sbagliando si impara

Le 4 qualità chiave di una comunicazione davvero efficace

Un grande problema del nostro tempo è rappresentato dalla quantità e qualità dell’informazione, spesso veicolata con modalità scadenti

di Gianluca Rizzi *

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(Rido - stock.adobe.com)

Un grande problema del nostro tempo è rappresentato dalla quantità e qualità dell’informazione, spesso veicolata con modalità scadenti


3' di lettura

«Questa lettera è più lunga delle altre perché non ho avuto agio di farla più breve». Questa considerazione è stata lasciata da Pascal a margine della lettera XVI nelle Provinciali. Sebbene questa attribuzione sembri incontestabile confesso di avere spesso visto questa citazione (magari con parole diverse ma esattamente con il medesimo senso) associata a molti altri personaggi storici, tra cui anche Voltaire e Churchill.

Evidentemente la sintesi ha rappresentato il cruccio di molti pensatori e comunicatori. Va anche detto che la sintesi e le altre qualità di una comunicazione efficace, ovvero che raggiunge l’obiettivo prefissato (raccontare una barzelletta senza far ridere gli astanti significa non essere stati efficaci nella comunicazione), hanno latitato nel corso degli ultimi mesi.

Senza dubbio la comunicazione rappresenta un tema clamorosamente ampio rispetto al quale si corre il rischio di pronunciare considerazioni di una banalità disarmante. E mi guarderò bene anche solo dall’avvicinarmi a tale rischio. Mi limiterò piuttosto a riprendere alcuni assiomi di fondo che credo sia utile tenere a mente quando si comunica, a maggior ragione poi se a quel nostro atto di comunicazione è associata una responsabilità specifica nei confronti di una comunità di persone, come ad esempio il team che coordiniamo, la squadra che alleniamo, il paese che governiamo.

Farò quello che in gergo viene definito il «back to basic», ovvero il ritorno alle basi, ai fondamentali di una disciplina. E credo che questa operazione sia in generale utile tutte le volte che il nostro pensiero (e quindi la nostra azione) rischia un avvitamento inutile o, peggio, controproducente.

Paul Grice, filosofo inglese, ha formulato negli Anni 70 le cosiddette massime conversazionali. Sono quattro e rappresentano uno splendido esercizio di minimalismo e di “igiene” linguistica e comunicazionale in un momento storico in cui, a detta di molti esperti autorevoli, una delle grandi piaghe per noi è rappresentata proprio dalla eccessiva quantità e pessima qualità dell’informazione, veicolata attraverso una altrettanto scadente comunicazione.

La prima massima, non a caso, riguarda la quantità: «Non dire né troppo né troppo poco». Semplice no? Pascal, Voltaire e Churchill hanno manifestato il loro rammarico quando hanno dovuto confessare di non avere avuto abbastanza tempo e impegno da dedicare a un ulteriore sforzo di sintesi. Evidentemente non è cosa facile individuare la giusta misura ma può essere un buon esercizio se c’è qualcosa di non necessario in quello che vogliamo dire…qualcuno direbbe less is more e vi assicuro che anche su questa citazione esiste lo stesso problema di attribuzione (ma questa è un'altra storia…ops! Ho divagato!).

La seconda massima si riferisce alla qualità e recita in modo lapidario: «Sii sincero». Un po’ come dire a chi è giù di morale: «Su con la vita!». Non sono sicuro che lo aiutiamo. Il senso però in fondo è chiaro: parlare di qualcosa di cui siamo consapevoli, informati e, soprattutto, in cui crediamo ci rende automaticamente più credibili ed efficaci, oltre che sereni e a nostro agio (semmai il public speaking non fosse proprio la nostra virtù più spiccata).

La terza massima invece riguarda la relazione e ci ammonisce così: «Sii pertinente». Io la tradurrei in questo modo: rimani lì, stai sul pezzo, non divagare, attieniti ai piani. Così facendo faciliterai gli interlocutori nella comprensione e ti mostrerai rispettoso nei confronti dell’attenzione che ti stanno dedicando.

Infine la quarta e ultima massima è relativa al modo: «Sii chiaro». Certo, ma chiaro in che senso, rispetto a cosa o chi? Chiedetevi se quello che intendete dire o state dicendo è chiaro e comprensibile per chi vi ascolta. Il gergo, gli -ismi (latinismi, anglicismi, ecc) ma anche i tecnicismi e così via possono essere deleteri e irrispettosi e finiscono per indispettire chi vi ascolta.

«Alla fin fine in una società satura di voci, di scritte e di informazioni, la differenza reale è data dalla qualità della comunicazione: chi parla, sinceramente, di ciò che conosce bene, in maniera chiara e sintetica, è facile che venga premiato, perché fondamentalmente le sue parole funzionano, senza far perdere tempo e pazienza a nessuno. Chi comunica in maniera chiara dimostra di sapere chi sono coloro che ha di fronte, di dare loro importanza e di ascoltarli». Mi sono permesso di usare le parole di un bellissimo saggio di Vera Ghena, «Potere alle parole», perché trovo che siano di per sé già limpide, precise e dirette.

Provate a ripensare ai tanti messaggi che abbiamo ascoltato nei mesi recenti e setacciateli attraverso i filtri di qualità, quantità, relazione e modo e, molto probabilmente, scoprirete che quei comunicatori avrebbero dovuto dedicare un po’ più di tempo ad affinare il loro discorso.

* Partner di Newton S.p.A.

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