Ue

Le Città Metropolitane chiedono un ruolo autonomo nella gestione dei fondi

Una definizione ufficiale di area metropolitana non c’è, eppure la loro esistenza è un fenomeno trasversale all’interno dell’Unione Europea. In alcuni Stati, come l’Italia dove ce ne sono 10, sono riconosciute dalla legge e istituzionalizzate

(Martin Bertrand / Hans Lucas via)

3' di lettura

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Una definizione ufficiale di area metropolitana non c’è, eppure la loro esistenza è un fenomeno trasversale all’interno dell’Unione Europea: connettono le aree urbane con le rurali presentandole come un soggetto unitario e sono spesso motori dell’innovazione. In alcuni Stati, come l’Italia dove ve ne sono 10, queste aree sono riconosciute dalla legge e istituzionalizzate. Tuttavia, seppur coinvolte nella ultime settimane dal governo nella fase di gestione del NextGenerationEU - le nostre Città Metropolitane non partecipano alla pianificazione della gestione dei fondi Ue. In altri Paesi come il Belgio, troviamo situazioni ibride. Come la Regione di Bruxelles-Capitale, che ha status di regione federale e gode quindi di autonomia a livello di pianificazione della gestione dei fondi, ma dove l’area metropolitana non è riconosciuta formalmente dallo Stato. Vi sono poi altri Paesi come la Polonia dove queste aree, che esistono de facto, richiedono un riconoscimento istituzionale. Così avviene, come nell’area metropolitana del Golfo di Danzica, proprio in virtù dei risultati ottenuti grazie alla politica di coesione.

I fondi destinati alle Città Metropolitane

Le Città Metropolitane italiane partecipano ai tavoli di pianificazione dei programmi di coesione e dei Recovery fund solo a livello di portatori di interesse. Ricevono i fondi, ma - a differenza delle Regioni e talvolta anche dei Comuni - non hanno ufficialmente voce in capitolo quando si discute la loro allocazione. Carla Fassero, coordinatrice dell’unità che si occupa programmi europei per la Città metropolitana Torino, sostiene che la mobilità che contraddistingue la vita dei cittadini impone un approccio che non distingua tra aree urbane e aree rurali. In aree come quella della Città Metropolitana di Torino che si compone di 312 municipalità, e che si estende dal capoluogo fino al confine con la Francia, una visione settoriale provoca disuguaglianze nell’accesso ai fondi. La conseguenza è quella di provocare un sentimento revanscista nelle zone maggiormente lasciate indietro. La situazione è divenuta tangibile durante la pandemia quando i cittadini della città si sono spostati in montagna. Qui si sono confrontati con i problemi tipici di queste zone, come l’impossibilità di accedere alla linea - o non poter permettere ai figli di seguire le lezioni in Dad. Oppure, essere costretti a tornare in città ogni qualvolta fosse necessario accedere a servizi indispensabili, come la sanità. Tutto questo mentre i sindaci dei capoluoghi promettono le “città dei 15 minuti”.

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Una definizione univoca di area metropolitana

Sempre secondo Fassero una soluzione interessante potrebbe essere avere destinare dei Fondi FESR dedicati allo sviluppo metropolitano, sulla falsa riga dell’ UIA – Urban Innovative Action – destinato alle città.Il progetto europeo Espon-Metro si pone come obbiettivo far emergere il valore aggiunto delle aree metropolitane nella partecipazione alle politiche di coesione. Secondo Giancarlo Cotella – Professore Associato dell’Università di Torino e coordinatore di Espon - le aree metropolitane esistono, sia pure in maniera informale laddove non sono istituzionalizzate, perché non ricalcano le barriere ormai obsolete degli enti locali tradizionali. La sfida è quella di superare la resistenza nelle istituzioni nazionali e regionali a cambiare mentalità a livello di decision making. Se le aree metropolitane possono contribuire in maniera positiva al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo Ue tramite la politica di coesione, l’Ue uò aiutare le aree metropolitane ad avere un maggior impatto sulle strategie a livello nazionale attraverso occasioni di networking e condivisione delle migliori pratiche. Un punto di svolta, tuttavia, dovrebbe essere quello di dare una definizione univoca di area metropolitana, al fine di rendere questi soggetti attori ufficiali del processo di pianificazione della spesa.

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