Segreti trappisti

Le birre top al mondo? «Venite a prenderle a Westvleteren»

di Maurizio Maestrelli


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I benedettini trappisti a Westvleteren non vivono per fare la birra, ma fanno la birra per vivere

3' di lettura

Per gli appassionati di birra ci sono pochi misteri da svelare. Esistono certamente birrifici sperduti e difficilissimi da raggiungere e birre a tiratura talmente limitata da andare direttamente all’asta nei mercati paralleli dei collezionisti. L’abbazia di Saint-Sixtus a Westvleteren, villaggio delle Fiandre Occidentali del Belgio, è tuttavia una leggenda. Perché tutti, tra cui molti turisti italiani, sanno che si trova a meno di due ore da Bruxelles, tutti o quasi hanno sorseggiato una delle loro tre birre, ma pochissimi hanno potuto varcare le porte del birrificio.

La prima volta a Westvleteren
Ci siamo riusciti, dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto. L’alone mistico legato al birrificio e ai monaci trappisti che lo conducono è determinato da due fattori: l’eccellenza riconosciuta delle loro birre e, per l’appunto, una inviolabilità territoriale paragonabile probabilmente alle stanze personali del Pontefice. Le ragioni sono presto dette: l’abbazia di Westvleteren, fondata ufficialmente il 4 novembre 1831, appartiene all’ordine dei monaci cistercensi di stretta osservanza, detti per brevità trappisti, ossia un ramo “cadetto” dei benedettini. I quali, avendo osservato la regola del loro fondatore, il celebre Ora et labora, hanno sempre alternato gli esercizi spirituali al lavoro materiale. Fondamentalmente legato all’agricoltura, all’allevamento, alla produzione di formaggi e conserve e, in Belgio soprattutto, alla birra.

Il pane liquido dei monaci
A Westvleteren, come negli altri monasteri trappisti, la birra è sempre stata prodotta in primo luogo per il sostentamento dei monaci stessi. Con moderazione ovviamente, ma anche con la costanza necessaria a superare, quale unico alimento, i tempi di digiuno. Non a caso, appartiene agli ordini monastici la definizione della birra come “pane liquido”. Con il passare del tempo tuttavia la birra divenne anche una fonte di reddito, con il quale sostenere l’autosufficienza del monastero, e di conseguenza è arrivata anche alle tavole e ai palati dei laici. Quando nel 2005 un popolare sito di valutazioni birrarie stabilì a furor di popolo che la miglior birra del mondo era la Westvleteren 12, la più forte delle tre prodotte, il monastero venne letteralmente travolto dalle richieste.

Fare birra per vivere
Un vero e proprio tsunami che questi monaci decisero di affrontare con spirito benedettino. Ovvero restando decisamente ancorati a una frase che il loro abate pronunciò nel 1990: «Noi non siamo birrai. Siamo monaci. E proprio perché vogliamo vivere come monaci, facciamo birra». In altre parole, a Westvleteren non vivono per fare birra, ma fanno birra per vivere. Il che ha comportato da un lato mantenere una quantità limitata in ettolitri (circa seimila l’anno) con giorni di produzione e di imbottigliamento contingentati, e dall’altro uno dei sistemi di vendita più complessi da affrontare. Chi avesse voluto acquistare le loro birre doveva infatti chiamare l’abbazia, un numero specifico stabilito ad hoc perché il primo fu talmente preso d’assalto che causò un blackout sulle linee della zona, attendere il successivo proprio turno di chiamata, anche un mese o più, fornire l’identità personale e il numero di targa della propria auto, promettere di non rivendere le birre acquistate e non farsi rivedere infine per almeno un mese o due. Chi superava questa serie di forche caudine poteva ripartire da Westvleteren con nemmeno una cinquantina di bottiglie. Tutte rigorosamente da 33 cl, il formato individuale in pratica, non etichettate ma semplicemente riconoscibili dal colore del tappo. Verde per la magnifica Blond da 5,8% vol, blu per la seducente Westvleteren 8 da 8% vol e oro per la celeberrima 12, dalla gradazione alcolica di poco inferiore al numero riportato sul tappo.

L’ora del web
L’occasione per poter varcare l’ingresso del birrificio è giunta grazie a una conferenza stampa dei monaci stessi che volevano annunciare una qualche modifica a questo sistema di vendita. Una conferenza stampa a Westvleteren ha lo stesso valore del passaggio ravvicinato della cometa di Halley e poco importa se l’annuncio ha avuto come contenuto la semplice digitalizzazione del sistema. Televisioni, radio e giornali del Belgio affollavano la sala e la notizia sta facendo il giro del globo. Semplicemente perché al telefono i monaci hanno sostituito la prenotazione online. Tutto il resto rimane come prima inclusa la necessità, una volta ottenuto il benestare all’acquisto, di munirsi di mezzi propri e raggiungere l’ameno monastero. Che, non fosse ancora chiaro, se ne vuole stare in santa pace e che guarda caso, come unica concessione al mondo esterno, fa gestire da dei collaboratori laici un caffè posto di fronte all’abbazia dove si possono bere le loro birre e acquistare, quando disponibili, un paio di cartoni da sei bottiglie. Il caffè, ovviamente gettonatissimo da viaggiatori birrofili di tutto il mondo, si chiama In de Vrede. Letteralmente “nella pace”. Che magari non sarà sempre quella degli appassionati che lo affollano, ma è sicuramente garantita per i monaci di Westvleteren.

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