epidemia e inquinamento

Le agenzie smentiscono l’effetto anti-smog del lockdown

Più che l’effetto del blocco antivirale, la riduzione dell’inquinamento dell’aria nella zona padana è stato prodotto dalle condizioni meteo dell’Europa Centrale. Lo rivela uno studio di Arpa Lombardia e dalla Regione Lombardia

di Jacopo Giliberto

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(imagoeconomica)

Più che l’effetto del blocco antivirale, la riduzione dell’inquinamento dell’aria nella zona padana è stato prodotto dalle condizioni meteo dell’Europa Centrale. Lo rivela uno studio di Arpa Lombardia e dalla Regione Lombardia


5' di lettura

Le fotografie dallo spazio che ci avevano illuso non avevano rilevato l’effetto del blocco antivirale: invece avevano rilevato un altro effetto, quello del vento dall’Europa Centrale mentre spazzava lo smog via dall’aria padana. Certo, anche il traffico meno intenso e la clausura sanitaria contro il virus danno un contributo alla qualità dell’aria. Ma il primo fattore che raddensa o disperde le emissioni inquinanti dell’Alta Italia – che siano di origine artificiale o di origine naturale – è il meteo. Il vento e la pioggia ripuliscono l’aria più del romitaggio contro il virus, oppure portano nei polmoni lombardi, piemontesi, emiliani, romagnoli e veneti le polveri inquinanti dei deserti dell’Asia Centrale, com’era accaduto nel finesettimana del 30 e 31 marzo quando da Venezia a Torino, da Bologna a Varese, senza il muoversi di un’automobile l’aria del Nord era impestata oltre ogni limite.

Lo studio
È questo il risultato di un primo studio condotto dall’Arpa Lombardia e dalla Regione Lombardia, studio confortato dai dati e dalle analisi delle altre agenzie regionali dell’Alta Italia, le cui centraline di rilevazione hanno misurato aumenti dello smog dopo il blocco delle attività e del traffico imposto da motivi sanitari. Sabato 30 marzo (con il contributo di sabbie desertiche) la polveri a Milano erano 84,4 microgrammi, a Venezia 152, a Verona 125, a Bologna 98 microgrammi di Pm10 per metro cubo d'aria. L'obiettivo europeo di qualità dell'aria parla del limite di 50 microgrammi, limite sforato con generosità ovunque in Alta Italia. Ma dati simili si sono ripetuti soprattutto attorno al 12 marzo e fra il 17 e il 19 marzo, cioè in pieni divieti.

Le immagini dei satelliti
Invece prima che i divieti scattassero c'era atmosfera nitida e sgombra, quella trasparenza dell'aria che i satelliti fotografavano e noi attribuivamo all'effetto dei divieti anticontagio. E le immagini dai satelliti che ci avevano convinto della qualità migliore dell'aria nei giorni del contagio? Erano fotografie spaziali che avevano visto non gli effetti del blocco (molte rilevazioni dai satelliti erano state prese nei giorni che avevano preceduto il fermo del traffico) bensì gli effetti del meteo.

Il commento dell’assessore
L'assessore lombardo all’Ambiente e Clima Raffaele Cattaneo ha commentato: «L’emergenza e la progressiva adozione delle misure di contenimento del virus ha determinato una situazione straordinaria e irripetibile in condizioni ordinarie. Dai dati analizzati è possibile osservare come sul particolato la variabile meteorologica rimanga predominate nel determinare gli andamenti, nonostante una ovvia riduzione collegata alle minori emissioni; si conferma dunque ancora una volta la specificità del bacino padano, anche in relazione alla formazione di particolato secondario. Ad esempio, osservando i dati, dal 18 al 20 marzo si è riscontrato un incremento significativo del PM10 che in alcune stazioni ha superato il valore limite di 50 microgrammi per metro cubo d’aria ed è cresciuto in gran parte della regione, nonostante la riduzione dei flussi di traffico e di parte delle attività industriali».

Un campo sperimentale
L’indagine svolta da Regione Lombardia e da Arpa Lombardia riguarda variazione dei fattori di pressione e sull'andamento dati di qualità dell'aria generato dalle misure di restrizione introdotte per contrastare la diffusione del virus. A partire dal 23 febbraio la progressiva adozione di misure di contenimento del contagio da coronavirus ha determinato una variazione delle attività umane più rapida di quanto accada in condizioni ordinarie. E ciò ha consentito agli scienziati di misurare nella realtà le conseguenze di alcuni provvedimenti finalizzati a migliorare la qualità dell’aria. L’analisi è partita dalla stima della riduzione dei fattori di pressione nei principali settori, quali traffico veicolare, consumi energetici, riscaldamento e attività agricole e degli allevamenti.

