DECADENZE E SOSPENSIONI DA CARICHE ELETTIVE

Le altre «vittime» della Severino: Minzolini, Galan, Scopelliti

di Riccardo Ferrazza

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(ANSA)

3' di lettura

Dopo l’udienza di ieri davanti della Corte europea dei diritti dell’uomo, a Silvio Berlusconi non resta che aspettare. Nelle mani dei giudici di Strasburgo c’è la possibilità per l’ex premier di tornare candidabile prima del 2019, quando avrà termine l’incandidabilità imposta dalla legge Severino in seguito alla condanna nel processo Mediaset a quattro anni per frode fiscale (tre coperti dall’indulto) e per effetto della pena accessoria (due anni) di interdizione dai pubblici uffici.

Il leader di Forza Italia non è certo l’unico politico per cui sono scattati i divieti imposti dal decreto legislativo 235/2012 approvato ai tempi del governo Monti. È sicuramente il caso più celebre per l’impatto che ha avuto sulla politica nazionale ma anche di altri vicende di cui si è parlato a lungo. In Parlamento (per un deputato e un senatore), nelle Regioni (con Vincenzo De Luca), nelle città (per Luigi de Magistris).

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Dal 20 aprile scorso Augusto Minzolini non è più senatore. Il mese precedente l’ex direttore del Tg1, condannato per peculato a due anni e mezzo (aveva speso con le carte di credito della Rai 65mila euro), era stato “risparmiato” da Palazzo Madama con voto palese e bipartisan (19 senatori democratici e 23 di Ap si schierarono con Forza Italia) nel voto in cui si doveva decidere la sua decadenza proprio per effetto della legge Severino. Superata quella prova, l’allora parlamentare di Forza Italia, come annunciato decisi di dare le dimissioni. Le quali furono approvate a voto segreto dall’Aula. Ieri il suo caso è stato citato a Strasburgo dal legale di Silvio Berlusconi Andrea Saccucci per dimostrare « il rischio di arbitrarietà» della legge Severino. Di cui Minzolini resta, quindi, una «vittima collaterale».

La legge Severino ha invece funzionato in un’altra Aula, quella della Camera, sempre però per un collega di partito di Minzolini e, quindi, di Berlusconi. È Giancarlo Galan, ex Governatore del Veneto, due volte ministro e poi presidente della commissione cultura di Montecitorio, finito in carcere (dove rimase 80 giorni prima di ottenere i domiciliari una volta scelto il patteggiamento) insieme ad altre 34 persone per la vicenda di dazioni legate alla realizzazione del Mose, il sistema di barriere mobili per proteggere Venezia dalle maree eccezionali. Dal 27 aprile del 2016 non è più deputato, cioè dal giorno in cui i deputati approvarono la relazione della Giunta delle elezioni di Montecitorio che ne decideva la decadenza dal seggio sulla base del decreto legislativo che porta il nome del Guardasigilli del’Esecutivo Monti.


Guardando fuori dal Parlamento e andando indietro nel tempo, la Severino ha colpito anche nelle Regioni. In Calabria, sicuramente. Nel 2014 l’allora presidente Giuseppe Scopelliti (esponente del partito di Angelino Alfano), fu condannato a sei anni di reclusione per abuso d’ufficio e falso in qualità di ex sindaco di Reggio Calabria. Sentenza che mise in moto la procedura prevista dalla legge Severino che portò alla sospensione da governatore per 18 mesi: il Tribunale comunica il verdetto al prefetto di Catanzaro (comune capoluogo di Regione), il quale a sua volta ne dà comunicazione al presidente del Consiglio che poi informa del provvedimento il Consiglio regionale. La sospensione effettiva da parte dell’allora premier Matteo Renzi arrivò il 3 maggio. La Giunta decadde e la Regione andò a voto anticipato nel novembre successivo: a prevalere fu Gerardo Oliverio, esponente del centrosinistra.

La legge Severino ha anche resistito al vaglio della Corte costituzionale. È accaduto nel caso di un altro governatore, questa volte di centrosinistra: Vincenzo De Luca, presidente della Campania, che nel gennaio 2015 era stato condannato a un anno per abuso d’ufficio per la nomina di un project manager per la realizzazione del termovalorizzatore di Salerno. De Luca impugnò la sospensione e il caso finì ai giudici costituzionali. I quali però lo scorso ottobre bocciarono le questioni sollevate dell’esponente del Pd: infondata sia la tesi che ci sia stato un eccesso di delega, sia la contestazione sulla retroattività, sia la disparità di trattamento tra parlamentari e amministratori locali. In appello la sentenza fu ribaltata e De Luca venne assolto con un verdetto confermato dalla Cassazione.

Vicenda simile ha avuto come protagonista l’anno precedente Luigi de Magistris. Il sindaco di Napoli, condannato in primo grado per abuso d’ufficio nel processo Why Not ma poi assolto in appello, aveva sollevato davanti alla Consulta la questione sulla norma della legge Severino che prevede la sospensione dalla carica per 18 mesi per gli amministratori locali colpiti da condanne penali, anche non definitive, per determinati reati, a cominciare da quelli contro la pubblica amministrazione. La Consulto bocciò il suo ricorso dichiarando la legge legittima.

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