OLTRE IL 40% SENZA CONTRATTO

Lavoro, sono 213mila i Gig workers in Italia. Quasi 1 su 5 è laureato

A scattare la fotografia del lavoro sulle piattaforme è stata Paola Nicastro, direttore generale dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche. Il fenomeno non si limita ai «lavoretti» più visibili, come la delivery, ma include forme di impiego sprovviste di tutele o difficili di inquadrarei

Rider: dall’assicurazione alla retribuzione, tutte le novità del decreto

A scattare la fotografia del lavoro sulle piattaforme è stata Paola Nicastro, direttore generale dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche. Il fenomeno non si limita ai «lavoretti» più visibili, come la delivery, ma include forme di impiego sprovviste di tutele o difficili di inquadrarei


2' di lettura

Sono 213mila i Gig workers in Italia, il 42% senza contratto. Non si tratta solo di lavoretti. Buono il livello d'istruzione: il 47% è diplomato e il 16% è laureato. Il 39% sceglie questa attività avendo già un’altra occupazione. A scattare la fotografia del lavoro sulle piattaforme è stata Paola Nicastro, direttore generale dell’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, nel corso di un’audizione alla Commissione Lavoro della Camera dei deputati.

Fenomeno notevolmente diffuso anche in Italia
«Il lavoro sulle piattaforme - ha spiegato Nicastro - si è notevolmente diffuso anche nel nostro Paese. I gig workers italiani, in base ad una nostra indagine, sono 213.150. Il problema è che il 42% di questi lavorano senza un vero e proprio contratto e il 19,2% con un contratto di collaborazione».

PER APPROFONDIRE/Perché è così difficile normare la gig economy

Queste informazioni sono emerse dall’indagine Inapp PLUS (Participation, Labour, Unemployment, Survey), basata su un campione di 45mila individui residenti in Italia fra i 18 e 74 anni. Si tratta, ha ricordato Nicastro, della prima mappatura della gig economy, un modello molto eterogeneo, difficile da tracciare, basato sull’esternalizzazione delle mansioni ma che ha un trend occupazionale crescente.

Buono il livello di istruzione
«A differenza di quanto si tende ad immaginare la composizione per titoli di studio è variegata – ha proseguito – infatti il 47% di loro ha un livello di scuola secondaria superiore e il 16% ha un livello d’istruzione terziaria. Dei lavoratori della gig economy il 39% di chi svolge questo lavoro ha già un’occupazione mentre dal punto di vista dell’importanza del reddito circa la metà lo considera essenziale per soddisfare le proprie esigenze».

Interessati una molteplicità di lavoratori
Insomma non si tratta solo di un'economia di “lavoretti” come spesso viene classificata né tanto meno indentificabile solo con la categoria dei rider ma riguarda una molteplicità di lavoratori che attualmente non godono di standard uniformi, della giusta protezione sociale né di un'adeguata retribuzione. «Anche se il decreto legge n.101/2019 – ha spiegato il direttore generale dell’Inapp - ha fissato alcune regole sul lavoro on demand con l’intento proprio di tutelare e assicurare protezione economica e normativa ai lavoratori impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui».

Il caso della California
«Bisogna poi riflettere su quanto è accaduto in California , dove la gig economy è nata – ha concluso Nicastro – lì il Senato ha appena approvato una legge secondo cui i lavoratori delle aziende della gig economy non devono essere considerati lavoratori indipendenti ma dei dipendenti a tutti gli effetti con diritto al salario minimo, al congedo parentale e all’assicurazione contro la disoccupazione».

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