Le conclusioni degli scienziati
Lo studio ha evidenziato che la tendenza di riduzione delle concentrazioni degli inquinanti che si sta osservando in questo periodo deve essere attribuito, in proporzioni non quantificabili in modo preciso e comunque dipendenti dalle singole giornate e dal singolo inquinante, all'insieme di 3 fattori.
Quali fattori? Primo, riduzione delle emissioni (in particolare dal settore trasporti). Secondo, variazione delle condizioni meteorologiche (comunemente meno favorevoli all'accumulo in questo periodo dell'anno). Terzo, condizioni ambientali che influiscono sulle reazioni chimico-fisiche in cui sono coinvolti gli inquinanti. «Dall’analisi dei dati di qualità dell'aria – afferma Arpa Lombardia - risulta che le misure messe in atto per fronteggiare l'emergenza hanno certamente determinato una riduzione delle emissioni derivanti in particolare dal traffico veicolare, che sono più evidenti analizzando le concentrazioni degli inquinanti legati direttamente al traffico - NO, benzene e in parte NO2. Nel bacino padano, la riduzione rilevata per il particolato è influenzata in modo significativo dalla presenza della componente secondaria. Infatti, si è osservato che le drastiche riduzioni di alcune sorgenti non sempre hanno impedito il superamento dei limiti, pur contribuendo a ridurne l'entità. Ciò evidenzia in modo chiaro la complessità dei fenomeni correlati alla formazione, trasporto e all'accumulo di particolato atmosferico e la conseguente difficoltà di ridurre in modo drastico i valori presenti in atmosfera in situazioni ordinarie».

Le rilevazioni del Veneto
Anche l’Arpa del Veneto aveva emanato giorni fa un documento che frenava sul rapporto fra il blocco delle attività e la qualità dell’aria: «L’analisi a scala ampia delle concentrazioni totali di ossidi di azoto, potrebbero essere state influenzate, oltre che dalla riduzione delle emissioni da traffico, anche dalle condizioni dispersive dell’atmosfera in seguito ad episodi di instabilità meteorologica. Inoltre si deve tenere conto che una parte delle emissioni di ossidi di azoto è legata al riscaldamento domestico», scrive l’Arpa del Veneto. Aumenti forti erano stato rilevati anche nel Lazio, in Emilia e in altre zone.

Il clima mite frena i riscaldamenti
Nel primo trimestre del 2020 le temperature medie giornaliere sono state generalmente superiori alle medie ventennali del periodo e hanno tenuto spente più spesso le caldaie di riscaldamento, con un beneficio sulla qualità dell’aria. Per le attività agricole, non limitate dalle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria nemmeno, a partire dal 24 febbraio, rispetto allo spandimento dei liquami zootecnici, si sono stimate emissioni in linea con quelle tipiche del periodo.

Meno traffico uguale meno emissioni
Dice l'Arpa Lombardia: «Per il biossido di azoto (NO2) e ancora più per il monossido di azoto (NO) e per il benzene le concentrazioni rilevate si sono sensibilmente ridotte e, in alcune stazioni, risultano perfino inferiori ai valori più bassi registrati in ciascun giorno di calendario nel periodo di osservazione nei dieci anni precedenti. In questo caso è quindi più evidente l'effetto della riduzione delle emissioni connessa alla riduzione dei flussi di traffico, che in ambito urbano è certamente la prima fonte di ossidi di azoto».

Polveri in eccesso
Riguardo ai valori di PM10 e PM2.5, cioè le polveri, i dati indicano in maniera evidente la stagionalità di questi inquinanti, che registrano tipicamente i valori più elevati nei mesi più freddi dell’anno.
Spiega l'Arpa Lombardia: «L’analisi dei dati del mese di marzo 2020, pur collocandosi nella fascia bassa della variabilità del periodo, evidenzia un alternarsi di giornate con concentrazioni più alte e altre con valori inferiori. Alcuni episodi, come quello del 25 febbraio, con un valore di PM10 pari a 82 microgrammi al metro cubo registrato a Codogno, già in piena zona rossa, hanno evidenziano l'importanza del fenomeno di trasporto del particolato e il fatto che le concentrazioni non sono solo influenzate dalle emissioni di prossimità, ma da tutte quelle del bacino di riferimento. Così come, invece, quando dal 18 al 20 marzo si è registrato un incremento significativo di polveri sottili in gran parte della regione, nonostante la riduzione dei flussi di traffico e di parte delle attività industriali, è risultato chiaro il contributo della componente secondaria e della situazione meteorologica più favorevole all'accumulo. Infine, anche l'episodio del 28 e 29 marzo – quando a causa del trasporto di particolato di origine desertica dalle regioni asiatiche (come confermato dal modello globale Copernicus Atmosphere Monitoring Service), le concentrazioni di PM10 sono risultate molto elevate a fronte di un aumento inferiore delle concentrazioni di PM2.5 - mostra in modo chiaro la complessità dei fenomeni correlati alla formazione, al trasporto e all’accumulo di particolato atmosferico».

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