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Le banche inglesi pagano l’Austerity (da loro voluta): niente bonus e licenziamenti

Il nuovo governo Sunak insegue il dogma della “stabilità finanziaria”, ma rischia di strozzare ancora di più l’economia. L’anno più nero per la City: non ci sono operazioni, niente premi

di Simone Filippetti

Epa

5' di lettura

Dal 40esimo piano di uno dei grattacieli di Cabot Square, a Canary Wharf, il cuore finanziario di Londra, la vista sulla città è mozzafiato: davanti si staglia la gigantesca cupola della O2 Arena, la grandissima sala concerti sulle rive del Tamigi. Tra i banchieri d'affari di Barclays che a fine settembre si erano riuniti attorno al tavolo dell'elegante sala riunioni arredata con dipinti di arte moderna, l'atmosfera era meno entusiasmante. Serpeggiava già allora preoccupazione: l’economia reale del Regno Unito arrancava. “Tutti i nostri clienti. aziende grandi e piccole, sono in difficoltà” ammetteva uno dei papaveroni della banca inglese.
Due mesi dopo, la preoccupazione dei banchieri è diventata paura e la difficoltà delle aziende si è tramutata in recessione. Basta girare in centro a Londra per toccarlo con mano: fioccano ovunque saldi straordinari di “metà-stagione”, fenomeno rarissimo che segnala un drastico calo dei consumi. Uno storico grande magazzino come Fortnum&Mason è da due mesi che manda promozioni per “pubblicizzare” il Natale. I supermercati M&S si aspettano un calo tra 8 e 10% di consumi per Natale: tutti i fornitori di dolci per le feste hanno ridotto del 20% la produzione in consegna a novembre. La crisi, dalla strada, è salita anche ai piani di alti di quegli stessi grattacieli di Canary Wharf.

Viva l'Austerity (o forse No)

Con un paese che, alle porte di Natale, è in decrescita (tuttaltro che felice), abbracciare l'Austerity, come ha fatto il nuovo Governo di Rishi Sunak, primo indiano della storia a Downing Street, sembra una scelta auto-lesionista. Certo c'era da rassicurare i mercati dopo il pasticciaccio del fallimentare governo Liz Truss, il più breve, che aveva spedito a picco la Sterlina, fatto impennare lo spread, tanto da costringere la Banca d'Inghilterra a un soccorso d'emergenza, comprando Gilt, i titoli di stato inglesi. Con un debito pubblico che da dopo il Covid è balzato al 100% del Pil e da lì non ha alcuna intenzione di muoversi, c'era bisogno di una cura per l'economia di Re Carlo III.Solo che la cura, fatta di aumento delle tasse e riduzione dei prestiti (meno emissioni di Gilt), rischia di ammazzare il cavallo invece di riportarlo in forze. L'Austerity, d'altronde, quasi mai è la ricetta migliore, quando un paese deve fare i conti con la crisi economica e i cittadini che non spendono. Da settimane gli economisti nel Regno Unito sono perplessi: era necessario recupera la fiducia perduta, cosa peraltro non facile, ma per inseguire il dogma della “stabilità finanziaria”, nuova divinità laica, si sacrificano sull'altare secoli di tradizione politica e l'economia reale, con effetti che si ribalteranno a loro volta sulla “stabilità finanziaria” medesima.

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Occhio alla Sterlina

Nei giorni scorsi, la Sterlina, il termometro più sensibile della solidità del paese, era risalita a quota 1,20 sul Dollaro dopo essere crollato al minimo storico della parità col biglietto verde nei giorni terribili del duo Truss-Kwarteng. Ma il ritrovato assestamento rischia di perdersi di nuovo: se il nuovo governo voleva dare un segnale, la Finanziaria annunciata all'ora di pranzo del 17 Novembre non pare sia la ricetta giusta per far risalire il paese. E men che meno quella per attrarre investitori, è il commento di vari osservatori.Da giorni c’è molto dibattito, tra gli economisti, se l’Austerity sia la strada corretta. Una grossa fetta di “mercato” è contraria a misure restrittive, in una fase già di recessione strisciante. Contrappasso dantesco, proprio quella City che disapprovava Liz Truss, gli stessi che applaudivano al nuovo primo ministro Sunak, in quanto uomo della finanza, e dunque sensibile alla stabilità, ora pagano il prezzo di una politica economica fin troppo ligia all'ortodossia finanziaria, che predica rigore e conti pubblici in ordine. Un convento pulito, ben tenuto e curato piace alla City, tra i pochi ad applaudire alla finanziaria “lacrime e sangue”, ma se il prezzo da pagare sono frati che fanno la fame, forse non ne vale la pena. Più che di risanamento dei conti, il Regno Unito ha bisogno di un forte stimolo alla crescita.

