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«Le banche sono ben capitalizzate, ma devono prepararsi al peggio»

La congluntura, la nuova ondata di Npl, i rischi climatici con annessi stress test: il presidente Eba a tutto campo

di Isabella Bufacchi

9' di lettura

Guerra in Ucraina, crisi energetica, alta inflazione, rallentamento economico e recessione, rialzo dei tassi, rischi climatici: le banche sono solide, ben capitalizzate e con ampia liquidità ma devono essere caute, prudenti nell’analisi del rischio di credito e della distribuzione dei dividendi, per prepararsi a tempi duri. Il monito arriva da José Manuel Campa, presidente dell’Autorità bancaria europea, la European Banking authority Eba.

Ecco il testo integrale dell’intervista esclusiva di Campa con IlSole24Ore: un dialogo a tutto campo sui rischi crescenti, su accantonamenti, dividendi e buy-backs, su prestiti Stage2 e a finanziamenti a leva leveraged loans e mutui ipotecari, su moratorie e ristrutturazioni dei debiti, sui crypto-assets e operatori non-bancari, su TLTRO e liquidità, su Basilea3, stress test e rischi climatici.

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La vigilanza, l'Eba, chiede alle banche di essere più prudenti nel valutare i rischi, quando calcolano il capitale da distribuire e quello prudenziale. Quali sono i rischi che vi preoccupano di più? Il rischio più normale della recessione o i rischi più anomali come l'illiquità, la crisi energetica, la volatilità disordinata dei mercati, il rialzo dei tassi senza precedenti nell'area dell'euro?
Sono tanti i fronti aperti e c'è grande incertezza. Il primo fronte è quello della recessione, se come sembra sarà confermata. L'economia sta rallentando da tempo e peggiora di previsione in previsione. Questo è dovuto in parte alla pandemia del Covid-19, che ha causato danni anche se è stata superata bene dalle banche con l'aiuto delle garanzie fiscali e moratorie. Il rallentamento è anche dovuto in parte alla normalizzazione dei tassi d'interesse dopo un lungo periodo di tassi negativi. A questo aggiungiamo la crisi geopolitica della guerra in Ucraina, la crisi energetica e i prezzi al rialzo dell'energia e delle materie prime, il futuro della globalizzazione o della deglobalizzazione. A fronte di tutto questo, le banche si trovano in una buona posizione, sono ben capitalizzate e hanno un ampio livello di liquidità ma devono essere prudenti guardando agli scenari futuri, devono essere più conservative nella proiezione del capitale per i prossimi due anni. Devono prepararsi al peggio.

Le banche vi stanno ascoltando? Gli accantonamenti sono aumentati?
Finora abbiamo visto i numeri del secondo trimestre, non il terzo. I profitti sono andati bene. Ma nel complesso gli accantonamenti non stanno salendo. Solo alcune banche li hanno aumentati. Intanto i prestiti cosiddetti “Stage2”, quelli che sono ancora in bonis ma rischiano di divenire crediti deteriorati, sono alti e sono saliti molto, sono oltre il 9% dei prestiti e anticipazioni a costi ammortizzati, non sono mai stati così alti e questo per noi è un segnale di pre-allerta. E' un campanello di allarme. Ecco perché diciamo alle banche di essere prudenti: non guardate al trimestre passato ma a quello che è in arrivo. L'incertezza è alta.

