le misure per l’emergenza

Coronavirus, le chiusure accelerano ma i ristori frenano

Il Parlamento ha prosciugato per bonus e mance il fondo della manovra

Per la ristorazione in fumo 37,7 mld, il 40% del fatturato annuo

3' di lettura

Chiusure senza ristori. Cinque regioni diventano arancioni, un colore che limita bar e ristoranti all’attività di asporto o consegna a domicilio e chiude medi e grandi centri commerciali nei fine settimana. Arriva quindi per ordinanza una nuova mazzata ai fatturati già in ginocchio di migliaia di attività commerciali. E l’andamento del contagio suggerisce che questo potrebbe essere solo il prologo di misure più estese e più dure. Ma, per il momento, sulle norme per i nuovi indennizzi è sceso il silenzio.

La prima avvisaglia era arrivata con il decreto della Befana, che aveva riavviato la serie delle chiusure facendo saltare la contemporaneità che fino ad allora aveva fatto avanzare a braccetto misure restrittive e sostegni ai settori. Allora si trattava di pochi giorni. Ma la nuova decisione arrivata dal ministero della Salute cambia lo scenario. In pratica: la macchina delle norme anticontagio corre, quella dei ristori è ferma ai box.

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A bloccarla ci si è messo anche il Parlamento. Perché nella legge di bilancio il governo aveva accantonato con una certa dose di prudenza un fondo da 3,8 miliardi che sarebbero stati subito a disposizione per i nuovi aiuti. Ma i deputati (i senatori hanno potuto solo ratificare le decisioni di Montecitorio) hanno preferito dirottare quei fondi sull’infinita teoria di bonus e mance approvati con le loro centinaia di emendamenti. Fra questi, giusto per ricordarne qualcuno, l’incentivo alle auto elettriche fino a 40mila euro, a patto che però l’acquisto sia deciso da famiglie con Isee fino a 30mila euro (non proprio probabile), l’incentivo per sostituire rubinetti e sciacquoni, quello per gli occhiali o i telefonini. Con tanti saluti alla pandemia, in una sorta di replica del bonus monopattini spuntato nel pieno della prima ondata.

In questo scenario, il tema dei ristori è stato trasferito nel campo sconfinato delle promesse, legate al decreto «finale» (negli auspici del governo) che dovrebbe mettere in moto almeno 20 miliardi di euro per i nuovi aiuti. Ma in un quadro così dinamico le calcolatrici sono continuamente al lavoro, i numeri crescono ma l’impianto è fermo. Perché al nuovo decreto serve un altro scostamento di bilancio. E lo scostamento ha bisogno di una maggioranza assoluta dei componenti alla Camera e al Senato, e quindi di un accordo politico solido sugli interventi da finanziare con il deficit aggiuntivo. In questi giorni, insomma, non è aria, tanto che nei corridoi ministeriali l’idea iniziale di mettere mano al decreto a metà mese aveva già imboccato la via del tramonto, per lasciare spazio a un più tranquillo avvio a fine gennaio.

In teoria, un’altra strada ci sarebbe. Ed è stata esplorata nelle settimane scorse dai tecnici del ministero dell’Economia. È quella di anticipare almeno una quota del fondo da 5,3 miliardi che il ristori-quater ha costruito con l’obiettivo di evitare il pagamento delle tasse fin qui sospese a chi fosse arrivato in primavera a corto di liquidità. Il fondo c’è, i soldi non ancora perché ad alimentarlo sarebbero le entrate fiscali e contributive congelate fino al 30 aprile: ma un’anticipazione di cassa potrebbe aggirare l’ostacolo.

Ma anche in questo caso, per passare ai fatti con un decreto c’è bisogno di un accordo puntuale nella maggioranza su chi aiutare e sulla base di quali parametri. E, appunto, per ora non è aria.

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