintetizza Pietro.

La storia di Oddo è la summa di molti dei fattori che si incontrano in un programma di outplacement. Il tornello oggi porta da grandi aziende di telecomunicazioni, metalmeccanica, alimentare, farmaceutica, finance ad aziende, piccole o medie, che operano in Ict, elettrotecnico, servizi btob, consulenza aziendale. «I dati rappresentano un contesto in cui l’outplacement svolge un ruolo di forte acceleratore della ricollocazione», spiega Cetti Galante, ad di Intoo (società di Gi group). Possono bastare quattro mesi, come nel caso di Pietro, possono esserne necessari alcuni in più.

Ma vediamo i numeri. Lo spaccato di Intoo, che rappresenta circa il 50% del mercato, dice che nel 2017 sono state supportate 2.455 persone, di cui 435 dirigenti, 505 quadri e 1.515 tra impiegati e operai. Mediamente servono 6 mesi e mezzo per ricollocarsi e le percentuali di successo arrivano all’85%. Per i dirigenti la percentuale di successo arriva fino al 92% con tempi medi che si sono allungati a 6,9 mesi, (erano 6,6 nel 2016), ma è per i quadri che sono stati rilevati gli scostamenti più positivi: in media si ricollocano in 6,1 mesi (6,8 del 2016). Si sono allungati un po’, invece, i tempi per operai e impiegati che sono passati da 5,9 a 6,2 mesi. Uno dei fattori più ricorrenti è che «i profili tradizionali provenienti dalle grandi imprese e dalle multinazionali si ricollocano in aziende più tradizionali, padronali. Per tutti, al centro, ci sono le skills digitali – dice Galante – su cui viene svolto un importante lavoro proprio durante il progetto. Molte delle persone che seguiamo, soprattutto se facciamo riferimento alle fasce più basse, hanno bisogno di supporto proprio sul digitale ». In pochi mesi si tratta di colmare gap di competenze e costruire e il proprio personal branding, anche attraverso i social che «sono importantissimi ma di cui serve un uso professionale per poterli rendere utili per trovare lavoro», osserva Galante.

Tornando ai dati, la ricollocazione come lavoro dipendente è migliorata sia per operai e impiegati (è passata dal 76% del 2016 all’80% del 2017) sia per i quadri (dal 67% al 73%). Per i dirigenti sono aumentati i casi di coloro che passano a partita Iva (dal 17% al 26), mentre sono stabili al 26% i casi di microimprenditorialità. E la busta paga? A livello medio, in un caso su tre, quadri, operai e impiegati la hanno mantenuta, mentre per i dirigenti cala tra il 10 e il 15 per cento.

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