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Le banche centrali comunicano di più ma informano meno

Le banche centrali cinguettano, ma sono senza voce

di Donato Masciandaro

(Funtap - stock.adobe.com)

3' di lettura

Le banche centrali cinguettano, ma sono senza voce. Traduzione: le tecniche di comunicazione migliorano, ma è l’informazione che viene offerta che da qualche tempo lascia a desiderare. Usando la metafora shakesperiana, in un tempo in cui servirebbero allodole che amano la luce, i banchieri centrali sembrano diventati usignoli. Sì instancabili, ma amanti delle tenebre: comunicano di più, ma informano meno.

Il punto di partenza è la ricerca svolta con Oana Peia (University College, Dublino) e Davide Romelli (Trinity College, Dublino) su come le banche centrali comunicano utilizzando Twitter. Analizzando le politiche di comunicazione delle banche centrali dei Paesi del G20, è emerso come Twitter sia il social media più seguito per la grande maggioranza delle banche centrali. Fanno eccezione quelle di Australia, Francia, Italia e Sud Africa, che sono relativamente più seguite su LinkedIn, e quella della Corea del Sud, che è invece più seguita su Facebook. Fino allo scorso settembre, i tweet analizzati sono stati complessivamente oltre 215mila, con la banca centrale indonesiana a essere di tutte la più attiva. Quanto efficaci sono questi tweet? Se un indicatore di efficacia è la frequenza con cui i tweet iniziali vengono ripresi (retweet), le banche centrali che registrano i più alti tassi di ripresa dei tweet originariamente pubblicati sono nell’ordine quelle di Arabia Saudita e Giappone, seguite dalla Fed e dalla Bce.

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Ma di cosa parlano i tweet? Gli argomenti che attirano l’attenzione in termini relativamente maggiori possono essere raggruppati in due categorie: sistema dei pagamenti e politica monetaria. Se sistema dei pagamenti significa essenzialmente comunicazioni su banconote e monete, nel perimetro della politica monetaria abbiamo il cuore dell’attività delle banche centrali, cioè l’informazioni sulle scelte in termini di tassi e di liquidità.

Ormai lo sanno anche i sassi: l’efficacia della politica monetaria dipende dalla sua capacità di influenzare le aspettative. La citazione d’obbligo qui è quel di Ben Bernanke, già governatore della Fed, e ora anche – molto sorprendentemente – premio Nobel per l’Economia, per cui oggi la politica monetaria è 98% parole, cioè annunzi. L’annunzio di politica monetaria, se è credibile, aumenta la probabilità che le aspettative di famiglie, imprese e mercati vadano nella direzione che, di volta in volta, è auspicabile per la stabilità macroeconomica. La teoria è robusta e consolidata, l’evidenza empirica continua ad accumularsi, sempre confermando il nesso tra annunzi della banca centrale ed efficacia della politica.

I più recenti risultati sono quelli pubblicati dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bis). I ricercatori della Bis hanno analizzato gli annunzi di quattro diverse banche centrali: la Fed, e le autorità monetarie di Norvegia, Nuova Zelanda e Svezia. Il tratto comune delle banche centrali analizzate è la pubblicazioni di proiezioni future sui tassi di interesse, anche se nel caso della Fed tali proiezioni non hanno un carattere di ufficialità. Gli annunzi sono stati valutati innanzitutto in base alla loro prevedibilità: in termini generali, e in tempi normali, una banca centrale deve avere comportamenti trasparenti, quindi prevedibili. Il risultato medio è che l’allineamento tra annunzi della banca centrale e mercati finanziari c’è, e per la Norvegia arriva al 75% di prevedibilità.

Ma una banca centrale che in tempi normali è prevedibile, deve essere credibile quelle volte che fa scelte a sorpresa, cioè non anticipate dai mercati; in quei casi, la credibilità è misurata da quanto i mercati aggiustano i loro comportamenti, dopo la sorpresa. Anche la credibilità pare esserci, anche se l’entità degli aggiustamenti di mercato oscilla tra il 5 e il 30 per cento. Insomma: ancora una volta, l’evidenza empirica mostra che l’afonia delle banche centrali, quali la Fed e la Bce, non è giustificabile.

Migliorare la comunicazione, ma peggiorare l’informazione, fa assomigliare le banche centrali al cigno di Leda: bellissimo in apparenza, ma chi c’è dentro è tutto da scoprire.

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