altre 10mila non censite

Le 130 dighe nel mirino del Governo (ricordando le tragedie di ieri)

di Jacopo Giliberto


Problemi sicurezza, chiuso ponte che collega Ostia-Fiumicino

4' di lettura

Vi è sotteso un ricordo antico di 50 anni, la stessa età del ponte Morandi. Il ricordo del Vaiont. Per questo motivo, il ricordo di quell’evento terribile, la mappa dei controlli si allarga anche ad almeno 130 delle 532 dighe italiane di interesse nazionale. Dopo il crollo del ponte Polcèvera a Genova (14 agosto) con la strage che ne è seguita, il Governo mette sotto osservazione altre grandi infrastrutture le quali per loro natura hanno un forte impatto sulle paure collettive, le dighe. Già controllatissime e sicure, il programma sulle dighe non avrà effetti sulla produzione idroelettrica delle maggiori società energetiche quotate in Borsa dotate del maggiore numero di grandi e affascinanti impianti idroelettrici, cioè l’Enel, l’Edison, l’A2A, l’Iren, la Erg. I controlli aggiuntivi non hanno alcun impatto sulla produzione di chilowattora puliti.

Ecco qualche impianto di rilievo. La poderosa centrale Enel di Entracque in Piemonte. La centrale Bertini inaugurata dall’Edison nel 1898 e ancora in piena forma, la quale però è una centrale ad acqua fluente senza il bacino idroelettrico alle spalle. Il sistema dei laghi artificiali dell’A2a in Valtellina. La spettacolare cascata delle Marmore del nucleo Erg a Terni. La centrale Iren di Pont Ventoux, scavata nella roccia della montagna. Impianti in cui la suggestione magnetica del luogo è arricchita dalla tecnologia e dalla meraviglia per l’ingegno umano.

Come ha scritto Manuela Perrone sul Sole24Ore, 25 concessionari di autostrade, circa 130 concessionari di dighe e impianti idroelettrici, oltre all’Anas per le strade di sua competenza «entro il 1° settembre dovranno inviare al ministero delle Infrastrutture i report su conservazione e manutenzione delle opere».

Queste dighe sono controllate da sempre. Fin dai tempi in cui il ministero si chiamava Lavori Pubblici, ogni progetto è seguito e poi monitorato per tutta la sua vita dalla direzione generale Dighe e infrastrutture idriche ed elettriche, uno dei servizi tecnici nazionali.
Il servizio Dighe si articola in uffici periferici (Torino, Milano, Venezia, Firenze con un distaccamento per l’Umbria, Napoli, Palermo con il distaccamento per la Calabria, Cagliari) i quali controllato tutte le maggiori 532 dighe italiane (dato aggiornato a oggi) per fini di pubblica incolumità.

Le dighe da primato Gli impianti più grandi monitorati dal ministero delle Infrastrutture.

Regioni inadempienti
Sono sotto il controllo statale gli sbarramenti più alti di 15 metri o che trattengono un volume superiore a un milione di metri cubi di acqua, classificate secondo le norme tecniche di un decreto ministeriale dell’82.
Non si sa invece quante siano le dighe più piccole, di competenza regionale, tra le 8.500 e le 10mila. Molte Regioni non hanno mai finito il censimento di queste opere.

In Piemonte la diga più antica

Il Sole24Ore ha chiesto qualche dettaglio al servizio Dighe del ministero. Ecco alcuni dei dati e delle informazioni.
Di infrastrutture antiche di secoli l’Italia è ricchissima; sono ancora attive opere pubbliche realizzate dagli etruschi o dai re di Roma, come la cloaca massima di Tarquinio Prisco, oppure impianti risalenti al Medioevo, come la rete dei fiumi che sfociano nella laguna di Venezia.

Il Regno di Sardegna costruì nel 1860 le due dighe più antiche d’Italia, quella della Spina a Pralormo (Torino), alta 20 metri, di terra, ancora in esercizio, e la diga di Bunnari Bassa, che alimentava l’acquedotto di Sassari, oggi fuori esercizio provvisorio in attesa della dismissione.

La maggior parte degli impianti idroelettrici è situata nell’arco alpino ma un notevole numero di dighe è anche in Sardegna e in Sicilia, come la diga dell’Àncipa (Messina), gestito dall’Enel. Molte delle dighe siciliane e sarde hanno funzioni irrigue o potabili.

Le tragedie dal Vaiont alla val di Stava
La storia delle dighe è segnata anche da drammi oltre a quello del Vaiont (Belluno, 9 ottobre ’63 mentre a Genova si progettava il ponte Morandi sul Polcèvera), quando la montagna franò nel lago: la diga, perfetta, resistette, ma londata della frana uccise 2mila persone.
Era l’alba del 1° dicembre 1923 quando in val di Scalve (Bergamo) la diga del Gleno si sgretolò e uccise 356 persone. Lo sbarramento esiste ancora e mostra il pessimo progetto e la scadente qualità della costruzione.
In tempi più recenti la diga mineraria di Prestavel in val di Stava (Trento) il 19 luglio ’85 fece 268 vittime a Tèsero.

Le più grandi d’Italia
La diga più alta d’Italia è quella abbandonata e inattiva del Vaiont, al confine tra Friuli e Veneto, il cui sbarramento ha la vertigine di 255 metri; seguono Alpe Gera (Enel, Lombardia, tecnologia a gravità, 160,5 metri) e Santa Giustina (Dolomiti Edison, Trentino, tecnologia ad arco, 147,5 metri).
Tra le dighe di terra battuta la più alta è quella di Castagnara Metramo, in Calabria, 90 metri.
Per volume del bacino, è smisurato il lago irriguo creato dalla diga Eleonora d’Arborea a Busachi (Oristano), diga costruita sul corso del fiume Tirso negli anni ’90. Si tratta di 748,2 milioni di metri cubi d’acqua.
In Basilicata a Senise (Potenza) sul fiume Sinni è stata costruita negli anni ’70 la diga irrigua di Monte Cutugno, 482 milioni di metri cubi d’acqua.

Il dramma dimenticato di Molare
Ma fra le storie di infrastrutture tragiche qualcosa — una tempesta d’acqua a metà agosto — accomuna il ponte Morandi di Genova con una diga particolare, la diga che prima la Società Forze Idrauliche della Liguria e poi le Officine Elettriche Genovesi (che a quei tempi facevano parte del gruppo Edison) avevano costruito a Ortiglieto, sul confine con il Piemonte.
La diga idroelettrica avrebbe dato la corrente per far marciare i treni elettrici sulla linea ferroviaria fra Genova e Ovada.
Una pioggia mai vista, quel 13 agosto 1935.
Acqua e ancora acqua.
E quell’acqua saliva nel lago, e sotto le secchiate di pioggia la roccia friabile non resse e si sbriciolò, esplosero il calcestruzzo e l’armatura d’acciaio, la diga franò, l’onda spazzò il paese di Molare e la città di Ovada. Morirono 111 persone.
Il 28 maggio 1938 la Regia Corte d’Appello di Torino assolse con formula piena i gerarchi fascisti, gli ingegneri e l’azienda.

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