Banche in crisi, addio bonus

Il 2022 si chiuderà come un anno orribile per la Finanza, principale industria del paese. La crisi economica in UK, tra impatto della guerra in Ucraina, l'inflazione sudamericana, e il caro vita, sta dimezzando gli affari delle banche della City. Le divisioni di Investment Banking di tutti i colossi a Londra accusano un calo medio del 50%, rivela un banchiere dietro anonimato: “Nessuno fa operazione straordinarie, tutti sono fermi in attesa di capire che succede”. Per le banche, che vivono delle laute fee (commissioni) su operazioni e consulenze, è un Natale poverissimo. E così i famosi-famigerati Bonus dei banchieri, che Truss voleva liberalizzare saranno di fatto inesistenti il prossimo anno: nuove operazioni sono di fatto ferme. La realtà ha superato a destra le promesse politiche: la prossima primavera quando le banche dovranno distribuire gli agognati premi a 5 zeri per l'anno precedente, non ci sarà nulla. Eliminare il tetto, in assenza di una casa, ha un sapore molto beffardo. Col senno di poi, e un po' anche del prima, sarebbe stato meglio mettere una garanzia di bonus minimo.

La City licenzia

Anzi, alcune banche stanno iniziando a tagliare personale perché gli affari scendono. La fuga da Londra dei banchieri temuta per la Brexit non c’è (finora) mai stata: meno del 5% dei banchieri che lavorano nella City sono stati spostati nel continente. E gli stessi banchieri ammettono che il divieto di poter seguire clienti europei dagli uffici di Londra, il famoso passaporto finanziario mai approvato tra Ue e Uk, è più teorico che pratico.Indietro di sei anni, nell'ormai lontano 2016, quando gli inglesi, con una maggioranza risicata ma pur sempre maggioranza, scelsero di uscire dall'Unione Europea, tutte le banche, terrorizzate di finire sul lastrico con un paese fuori dal Mercato Unico, prepararono dei piani di emergenza, da usare in caso di uscita senza paracadute (come poi è effettivamente stato). Curiosamente, nessuno banchiere ha perso il lavoro causa Brexit, a Londra. Nell'autunno caldo del 2022, le banche iniziano a licenziare per la crisi economica generale.

Il dilemma politico

Fuori dalle vetrate dei grattacieli di Canary Wharf, c'è un altro dilemma: chi mai voterebbe il partito Tory per pagare più tasse? Le tasse, come leva di equità sociale, sono da sempre il cavallo di battaglia della sinistra. La forza elettorale, e anche la tradizione ideologica, del partito conservatore inglese è invece l'idea che lo Stato deve intromettersi il meno possibile nella vita del cittadino. E ancor meno nelle sue tasche. Il cancelliere del nuovo governo, equivalente del ministro del Tesoro, si chiama Hunt che in inglese vuol dire “caccia”. Dopo l'annuncio della finanziaria, sui giornali inglesi si sprecano i giochi di parole: “il cacciatore brandisce lo scalpo” è il più efficace. Lo scalpo di Hunt non è tricologico, però, ma è quello di milioni di famiglie. Tra due anni, il Regno Unito andrà al voto: i Laburisti sono già dati super-favoriti. Ma, ironizzava il medesimo banchiere “serve a poco votare Labour quando già i Tory sono diventati il Partito delle Tasse, della spesa pubblica finanziata dal prelievo fiscale”.


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