Siete preoccupati per le esposizioni a leva, i cosiddetti leveraged loan?
La nostra preoccupazione è che a livello generale, con i tassi molto bassi, i prestiti a leva, i leveraged loans sono cresciuti molto. E che con il rialzo dei tassi questa leva diventerà più pesante. Ma siamo preoccupati per i leveraged loans provenienti dal settore non bancario. Le esposizioni a leva nei bilanci delle banche sono per noi motivo di attenzione, non preoccupazione: i leveraged loans delle banche sono pari a 380 miliardi, contro i 2.000 miliardi dei mutui ipotecari e quindi la cifra non è alta. I NPLs sul totale dei leveraged loans sono pari al 3,6%, il doppio esatto dell'1,8% del rapporto NPL/totale attivi. Come per i leveraged loans, i finanziamenti non bancari stanno crescendo molto anche nel settore immobiliare: maggiormente nei Paesi nordici come Danimarca e Olanda, non nel Sud dell'Europa. Il settore finanziario non bancario non è regolamentato come per le banche: ad oggi, stiamo chiedendo più informazioni dagli operatori non bancari, su che tipo di attività svolgono e soprattutto dove si finanziano per fare mutui ipotecari. Un'altra tendenza che abbiamo rilevato, e che stiamo monitorando da vicino è la crescita nei finanziamenti non bancari nel settore del credito al consumo. Si tratta di un fenomeno collegato al digital lending, ai prestiti in via digitale, del tipo “compra ora e paghi dopo”. Anche qui c'è poca trasparenza. L'attività è cresciuta molto con i tassi negativi, ma ora che i tassi stanno salendo sarà difficile per questi operatori tenersi a galla.

E cosa dire dell'oscuro mercato dei crypto-assets? Ha rilevanza sistemica?
La nostra valutazione, ora, è che i crypto-assets non rappresentano un rischio sistemico per la stabilità finanziaria. E questo è anche il risultato delle nostre raccomandazioni alle banche. Per molti anni l'Eba, Esma ed Eiopa, abbiamo consigliato alle banche di tenersi lontane da questi strumenti e di non raccomandarli alla loro clientela perché pensavamo che fossero altamente rischiosi. Se una banca consiglia al cliente crypto-assets si espone inoltre a un rischio reputazionale quando le cose vanno male. Le banche ci hanno ascoltati e quindi non ci sono molti collegamenti tra le banche e il mondo crypto. Bisogna poi distinguere tra i due volti delle crypto-attività: tecnologia e prodotti. La tecnologia è entrata nel mondo bancario, nel trade finance, nei pagamenti istantanei, come per esempio le blockchain. Ma dietro i prodotti crypto non c'è un vero e proprio business, ed è su questo fronte che siamo preoccupati: sono chiamate crypto-attività ma non c'è attività. Chi investe in crypto-assets lo fa con un unico obiettivo, quello di rivendere a un prezzo più alto: questa è la definizione classica di una bolla finanziaria. Sulle crypto-attività si sta intervenendo in Europa con la direttiva MiCA che regolamenta certi tipi di prodotto per la protezione del consumatore. Stiamo andando nella giusta dimensione.

Le banche si lamentano per lo svantaggio competitivo nei confronti degli intermediari finanziari non bancari che non sono regolamentati e non sono vigilati come le banche. Intanto la competizione dal settore fin-tech aumenta…
Abbiamo direttive UE per la protezione del consumatore sui mutui ipotecari e sul credito al consumo, la regolamentazione interviene sul prodotto. Le banche sono vigilate.

L'ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria della Bce lancia l'allarme sugli operatori finanziari non bancari esposti alla volatilità estrema dei prezzi delle attività finanziarie…
Il lavoro tradizionale delle banche è quello di raccogliere i risparmi tramite i depositi e di finanziare famiglie e imprese, l'economia, con questa raccolta. Le banche “trasformano le durate”, impiegano sul lungo termine quello che raccolgono sul breve termine con i depositi: possono farlo perché se hanno bisogno di liquidità all'improvviso, la possono prendere dalla banca centrale. Nell'ultima decade, altri operatori finanziari, non bancari, hanno iniziato a fare questo tipo di trasformazione da breve a lungo termine: ed è qui che è nata una vulnerabilità. I fondi comuni non hanno accesso alle banche centrali e quando hanno bisogno di liquidità devono vendere assets. Quanto è accaduto ai fondi pensione inglesi di recente fa capire il problema, la Bank of England è intervenuta. Quando intermediari non bancari iniziano a fare il lavoro delle banche, abbiamo una fonte potenziale di instabilità: per questo tra le proposte in circolazione per risolvere questo problema c'è anche quella di consentire ai fondi l'accesso alla liquidità delle banche centrali.

