Il libro

Le cinque fasi dell’economia italiana e la forza da ritrovare

di Valerio Castronovo

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4' di lettura

Sono state in complesso cinque le fasi che hanno caratterizzato l’economia italiana ed esse sono coincise, per molti aspetti, con altrettante stagioni politiche.

Nel corso del suo primo secolo di esistenza l’Italia, dopo essere riuscita a scongiurare la bancarotta finanziaria e ad affrancarsi da una condizione di subalternità ai margini dell’Europa, ha visto, durante il corso liberal-riformista del primo quindicennio del Novecento, il «decollo industriale» del Nord-Ovest e il conseguimento di una robusta stabilità monetaria, andata poi in pezzi per i pesanti oneri della Grande Guerra.

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In epoca fascista l’irizzazione, sotto l’egida dello Stato, delle principali banche e di varie imprese valse a salvare il salvabile negli anni della grande crisi del 1929.

Ma le disastrose conseguenze della seconda guerra mondiale, in cui la dittatura mussoliniana aveva precipitato l’Italia, annullò gran parte dei risultati faticosamente conseguiti in passato. Si trattò pertanto di ricostruire dalle macerie un Paese risorto alla democrazia e cooptato, con la regia degli Stati Uniti, nell’ambito del mondo occidentale.

Grazie ai venti favorevoli della cosiddetta Golden Age che spirarono sino ai primi anni Settanta, l’Italia ha conosciuto, con gli intensi sviluppi dell’industrializzazione e del settore terziario, un processo di modernizzazione e la crescita dei ceti medi. E, col passaggio dal centrismo al centro-sinistra, è avvenuta, insieme al consolidamento di un’«economia mista» fra mano pubblica e mano privata, l’immigrazione dalle campagne più povere di milioni di persone verso le principali aree urbane e industriali.

Per un Paese con un’economia essenzialmente di trasformazione e carente di combustibili e di materie prime, la vistosa impennata dei prezzi petroliferi e la forte instabilità dei cambi manifestatesi durante gli anni Settanta hanno segnato una lunga fase di stagflazione, aggravata da un’accesa conflittualità sindacale che, se vide il riconoscimento di determinati «diritti di cittadinanza» della classe operaia, incrinò tuttavia l’equilibrio finanziario della grande industria.

A sua volta, una sequela di provvedimenti di carattere assistenziale, dovuti non soltanto ai conflitti sulla redistribuzione del reddito, ma anche alle pressioni di particolari corporazioni, gonfiò il deficit del bilancio pubblico.

È stato questo il preludio della pesante fase economica che stiamo vivendo. Dopo la breve congiuntura espansiva della seconda metà degli anni Ottanta, l’Italia non è infatti più riuscita a riprendere una marcia ascendente. E a certi vecchi squilibri se ne sono aggiunti altri durante la Seconda Repubblica per l’assenza di adeguate riforme strutturali e in seguito agli effetti, perciò tanto più devastanti, provocati dallo sconquasso finanziario di Wall Street del 2008.

Rimane tuttora aperta la «questione meridionale», dopo che l’intervento straordinario dello Stato s’è concluso all’inizio degli anni Novanta, senza uno sviluppo autoctono del Sud (anche perché ostacolato dalla piaga delle cosche mafiose). Il debito pubblico, tornato ad accumularsi dopo che s’era interrotta momentaneamente la sua spirale in coincidenza con l’adesione all’Unione monetaria europea, è un’altra ipoteca che incombe sul nostro Paese.

Ma sarà possibile risanare i conti dello Stato soltanto se, insieme a una rigorosa politica finanziaria (che intervenga in modo piú incisivo contro l’evasione fiscale e sulla spesa corrente), l’economia reale verrà posta in condizione di rilanciare la crescita del reddito (bloccatasi dall’inizio del Duemila) e l’occupazione (altrimenti in caduta verticale, soprattutto fra i giovani). E ciò, riducendo una pressione fiscale esorbitante sulle imprese e sul lavoro, eliminando le pastoie di una burocrazia pletorica e soffocante, incentivando la ricerca e le innovazioni per un sostanziale aumento della produttività.

L’Italia è ancora la seconda potenza industriale d’Europa, malgrado abbia perso parecchio terreno in fatto di competitività.

Ma conta solo pochi grandi gruppi (peraltro bisognosi di più capitali per accrescere le proprie potenzialità) e un nucleo di dinamiche medie aziende, sulle quali s’appuntano le mire di multinazionali straniere.

D’altra parte, non basteranno più l’intraprendenza e la flessibilità di una miriade di piccole imprese se continueranno a mancare incentivi appropriati perché possano crescere in dimensioni, rafforzare il loro assetto finanziario e migliorare gli standard di qualità dei loro prodotti.

È perciò essenziale che i due principali partiti, dopo la svolta avvenuta con la rielezione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e lo sblocco di una drammatica crisi politica, mettano fine a vent’anni di scontri e veti incrociati per affrontare i gravi problemi del Paese. In passato abbiamo dato prova in taluni momenti difficili di saper reagire. Ma adesso ci troviamo in una situazione di assoluta emergenza economica e sociale. Anche perché il ceto medio, che ha avuto in precedenza un ruolo propulsivo, s’è rinsecchito e sfrangiato avendo perso parte dei propri risparmi e del suo potere d’acquisto, ed essendo oberato anche dall’onere di dover mantenere tanti suoi giovani che non riescono a trovare lavoro.

Va dunque scongiurato il pericolo che la società italiana finisca per sfaldarsi stressata, esangue e scollata. A tal fine occorre però che la rigida politica d’austerità imposta da Bruxelles per la necessaria messa in sicurezza dei nostri conti pubblici venga riequilibrata con un’efficace politica comunitaria antirecessiva. D’altronde, nel trattato di Maastricht, accanto alla disciplina di bilancio, figura anche l’impegno di una politica di sostegno per la crescita economica e la coesione sociale. Resta il fatto che l’Italia deve dar prova innanzitutto di ritrovare forza e fiducia in se stessa per costruire il proprio futuro.

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