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Le banche centrali del G4 hanno in pancia titoli per il 36% del Pil. Cosa succede alle Borse se ora vendono?

di Vito Lops


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2' di lettura

L’obiettivo delle banche centrali è tenere a bada l’inflazione (vicina ma leggermente al di sotto del 2%) e (a parte la Bce) monitorare il livello di occupazione. Siamo nel campo della macroeconomia allo stato puro. Dal 2009 però il mondo è profondamente cambiato. Come risposta alla grave recessione mondiale - innescata dalla bolla dei mutui subprime - le principali banche centrali hanno immesso intorno ai 20mila miliardi di dollari di liquidità.

Questa azione coordinata ma non sincronica (le Bce ha varato il quantitative easing solo nel 2015 a differenza di Fed e BoE partite nel 2009 con in mezzo, nel 2012, la Bank of Japan) ha creato due effetti, con i quali oggi è impossibile non fare i conti.

1) i bilanci delle banche centrali si sono gonfiati di titoli. Questi asset - solo considerando le banche centrali del G4 (Usa, Eurozona, Gran Bretagna e Giappone) rappresentano oggi il 36% del Pil di questa area economica allargata. Nel 2009 - quando il valzer dell’iniezione di liquidità non era iniziato - gli asset in pancia alle banche centrali erano inferiori al 10% del Pil;

2) il secondo effetto riguarda il circolo vizioso che si è creato con le Borse. Nonostante le banche centrali abbiano comprato prevalentemente bond governativi o societari (se si esclude la BoJ che ha iniziato a comprare anche Etf azionari) anche le Borse nello stesso arco temporale sono lievitate in modo esponenziale.

La capitalizzazione globale dei listini è passata da 30mila a 80mila miliardi negli ultimi 10 anni. Il Grafinomix di giornata evidenzia una correlazione - esteticamente spettacolare - tra asset delle banche centrali e l’ultimo ciclo rialzista del mercato azionario. Evidenzia anche che il recente tentativo di iniziare a drenare la liquidità, portato avanti in particolare dalla Fed, coincide anche con il violento storno delle Borse nell’ultima parte del 2018.

Per far ripartire l’economia (ragione macroeconomica) le banche centrali hanno utilizzato armi che hanno obiettivamente distorto i mercati finanziari. Creando una bolla sul mercato delle obbligazioni (oggi i titoli a tassi negativi per i quali paradossalmente il compratore paga una commissione al venditore per detenerli valgono 10mila miliardi di dollari) e andando ad inflazionare, più che l’economia reale, il valore delle azioni.

La domanda che molti gestori iniziano adesso a porsi è cosa succederà ai mercati finanziari se le banche centrali decideranno di drenare tutta o anche solo una parte della liquidità immessa? La risposta, considerato il legame di dipendenza che si è creato, suona a questo punto ovvia.

Ed ecco perché sta prendendo piede la suggestione di una sorta di quantitative easing permanente. Sarebbe l’ammissione per le banche centrali di non poter più tornare indietro. L’ammissione che una volta che si è scelto di tirare fuori dal proprio arsenale strumenti tanto potenti (come appunto è stato il Qe) credere che si possa fare marcia indietro può risultare - complice il ricatto dei mercati - molto complicato. Se non impossibile. Perché se per i potesi le banche centrali ritirassero la liquidità immessa rischierebbero di creare una crisi molto più grave di quella innescata dalla bolla dei mutui subprime. Quando tutto è iniziato.

twitter.com/vitolops

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