Ma la liquidità della Bce per le banche non è infinita: le modifiche recenti ai prestiti mirati TLTRO sono una dimostrazione che anche i rubinetti delle banche centrali si possono chiudere, no?
E' molto semplice. La politica monetaria adesso sta aumentando il costo del denaro. E' un fatto. La Bce alza i tassi e riduce la liquidità, e così facendo rende il denaro più caro. Le banche sono il meccanismo di trasmissione della politica monetaria: quindi i prestiti diventeranno più costosi. Non ci si può aspettare che quello che la Bce sta facendo possa essere in qualche modo compensato dalle banche che invece continuano a prestare agli stessi tassi come uno o due anni fa. Questo non è possibile. Oltretutto, dopo che le TLTRO saranno rimborsate sul breve termine con le riserve in eccesso, per via della normalizzazione della politica monetaria le banche dovranno finanziarsi direttamente sul mercato dei capitali, la loro raccolta sarà più cara e questo costo più alto sarà trasferito nei prestiti bancari a imprese e famiglie. Questo è quello che si aspetta la Bce perché la trasmissione della politica monetaria avviene attraverso le banche.

La Bce ha alzato i tassi di 200 punti base per contrastare l'alta inflazione: ma la crisi energetica può mettere in ginocchio aziende sane fino a qualche mese fa. Le banche si lamentano ancora oggi del criterio più restrittivo dell'Eba entrato in vigore nel gennaio 2021: è il caso della soglia di rilevanza fissata all'1% e calcolata come rapporto tra l'importo di un prestito scaduto da oltre 90 giorni e che verrà ristrutturato dalla banca e l'esposizione complessiva del debitore nei confronti della banca. Oltre questa soglia dell'1%, scatta il default. La precedente soglia era 5%: pensate di tornare al 5%?
So bene che c'è chi vorrebbe che questa percentuale fosse portata al 3%, 5%, anche 10%. Cambiarla? Monitoriamo da vicino costantemente questo 1% e ne controlliamo il funzionamento. Quando i tassi erano negativi, questo 1% era molto generoso. Quando le banche ristrutturavano i prestiti nel periodo dei tassi negativi, il present value del prestito prima e dopo la ristrutturazione era praticamente uguale. Ma ora i tassi sono saliti, e l'attualizzazione dell'esposizione presenta valori diversi post-ristrutturazione. Il nostro obiettivo è quello di spingere le banche a riconoscere che hanno concesso un “condono”, che si è verificata una riduzione del valore del prestito. Le banche devono attualizzare l'esposizione, dopo la ristrutturazione del prestito, devono identificare il prima possibile la perdita e metterla in bilancio. L'energia costa molto più cara e questo è uno shock che ha un grande impatto sui clienti indebitati delle banche. Quando una banca ristruttura un prestito, con un piano di rimborsi che allunga nel tempo il recupero del credito, il valore attuale di quel prestito cala perché il debitore non è in grado di ripagarlo integralmente alle condizioni concordate e quindi la banca ha una perdita: un prestito rimborsato dopo 10 anni invece di 1 anno ha un valore inferiore.

La pandemia è stato un vero e proprio shock e durante il picco di Covid-19 alle banche sono stati concessi tempi più lunghi per le moratorie e le ristrutturazioni. Perché per lo shock energetico le banche non hanno altrettanto?
E' importante chiarire che come supervisori bancari vediamo una differenza significativa tra la pandemia e la crisi energetica. La pandemia ha generato problemi di liquidità, la crisi energetica provoca insolvenze. Il Covid è stato uno shock forte esterno all'economia ed è stato ritenuto temporaneo: finita la pandemia, saremmo tornati più o meno come eravamo prima del coronavirus. Le banche hanno dovuto gestire essenzialmente la crisi di liquidità della clientela. L'analisi della situazione attuale è molto diversa: prima di tutto, non sappiamo se la crisi energetica è temporanea ma molto probabilmente non torneremo ai prezzi e ai tassi che avevamo prima della crisi. Lo shock energetico è permanente, e ora c'è la normalizzazione dei tassi. Per questo chiediamo alle banche di fare la valutazione del rischio di credito dei singoli clienti.

