Opinioni

Le big tech sono tassabili, basta volerlo

di Francesco Saraceno *


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3' di lettura

Il laborioso parto della Legge di bilancio ha visto il governo, come tutti quelli che lo hanno preceduto, barcamenarsi nel tentativo di finanziare le misure previste nel proprio programma senza “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”. Un esercizio sempre più difficile, visto che la crescita anemica e un’evasione fiscale ancora troppo elevata riducono la base imponibile, e obbligano quindi a tenere alta la pressione fiscale sui pochi che pagano le tasse.

Eppure, l’incapacità di reperire risorse non è un’inevitabile conseguenza della globalizzazione, come alcuni amano credere. Le imprese multinazionali evitano da sempre gran parte della tassazione facendo “viaggiare” costi e ricavi tra filiali situate in Paesi diversi. Le cose sono peggiorate con l’avvento delle società digitali, con attivi in gran parte intangibili. La mobilità della base imponibile contribuisce a ridurre la capacità di azione dei governi nazionali creando problemi di disuguaglianza e di sfiducia che finiscono per minacciare la tenuta delle democrazie liberali.

L’Fmi ha stimato una perdita totale di gettito fiscale di 500 miliardi di dollari annui. Questo è un bacino di risorse che i governi nazionali potrebbero utilizzare per finanziare obiettivi di lungo termine, come la transizione ambientale, la riforma dello stato sociale, le infrastrutture (materiali e immateriali). Inoltre, la capacità di eludere il fisco consente alle multinazionali di beneficiare di un vantaggio competitivo sulle imprese domestiche, un problema particolarmente sentito nel nostro Paese.

La discussione in corso da alcuni anni sulla tassazione delle multinazionali parte da un principio semplice e intuitivo: a dispetto della moltitudine di personalità giuridiche e di filiali che compongono una società multinazionale, questa ai fini fiscali dovrebbe essere considerata come un’entità unica. I profitti globali dovrebbero poi essere “allocati” ai vari Paesi in cui questa opera, secondo un algoritmo che consideri vendite (o utenti per le società digitali), occupazione o altri parametri. Un accordo internazionale dovrebbe poi fissare un tasso minimo di imposizione (la Icrict, una commissione tra i cui membri figurano Thomas Piketty e Joseph E. Stiglitz, ha proposto un tasso del 25%), e ogni Paese avrebbe diritto alla quota determinata dall’algoritmo (rimanendo libero di imporre una tassazione aggiuntiva se lo desidera).

Ovviamente, in un mondo ideale, a tale accordo parteciperebbero tutti i Paesi. Ma perché il sistema funzioni, e le grandi multinazionali non siano più incentivate a trasferire i profitti nei paradisi fiscali (alcuni dei quali, giova ricordarlo, sono in Europa), basterebbe la volontà politica di pochi grandi Paesi. Immaginiamo che gli Stati Uniti e la Ue, i mercati principali delle multinazionali, annunciassero che la quota dei profitti attribuiti loro dall’algoritmo verrà assoggettata a un tasso di imposizione pari alla differenza tra il 25% e il tasso pagato nella sede legale; gli incentivi per le multinazionali di dichiarare i profitti in Paesi come l’Irlanda, i Paesi Bassi o il Lussemburgo, sarebbero fortemente ridotti, visto che i profitti generati nei mercati principali sarebbero comunque imposti al tasso comune. È in tal senso incoraggiante che al commissario Gentiloni sia stato ufficialmente affidato il compito di portare a compimento il lavoro sulla creazione di una base imponibile unica per le società operanti nell’Unione europea (Common consolidated corporate tax base, o Ccctb).

L’Ocse ha presentato una proposta, che verrà discussa dal G20, e per la prima volta sembra esserci un accordo sulla possibilità di una tassazione unitaria non dipendente dalla giurisdizione fiscale. Ma, come sempre in materia fiscale, il diavolo si annida nei dettagli, e il rischio di un accordo al ribasso è reale. In particolare, il gruppo sembra orientato a proporre una distinzione tra profitti “normali” e profitti “residui”, con solo questi ultimi soggetti a tassazione sulla base dell’algoritmo e non della giurisdizione fiscale. Nessun sistema fiscale nazionale è basato su una distinzione del genere, che non ha giustificazione economica e apre la via a una miriade di problemi sulla definizione di cosa sia un profitto normale. La misura insomma rischia avere solo un impatto simbolico.

È importante che il governo italiano prenda in seria considerazione questo problema e adotti una posizione chiara in seno al G20, poiché da questo dipende la propria capacità di aumentare le entrate fiscali, ottenere un fisco più giusto, e ridurre lo svantaggio competitivo delle imprese italiane. Un governo alle prese con un’economia stagnante e con risorse sempre più scarse non può permettersi di trascurare questa opportunità.

* Sciences Po Parigi e Luiss

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