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Le 4 ragioni per cui neppure il super-Pil Usa potrebbe salvare Wall Street da scosse

di Marco Valsania

L’economia Usa ha il vento in poppa, perché Wall Street crolla?

4' di lettura

NEW YORK - Quando si tratta di crescita economica, è difficile negare che gli Stati Uniti non diano oggi lezione all'Europa. Un'Europa che alle traversie politiche mischia adesso un Pil che ha rallentato al passo annualizzato dello 0,6% nel terzo trimestre, il più lento da quattro anni a questa parte. Per non parlare della stagnazione calata sull'Italia. L'America, neppure a dirlo, nello stesso trimestre ha marciato al ben più rapido ritmo, rispetto al medesimo periodo dell'anno scorso, del 3,5 per cento. La fiducia dei consumatori misurata dal Conference Board ha appena fatto segnare un nuovo massimo da 18 anni.

Ma a ben guardare, neppure simili exploit a stelle e strisce possono oggi essere di troppo conforto - almeno quando si guarda a Wall Street: difficilmente sarà il Pil, o una sempre volatile fiducia, a salvare una Borsa preda di forti oscillazioni dallo spettro di correzioni e zampate ribassiste dell'Orso. Ecco perché:

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1. L’economia brilla? Sì, ma in parte
Se l'economia americana brilla, non è tutto oro quello che luccica. L'esempio puntuale è arrivato proprio dal dato sul Prodotto interno lordo americano del terzo trimestre: il recente 3,5% ha dato all'amministrazione Trump e non solo ragioni per celebrare la solidità della seconda espansione più longeva della storia. Gli ultimi due trimestri - il secondo aveva visto un balzo del 4,2% - rappresentano lo scorcio più robusto dal 2014. Tra le cifre fanno però capolino sintomi di cautela e sfide aperte: se i consumi, sostenuti dalla bassa disoccupazione, hanno sorpreso per la loro forza, gli investimenti aziendali hanno frenato e di molto. Se scorte di magazzino e spesa pubblica hanno fatto da traino, il commercio all'ombra delle tensioni sull'interscambio è stato una zavorra. Nell'insieme, così, l'ottimismo non può che venarsi di cautela e non esorcizza affatto l'idea che in agguato ci sia una moderazione della crescita statunitense oltre che di quella globale, diagnosticata di recente dal Fondo Monetario Internazionale per la prima volta in due anni. Più in dettaglio. La spesa al consumo (70% dell'economia) è sì salita del 4% contro il 3,3% atteso, record in quattro anni, contribuendo 2,69 punti alla crescita.

Ma il tasso di risparmio degli americani è scivolato al 6,4% dal 6,8% sollevando dubbi sulla sostenibilità degli entusiasmi della famiglie soprattutto se i redditi e salari rimarranno il tallone d'Achille della creazione di nuovi posti di lavoro. La spesa pubblica, con il contributo determinante della spesa militare, è lievitata del 3,3%, l'aumento piu' consistente dal 2016, ma con i deficit a loro volta in crescita la performance potrebbe non diventare facilmente ripetibile. Gli investimenti aziendali si sono arrestati a un incremento dello 0,8%, il più basso dal 2016. Una timidezza che ha portato in dote solo 0,12 punti percentuali al Pil contro oltre un punto nei tre mesi precedenti. Investimenti in strutture sono caduti del 14,5%, quelli in attrezzature e macchinari hanno rallentato allo 0,4% e ha segnato il passo anche la proprieta' intellettuale, al ritmo del 7,9%, il piu' basso in nove mesi. Il commercio ha pesato negativamente come non aveva fatto in 33 anni. Quel disavanzo è peggiorato con l'intensificarsi delle guerre della Casa Bianca con i partner nell'interscambio, esito di un export arretrato del 3,5% - compensando un'accelerazione precedente viziata dalla necessita' di “battere” l'imposizione di una serie di dazi - mentre l'import e' salito. Le previsioni, a conti fatti, sono di una decelerazione in arrivo della crescita anche se non di recessioni dietro l'angolo.

2. L’effetto-leva del taglio alle tasse si sta esaurendo
La spinta dalla riforma delle tasse e della deregulation dovrebbe affievolirsi e forse esaurirsi, per l'economia come per le aziende. Mettere il “turbo” all'economia quest'anno dovrebbe sottrarre dai prossimi. I tagli delle imposte, in particolare, hanno sicuramente stimolato sia la crescita che soprattutto la Borsa, gonfiando i profitti delle società e consentendo loro di premiare gli azionisti con generosi dividendi e soprattutto buyback di titoli propri che dovrebbero raggiungere la cifra record di mille miliardi quest'anno. I tagli alle tasse hanno inoltre avuto il niente affatto trascurabile effetto di aggravare il peso e la paura del deficit dei conti pubblici.

3. Il rialzo dei tassi della Fed
La Federal Reserve avanza nel rialzo dei tassi d'interesse. Il mercato minaccia di risentire dell'azione restrittiva sui tassi della Fed, che potrebbe essere incoraggiata da dati economici comunque solidi. E, paradossalmente, adesso anche dall'importanza di dimostrare la propria indipendenza dalla Casa Bianca - e quindi credibilità, strumento principe per la trasmissione della sua politica moneteria - resistendo alle indebite ed esplicite pressioni politiche oggi esercitate dal Presidente Donald Trump a tenere invece basso il costo di denaro. C'è chi prevede che la Fed, davanti l'anno prossimo alla fine freni i suoi interventi restrittivi, limitandosi a due rialzi dei tassi dopo quello atteso a dicembre di quest'anno. Ma la tendenza comunque al rialzo nei rendimenti dei bond dovrebbe renderli più attraenti per investitori che comincino a cercare una maggior sicurezza e a risentire di qualche maggior avversione al rischio implicito nell'azionario.

4. L’Orso “graffia”. I timori di una fase ribassista
I graffi dell'Orso sfiorano Wall Street. I recenti ribassi hanno riportato i multipli prezzi/utili nei prossimi dodici mesi dell'S&P 500 a 15,5, vale a dire sotto le medie degli ultimi cinque anni per la prima volta dal 2012. E normalmente un mercato ribassista, piuttosto che una semplice e temporanea correzione, è associato con fenomeni di crisi e recessioni, non con un'economia avviata al 3% per l'intero 2018 e in moderata frenata successiva. Ma Michael Wilson, strategist di Morgan Stanley, sottolinea che potremmo essere ancora solo alla vigilia di un Bear market ciclico, cioè di un'autentica stagione di ribassi, anche se abbreviata e nell'ambito di un cosiddetto mercato secolare del Toro. Crede, inoltre, che la vera ancora di salvezza dalla Borsa possa almeno in parte venir meno l'anno prossimo: l'outlook sui profitti aziendali, nel terzo trimestre ancora in maggioranza sopra le attese e con una crescita complessiva forse di ben il 22%, a suo avviso minaccia di rivelarsi troppo ottimistico.

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