Anche le banche stanno tornando alla normalità, su dividendi e buy-back…
Spetta ai supervisori diretti la valutazione caso per caso, all'Eba diamo indicazioni generali per tutti e queste indicazioni ora sono improntate alla prudenza. I profitti sono cresciuti, i dividendi sono aumentati, i buy-back sono ripresi dopo un periodo di stasi. E questo è normale, dopo un divieto come quello imposto durante la pandemia è normale che i numeri salgano. Il pay out ratio (ndr. la percentuale degli utili distribuita agli azionisti sotto forma di dividendi) è tornato poco sotto il 50%, che è il livello medio degli ultimi cinque anni. Tutti questi numeri sono dentro le soglie della media degli ultimi anni. Ma ci aspettiamo che le banche valutino l'impatto sul bilancio di quello che arriverà nei prossimi due anni. E che questa valutazione sia conservativa.

Le banche hanno goduto una breve schiarita, un bright spell bancario, tra la pandemia e lo scoppio della guerra in Ucraina. I profitti sono finalmente lievitati. Ma sono in arrivo nuove regole che porteranno a un assorbimento di capitale, prima Basilea 3 e poi il cambiamento climatico. Cosa è segnato sul calendario dell'Eba nei prossimi mesi?
Le riforme del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria vanno implementate integralmente e puntualmente. E se arriveranno alcune esenzioni, dovranno essere temporanee non permanenti. Basilea3 è cruciale per due aspetti: per la stabilità finanziaria e perché è una regolamentazione globale che mira a preservare la stabilità nel mondo. Le regole di Basilea3 sono state pensate in risposta alla Grande Crisi Finanziaria del 2007-2009 e saranno definitivamente implementate nel 2030: è un percorso lungo 23 anni, nessuno può dire che queste regole siano state varate in fretta. E le conseguenze di Basilea3 sono una scelta consapevole dei supervisori: prendiamo per esempio l'output floor. Basilea3 evita che alcune banche continuino ad utilizzare i modelli interni per ridurre le esposizioni rischiose e contenere, così facendo, l'assorbimento di capitale. Per quanto riguarda l'Eba, a dicembre pubblicheremo il Risk Assessment Report assieme ai risultati del transparency exercise che fotografa lo stato di salute delle banche. A gennaio 2023 inizia lo stress test che si concluderà in luglio: misureremo la resilienza delle banche agli scenari avversi su un arco di tre anni, dal 2023 al 2025. Nell'agenda della regolamentazione bancaria, va incluso anche l'impatto del regolamento DORA (ndr. Digital operational resilience approvato quest'anno dal Parlamento Ue e che dovrà essere implementato dalle banche nell'arco di due anni). Infine, lo stress test qualitativo sul cambiamento climatico è programmato per il 2024 assieme a Eopia e Esma.

Come vi muoverete?

Il primo passo sul fronte della sostenibilità è infatti quello di sapere a che punto si trovano le banche nella gestione dell'ESG e soprattutto dove le singole banche programmano di trovarsi tra 5-10 anni nella gestione dei rischi climatici. Andiamo per gradi. Per ora l'Eba è impegnata a una valutazione qualitativa, per stabilire se le banche misurano adeguatamente i rischi collegati al clima. Prima della fine dell'anno pubblicheremo una road map sul rischio climatico. Ma una cosa è certa: conclusi i test qualitativi, nel momento in cui avremo una chiara valutazione dei rischi addizionali per le banche provenienti dalla sfida climatica, arriveranno i requisiti quantitativi.

Riproduzione riservata ©
  • Isabella Bufacchivicecaporedattore corrispondente dalla Germania

    Luogo: Francoforte, Germania

    Lingue parlate: inglese, francese, tedesco, spagnolo

    Argomenti: mercato dei capitali, ECB watcher, fixed income e debito, strumenti derivati, Germania

    Premi: Premio Ischia Internazionale di Giornalismo per l’analisi economica, Premio Q8 per giovani giornalisti economici

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